“La vera bellezza ha bisogno di silenzio. Una sola parola può distruggerla. La bellezza, la grande bellezza può essere dolorosa: ci sono momenti in cui si vuole solo piangere, e il rumore di una voce umana, di una macchina, di una radio, perfino il gracchiare di un corvo possono essere tanto distruttivi quanto un sasso scagliato in uno stagno pieno di ninfee rosse e bianche”.
Così Gianfranco Ravasi sul Sole 24 ore del 10 febbraio 2019. Le sue profonde meditazioni sui multiformi aspetti dell?esistenza umana, mai disgiunti dalle implicazioni col divino, mi sono venute acconce nel momento in cui riflettevo su Morandi e la sua arte.
All?artista bolognese non manca il silenzio, anzi ne fa la sua musa fedele, la compagna del suo lavoro strettamente avvinta alla solitudine. È impossibile, infatti, immaginare Morandi alla stregua, per esempio, di un Guttuso così preso dalla vita pubblica e dalle vicende della contemporaneità. Morandi non si muove nelle piazze, queste sono dominio di de Chirico; non celebra gli “esterni” alla maniera di Carrà, che – da giovane ammiratore delle vedute di Constable e Turner – ferma sulle sue tele l?essenza   metafisica del paesaggio; e, men che mai – pur essendone stato contagiato – adombra nelle sue opere i dinamismi vibranti dei futuristi. L?artista pare temere, infatti, i “sassi” del suo tempo malauguratamente lanciati nello stagno del suo mondo, ove non fioriscono ninfee monetiane ma oggetti di ben altra natura. Morandi, insomma, rappresenta un “unicum”. Anche i suoi “movimenti”, d?altronde, appaiono ridotti al minimo. Rare volte fuori dalla sua Bologna (un po? al pari del buon Kant, il filosofo, mai lontano dalla sua Königsberg), e solo per “incontrare” Giotto, Masaccio, Piero della Francesca e Paolo Uccello; Piero soprattutto, le sue ascetiche figure, così mute e solenni, e così avvolte nell?  aura del mistero.
Mentre “fuori” – nel panorama artistico compreso tra gli ultimi decenni degli anni quaranta e la prima metà degli anni cinquanta del secolo scorso – imperversano fenomeni sconvolgenti al limite dell?eversione, quali l?astrattismo e la pop art, Morandi è nel pieno della sua ricerca: il suo mondo è tutto compreso e chiuso in una stanza, dove non altro avviene che il comporsi e il ricomporsi di nature morte quali simulacri d?oggetti reali. In opposizione a tutte le manifestazioni artistiche del suo tempo (non lo scalfiscono né Matisse né lo stesso Picasso), l?“oggettistica” morandiana, cioè la sua “cosalità” (così pure è stata definita), si scopre e si afferma nei termini di una cifra – quasi uno stigma – per nulla “semplice” o “modesta”, come pure era apparsa a non pochi. E quella "destruens" stagione, inaugurata dal futurismo,  vede sempre Morandi – fotografato da Herber List nel 1953 – pensoso, occhiali levati sulla fronte e sempre tutto preso dalle sue …piccole “cose”, quasi un replay pascoliano in versione figurativa.
Si può pensare, allora, all?artista, aldilà del vezzo o della trovata delle “bottiglie” e dei suoi più vicini ammennicoli, che non sia stato tentato da ben più profonde ispirazioni? Non aiutano, per capire il suo mondo, la sua naturale timidezza e la sua ritrosia alle “esternazioni”. E, da questo punto di vista, non soccorre neppure il carteggio intrattenuto, in qualche caso anche burrascoso, con i critici che gli furono più vicini, Francesco Arcangeli, Cesare Brandi e Roberto Longhi: il pittore, resta quanto mai schivo e restio dallo “scoprirsi” e il suo mondo, per questo, alla maniera di De Chirico, si popola di significati densi e, soprattutto, di forme poetiche.
Io non duro fatica a immaginare Morandi alla stregua di uno stilita, un genio solitario però, aduso, dalla sua altezza, a guardare in tralice la realtà non nelle mutevolezze relazionali con chi la osservi ma nell?oggettività più prossima e apparentemente più semplice: quella degli oggetti senza nome, gli “ultimi della classe”. Si resta quanto mai sorpresi nello scoprire come un grande artista possa essere stato conquistato dalle carabattole più modeste presenti in ogni casa e in qual modo queste abbiano fatto da fondale e scena al suo teatro espressivo: bottiglie, alzate, brocche, scatole, vasi e ciotole.
Morandi, con la scrupolosa attenzione e la cura pressoché sacerdotale con cui muove i suoi “pezzi” sull?altare della sua arte, crea le sue “variazioni” nelle trasparenze tonali delle sue nature morte. Il “soggetto”, se così si può dire, è sempre il medesimo: una chicchera può occupare il posto di una ciotola, una scatola nella sua frugale, solida geometria, può sostituirsi a una bottiglia dal collo più o meno spavaldamente lungo; ma la “resa” è la medesima: se non colpiscono più di tanto le “forme”, sbalordiscono i colori, assolutamente personali, avulsi dalle più celebrate tavolozze. Dalle tenui tonalità azzurrine delle prime nature morte, l?artista picchia in seguito delicatamente sulla tastiera dei toni e dei semitoni dei suoi colori più tipici, l?ocra, le terre, il rosa, il cotto. Le mirabilia di Morandi si scoprono allora stupendamente allo scoprirsi della “sua” luce: non ve n?è di tal fatta in nessun altro luogo. E ciò è del tutto ovvio. Ma quel che qui colpisce è la “qualità” di questa luce, ineffabile creatura di quei colori, una luce filtrata e come “sottratta”  al chiarore e  alle ombre della sua stanza e definitivamente fissata sulle sue tele, sulle quali non è raro scorgere il velo di una polvere inesistente.
È la luce, dunque, l?elemento forse più caratteristico e fondante dell?arte di Morandi, una luce che surclassa e annichilisce l?etichetta, riduttiva e affatto mendace, di “Morandi pittore delle bottiglie”: v?è ben altro in questa pittura. Vi spira e permane un?aria dal sapore classicheggiante, una “presenza” riluttante e quasi ostile a fronte delle espressioni pittoriche contemporanee, o, almeno, un?ansia di recupero, un “colpo di coda” dell?arte d?antan.
 
Luigi Musacchio marzo 2019