De Chirico, Guttuso e il “Caffè Greco”

di Mario URSINO
 
Il fascino dei caffè letterari romani fu molto precoce in Renato Guttuso, perché quando venne per la prima volta a Roma, giovanissimo, nel 1924, a tredici anni, i ricordi dei luoghi che per primi si impressero nella sua memoria, furono San Pietro, il Pantheon, il Colosseo, I Fori, Castel Sant’Angelo, e il Caffè Faraglia (foto 1), allora di gran moda per l’eleganza sfarzosa degli arredi (foto 2) realizzati dal famoso architetto siciliano Ernesto Basile (1857-1932). Il Caffè, che si trovava all’angolo fra Piazza Venezia e via Cesare Battisti, ebbe vita breve: sorto con il Palazzo delle Assicurazioni agli inizi del Novecento, fu chiuso d’autorità dal regime fascista nel 1933. Grande fu la sua notorietà per il banchetto che Gabriele D’Annunzio diede in questo caffè in occasione della prima della “Nave” al Teatro Argentina l’11 gennaio 1908.

Resistette invece un altro caffè letterario, L’Aragno che Guttuso, agli inizi degli anni Trenta, aveva avuto la possibilità di frequentare, entrando in contatto con i più anziani frequentatori, artisti, letterati, poeti, dopo la sua partecipazione alla Prima Quadriennale nel 1931, come il più giovane espositore.
Oggi anche questo famoso caffè è scomparso, non per il sospettoso regime fascista verso il Caffè Faraglia, ma per l’insolenza repubblicana che non ha saputo conservare questo luogo di ritrovo artistico e letterario, sorto nel 1888 all’angolo fra via del Corso e via delle Convertite, dove si affacciava la celebre “Terza Saletta” dell’Aragno, immortalata nel grande quadro di Amerigo Bartoli Natinguerra, Amici al Caffè, 1930, oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, nel quale si vedono allineati i protagonisti della cultura del tempo, da Vincenzo Cardarelli a Emilio Cecchi, da Roberto Longhi allo stesso Amerigo Bartoli.

Anche de Chirico lo frequentava, prima di diventare assiduo del “Caffè Greco”, e ne diede, nelle sue memorie, la sferzante ed ironica definizione: “Sedute tutt’intorno, lungo le pareti di quello storico luogo, stavano le granitiche legioni dell’arte e dell’intellettualismo”.
Quando poi, più tardi, nel 1947, si stabilì definitivamente a Roma nella casa di Piazza di Spagna, prese la quotidiana abitudine di recarsi, verso mezzogiorno, al “Caffè Greco” per l’aperitivo, circostanza spesso riferita nelle numerose interviste che il maestro concedeva con molto sussiego e affabilità (può sembrare una contraddizione, ma non lo è).
De Chirico così dichiarava al suo amico Franco Simongini (De Chirico, quando sogno i soggetti dei miei quadri, “Il Tempo”, 21 marzo 1976): “Vivo benissimo a Roma […]. Mi piace abitare in Piazza di Spagna e sa perché? Perché ogni giorno sulla tarda mattinata faccio quattro passi per le vie del centro, vado a prendere l’aperitivo al Caffè Greco…”. (foto 3)
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In quello stesso anno, il 1976, Renato Guttuso dipinse il celebre quadro e lo espose per la prima volta in ottobre alla Galleria Toninelli in Piazza di Spagna (foto 4); De Chirico si recò all’inaugurazione della mostra e, entrando nella sala, esordì dicendo: “Sono un po’ emozionato”; poi andò a vedere da vicino il quadro: “Dove sono, dove sono io? E quello lì sarebbe Savinio? Non gli somiglia affatto. Io sono somigliante”, disse a Daniela Pasti che lo intervistava per “La Repubblica”. Effettivamente il Maestro aveva ragione: suo fratello Alberto Savinio era ritratto sulla parete opposta tra due ragazze, e Guttuso lo aveva ripreso dal Ritratto Coniugale dipinto da Savinio nel 1951, con il suo volto già surrealisticamente deformato. Non fece parola del suo doppio rappresentato nel quadro accanto a lui, che Guttuso aveva derivato dal famoso Autoritratto nudo seduto dipinto da de Chirico del 1945, oggi nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
 Poi continuando ad esaminare l’affollata composizione, il maestro della metafisica individuò al tavolo accanto a lui una signora seduta: “La marchesa Santangelo anche è somigliante, quella sì, è terribile”, disse ridendo. Si trattava di Emilia Sant’Angelo Peikov, amica di Mimise e Renato Guttuso, insieme allo scultore Assen Peikov (1908-1973), di cui de Chirico aveva dipinto un bellissimo ritratto nel 1945. Egli conosceva bene la signora che aveva visto nel Ritratto della marchesa Sant’Angelo, 1942 c. dipinto da Savinio e che Guttuso aveva raffigurato al tavolo accanto al Maestro mentre addenta un tramezzino.
Sempre continuando ad esaminare il quadro, lo attrasse in particolare una testa in gesso con l’occhiale scuro, esclamò :“Apollinaire? Nel mio quadro il ritratto di Apollinaire è la silhouette vuota che sta in alto”. Si riferiva al suo celebre dipinto metafisico del 1914 (Parigi, Centre Georges Pompidou). Guttuso in Caffè Greco riprendeva la stessa sagoma, di profilo, come appare nell’altro dipinto metafisico di de Chirico, La nostalgia del poeta, 1914, (Venezia, Peggy Guggenheim Collection).

De Chirico aveva anche dedicato un lungo bellissimo articolo commemorativo dell’amico-poeta Guillaume Apollinaire (1880-1918), apparso su “Ars Nova”, anno III, n.2 dicembre 1918.
Il poeta era morto nel 1918 a seguito di una ferita alla testa riportata durante la Prima Guerra Mondiale (di qui anche il titolo Ritratto premonitore di Guillaume Apollinaire); così scriveva il maestro in apertura del suo testo: “ ... mi s’affaccia alla memoria il suo profilo numismatico che stampai sul cielo veronese d’una mia pittura metafisica…”.
Nell’intervista a Daniela Pasti (Guttuso espone “Caffè Greco” alla Galleria Toninelli, “La Repubblica” del 13 ottobre 1976), rilasciata durante la visita alla mostra sul “Caffè Greco”, la giornalista gli chiese: “Ha mai pensato di dipingere il Caffè Greco?” e de Chirico paradossalmente rispose: “Se qualcuno mi offrisse una grossa somma, forse un milione di dollari, glielo farei”.
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Del Caffè Greco di Guttuso, come è noto, esistono due importanti versioni e diversi studi preparatori: la prima versione è il grande bozzetto, acrilico su cartone su tela, cm. 186x243, oggi a Madrid, Collezione Thyssen Bornemsza (foto 5); la seconda tela di maggiori dimensioni (cm. 282x320) si trova a Colonia, Museo Ludwig (foto 6).
Guttuso, in un circostanziato articolo, L’arte si è seduta al caffè apparso su “Tempo”, n. 39 del 3 ottobre 1976, narra la genesi di questo grande dipinto. Mentre era seduto all’interno della stessa sala dove era presente il maestro, la prima idea che gli venne fu: “C’era de Chirico da un lato seduto”. La tela fu dipinta tra agosto e settembre: “In questo quadro –racconta l’artista- c’è un elemento catalizzatore, Giorgio de Chirico, anche se il fascino del luogo nasce anche dalla gente che c’è passata, da Buffalo Bill a Gabriele D’Annunzio […] Nei disegni preparatori di Caffè Greco - afferma ancora Guttuso - c’è molto più de Chirico che non nel quadro, anche se nel quadro ci sono molti elementi dechirichiani, penso a Il sogno del poeta, a Ritratto premonitore di Guillaume Apollinaire; nel dipinto di de Chirico [Il pittore paesista, n.d.r.] c’è un manichino e dietro un quadro su un cavalletto con un paesaggio a terre d’ombra e grandi alberi, io ho sostituito i paesaggi romani (vedute di Tivoli, ecc.) del Caffè Greco con questo paesaggio di de Chirico” [ed è quello che si vede sulla parete laterale sinistra sopra la testa del “pictor optimus”, n.d.r.].

Nel corso di questa dettagliata descrizione del grande quadro, Guttuso ci informa anche degli altri personaggi che affollano la sala. La signora seduta alla sinistra di de Chirico –come si è visto- era la marchesa Sant’Angelo; Guttuso a dire la verità non la nomina, ricorda invece che da una “foto di Gide“ riprese la testa cerea posta al centro della scena dello scrittore francese “con la mano che tiene la sigaretta”. Da un’altra foto di Marcel Duchamp a torso nudo, dice poi di aver ripreso “la mano che regge il sigaro della figura che è il senatore D’Angelosante. Ho cercato di evitare di fare il consueto quadro del tipico «amici nello studio» […] Volevo però dare, sia pure con un solo segno, il senso della storia che è passata nel caffè; mentre i personaggi sono quelli di oggi, ragazze svedesi, il giapponese con la macchina fotografica, coppie ambigue di lesbiche, io ho cercato di mettere un solo aggancio con la storia, appunto il colonnello William Cody detto Buffalo Bill, che frequentava il caffè quando era a Roma con il circo equestre” [nel 1890, n.d.r.]. Detto questo, però, Guttuso tenne a riaffermare che: “La dominante de Chirico è comunque evidente, è lui l’ultimo superstite dei grandi uomini che la pittura ha dato a questo secolo”.
Ritornando alla descrizione del quadro, il pittore siciliano descrive le differenze fra bozzetto e quadro, e il diverso ordine che alcune figure assumono nella tela definitiva. Sulla prospettiva del dipinto chiarisce che ci sono due punti di vista “dal basso o dall’alto, ed anche le architetture non sono impostate in maniera realistica […]. Volevo che a una certa distanza, questo quadro di tre metri di base mi desse la sensazione di guardare la scena dipinta”.
Guttuso poi ricorda altri elementi che figurano nella composizione: “Così in un angolo della saletta c’è una mensola che regge una scultura, e lì ho messo una testa di Picasso [si tratta della Tête de Fernande, ovvero Fernande Olivier, prima compagna di Picasso, a Parigi al tempo del Bateau Lavoir, tra il 1904 e il 1912, n.d.r.], una scultura prima del tempo delle Demoiselles d’Avignon [ovvero prima della famosa opera cubista del 1907, n.d.r.], mentre dall’altro lato ho messo una scultura ellenistica che dà l’altro polo del gusto ottocentesco per il mondo classico”.
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Nella complessità del quadro compaiono altri elementi a definire la centralità della presenza dechirichiana : sul tavolino dove poggia la mano il maestro, insieme al bicchiere con l’aperitivo, in un piattino si vedono dei biscotti, liberamente tratti da Guttuso da noti dipinti del periodo ferrarese tra il 1916 e il 1917, ovvero gli “interni metafisici”, ad esempio, la Natura morta evangelica, del 1917.
Al centro della scena, inoltre, il personaggio di schiena con il giornale aperto che guarda negli occhi l’avvenente ragazza al suo fianco, è possibile sia lo stesso Guttuso, anche per la scritta riportata sul foglio in basso, dove si legge una massima, forse cara al pittore siciliano: “Descrivi non fare il furbo”.
Infine, nell’angolo in basso a destra sta il profilo evanescente di Buffalo Bill, l’epico personaggio già citato e ricorrente nei disegni preparatori, che appare con maggiore evidenza in fondo, al centro del quadro, ma poi rappresentato, nella versione definitiva, in maniera più fantasmatica, proprio per dare quel senso della storia che si riversa sempre nel presente.

Un quadro, dunque, a mio avviso, carico di un’aura metafisica che aleggia, come citazione, nel forte, espressivo realismo guttusiano.
Del resto la fascinazione dechirichiana appare chiaramente in talune opere significative di Renato Guttuso, come nello storico dipinto raffigurante suo padre Il Cavaliere Gioacchino Guttuso, del 1930 (foto 7), ispirato alla ritrattistica dechirichiana degli anni Venti, con l’iscrizione latina all’interno, dove si legge: “Renato Guttuso pictor ex patris sui praeclara efigie summa cum diligentia, hanc parvam tabulam extraxit”; e ancora più apertamente in altri ritratti e studi su de Chirico, come nella Persistenza della metafisica, 1973, in Collezione Gucci, New York (foto 8), vistoso omaggio al “pictor optimus”, al quale Guttuso ha anche dedicato diversi scritti elogiativi a partire dal lontano 1937.
Già allora l’artista siciliano aveva intravisto, prima di ogni altro, la grandezza di tutta l’opera dechirichiana esprimendosi con queste parole: “… appare evidente un fatto che riguarda tutto de Chirico: che cioè sia il de Chirico romantico, che il neoellenistico, che il metafisico non sono che uno stesso de Chirico naturale, uomo naturale e pittore naturale” (Renato Guttuso, Disegni di de Chirico alla “Galleria della Cometa”, in “Prospettive”, n. 4-5, Roma 1937).

Giorgio de Chirico, dal canto suo, ammirava l’opera di Guttuso, e in una delle numerose interviste (Berenice, Fuori e dentro il “Caffè Greco” di Guttuso,Paese Sera” del 13 ottobre 1976) dopo aver dichiarato icasticamente: “È un quadro importante”, formulò la frase divenuta famosa: “Il Caffè Greco è l’unico posto dove si può aspettare la fine del mondo", facendo eco alle parole di un grande scrittore e critico d’arte Raffaele Carrieri (1905-1984) che, nel 1938, gli aveva dedicato un bellissimo testo (Incontro con Giorgio de Chirico, in “Illustrazione Italiana, 3 febbraio 1938 p.201), dove, tra l’altro, scriveva: “Noi entriamo nei paesaggi di de Chirico come nei sogni magici di cui abbiamo perduto la memoria; […]. V’è un silenzio patetico […] tra cinque minuti forse arriverà la fine del mondo”.

 
Le due versioni del “Caffè Greco” di Guttuso, (entrambe all’estero) così significative per il mondo culturale romano, rappresentano lo storico e più antico caffè della Capitale, ricco al suo interno di opere d’arte e frequentato da illustri personaggi sin dalla sua apertura nel 1760, da Casanova a Leopardi a Massimo D’Azeglio, da Byron a Keats, a Shelley; da Goethe a Stendhal, a Gogol, da Wagner a Rossini e artisti del Novecento da D’Annunzio a Apollinaire, a Moravia, a Pasolini, solo per citare i più noti, oltre ovviamente a Giorgio de Chirico che ne fu quotidiano frequentatore.

Per queste ragioni vorrei portare all’attenzione dell’ottimo erede di Renato Guttuso, il dottor Fabio Carapezza Guttuso, così attivo nell’ambito della tutela dei beni culturali, sulla opportunità di far tornare a Roma almeno una delle due opere, offrendo un cambio adeguato con un’altra opera di pari importanza tra le tante conservate nel museo di Guttuso a Bagheria.     (Roma, 4/ 9 / 2016)

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