Tra gli anni '60 e gli anni '90 del secolo passato si consumano, irrevocabilmente, una serie di trasformazioni le cui conseguenze ancora ci sfuggono. Se all'inizio della decade la cultura pop irrompe rumorosamente nella storia trascinando con sé la sua corte di feticci di plastica, gli anni '60 si concludono nel segno della ribellione e dell'impegno politico. Sono gli anni della speculazione di McLuhan sulle modalità della comunicazione di massa, delle apocalittiche considerazioni di Guy Debord sul rapporto tra società e immagine; gli anni in cui l'arte può prelevare dalla realtà gli oggetti innumerevoli che costellano le esistenze dei consumatori, oppure fuggire da essa, riducendo l'oggetto al grado zero della sua rappresentazione. Così, attraverso gli anni '80, segnati dall'ulteriore affermarsi del consumismo capitalistico, si giunge agli anni '90. Inaugurati dalla caduta del muro di Berlino, "gli anni novanta sono stati attanagliati dalla crisi derivata dal terremoto avvenuto sul finire del decennio precedente" (F. Gallo), che assume le forme di un policentrismo culturale dai contorni indefiniti. È proprio tra gli anni '60 e tra gli anni '90 che si colloca la parabola artistica e umana di Renato Mambor, al quale viene dedicata una retrospettiva a Villa Zito (Palermo) visitabile fino al 15.07.19. La mostra, nel raffinato allestimento curato da Alberto Dambruoso, e promossa dalla Fondazione Sicilia su progetto di Marzia Spatafora, ripercorre con sintesi efficace le tappe fondamentali dell'attività artistica di Mambor. Nella prima sala sono presenti opere del primo periodo, come le Mollette (timbri su carta, 1960) poste in dialogo con opere del periodo successivo, come Pensieri Nativi (2011).
Le cifre dello sviluppo che collegano le prime opere, ascrivibili a un matrice "neo-dada" (Calvesi, Restany) e blandamente pop, a quelle della fase successiva, dove più urgente si pone il problema della relazione tra l'uomo, gli uomini e l'ambiente, sono esplicate nelle sale successive. Nella seconda sala infatti trovano spazio opere appartenenti alla serie dei Diari (1967), moduli verticali alla cui creazione partecipano anche altri artisti dell'ambito romano, intervenendovi ciascuno sulla base della propria cifra stilistica (ad esempio Tenda con la partecipazione di Boetti, e Podio con quella di Ceroli). All'interno di queste opere, che l'allestimento pone in dialogo con un più recente diario (Allacciare, 2017) si coglie una vena concettuale, analitica e linguistica, che insiste sul rapporto tra l'oggetto e la sua definizione. L'oggetto, presentato nell'evidenza delle sue mere caratteristiche materiali e processuali, diviene il mezzo della rappresentazione di un concetto col quale si stabilisce un rapporto immediato, logicamente puntuale e controllato dal dato linguistico. Si tratta di una tendenza razionalizzante, asettica, in linea con quell'indirizzo proprio delle avanguardie degli anni '60 che, secondo Bonito Oliva, mirano a una spersonalizzazione del processo creativo consegnandolo a una forma "assolutamente oggettivata". Tendenza, questa, che trova espressione nella serie di Uomini Statistici che costellano la prima produzione pittorica di Mambor. L'Uomo Statistico altro non è che la figura umana presente sui segnali stradali: una figura stereotipata, piatta, assolutamente priva di possibili referenti individuali identificabili, differentemente declinata in possibili varianti. Nella sala successiva Domenica (1963) presenta una serie di uomini neri stampati a timbro su tela che si susseguono secondo una sintassi ora cromaticamente ora più ora meno definita, legata alla tecnica adottata; ma una sintassi sempre regolare, che manifesta sullo sfondo bianco la meccanicità del gesto che l'ha prodotta. Nella stessa sala è presente anche un Itinerario del '68. Gli Itinerari consistono nella scia colorata tracciata da un rullo per decorazioni parietali. Anche in questo caso l'attività artistica consiste in un'azione in cui l'intervento dell'artista è ridotto a un atto automatico, vicino al quotidiano.
A partire dagli anni '70 Mambor si dedica al teatro di avanguardia come attore e regista, vedendo nella scena uno strumento in grado di tirare fuori un'interiorità prima negata. Ma agli inizi dei '90, quasi rispondendo a un imperativo imprescindibile, decide di tornare alla pittura. In seguito a un delicato intervento cardiaco e all'avvicinamento al buddhismo, l'artista imprimerà una svolta significativa alla sua pittura, sia sul piano formale che su quello dei contenuti. Da un lato l'introduzione travolgente del colore; dall'altro l'introduzione di una figura, quella dell'Osservatore, nel quale è identificabile questa volta la figura dell'artista, come membrana tra il fruitore e l'opera stessa, in grado di stabilire nuove dinamiche relazionali tra le parti (Osservatore e Mandala con rettangolo verde, 2010, pure presente in mostra). Entrano nella sua produzione il motivo del Mandala e un nuovo senso della natura; l'esho funi che nella filosofia buddista identifica il rapporto tra l'uomo e l'ambiente, assume una nuova centralità nella sua produzione più recente (come risulta da un'intervista rilasciata ad Annunziata Pani). Per Bonito Oliva l'Osservatore è sviluppo dell'Evidenziatore, oggetto mediante il quale l'artista usava porre in rilievo determinate cose selezionandole dalla realtà circostante, e pure presente in sala in una tela dello stesso Mambor. L'Evidenziatore aveva già fatto capolino negli anni '70, e sua funzione è quella di enfatizzare un oggetto suscettibile di attenzione; l'Osservatore è come il mezzo di un'analisi relativa alle possibilità della visione razionalizzante, mediante la rappresentazione della dialettica reciproca tra l'oggetto e il soggetto della visione, che è il pittore, nel quale il fruitore dell'opera può adesso riconoscersi. Nell'ultima sala, infine, sono presenti le fotografie di performances (Azioni fotografate) il cui filo conduttore è l'ambiente marino (tra cui Nel cerchio, Scoprire il volto, Saltare la corda, tutte del '69), che si è voluta allestire come omaggio alla città ospitante.
Tiziana Bonsignore
maggio 2019

immagini: Allacciare, 2017 Podio (con la partecipazione di Ceroli), Tenda (con Boetti), Porta (con Pascali) del 1967