San Cesario di Arles

Ai Musei Vaticani reperti della Gallia paleocristiana

«Dilectissimo fratri Cæsario Symmachus»
Tra Arles e Roma: le reliquie di San Cesario, tesoro della Gallia paleocristiana
Fino al 25 giugno
di
Nica FIORI

San Cesario, vescovo di Arles tra il 502 e il 542, è un santo pressoché sconosciuto agli italiani, e forse anche a molti francesi, pertanto la mostra che gli viene dedicata nei Musei Vaticani fino al 25 giugno 2017 forse non attirerà molti visitatori, ma offre degli spunti di approfondimento storico e artistico in un contesto espositivo, come il museo Pio cristiano, che si caratterizza per la presenza di numerosissimi sarcofagi, proprio come il museo di Arles antica
Il titolo della mostra “Dilectissimo Fratri Caesario Symmachus. Tra Arles e Roma: le reliquie di San Cesario, tesoro della Gallia paleocristiana”, oltre a dirci che abbiamo a che fare con delle reliquie, cita l’incipit di un’epistola scritta da papa Simmaco al vescovo Cesario. Il testo dell’epistola, datata 6 novembre 513, è riportato in un prezioso codice carolingio (Pal. Lat. 574), dell’anno 800 circa, prestato eccezionalmente dalla Biblioteca Apostolica Vaticana per questa occasione.
La mostra, a cura di Claude Sintès, Umberto Utro, Alessandro Vella, è la prima inaugurata dalla nuova direttrice dei Musei Vaticani Barbara Jatta e presenta per la prima volta fuori dalla Francia alcuni straordinari reperti paleocristiani, all’insegna del motto “La bellezza ci unisce” (Papa Francesco, La mia idea di arte), che per la direttrice “è la vera anima dei Musei Vaticani”.
 
San Cesario, monaco nell’isola di Lerino prima di divenire vescovo di Arles, rimase fedele all’ideale ascetico della povertà, al quale ideale seppe associare l’attenzione pastorale ai bisogni della comunità ecclesiale; fu allo stesso tempo efficace comunicatore, esegeta biblico e autore di regole monastiche, incarnando l’ideale del santo “uomo di Dio” già in vita.
A distanza di quindici secoli, la sua figura ci appare attuale, perché la crisi spirituale della nostra civiltà non è poi così diversa da quella che stava attraversando l’impero romano all’epoca del santo. La Gallia del VI secolo visse, in effetti, il disfacimento delle istituzioni di un impero che stava inesorabilmente finendo, per dar luogo a un mondo nuovo. Quelli che venivano chiamati barbari, i Visigoti, i Franchi, i Burgundi, assediarono Arles (Arelate), data la sua posizione strategica sul Rodano, ma la città venne liberata dagli Ostrogoti di Teodorico.
 
Cesario, arrivato dalla Borgogna con l’intento iniziale di curarsi da una malattia, venne eletto vescovo di Arles nel 502 e come primo atto fondò un monastero e in un secondo tempo ospedali per i feriti e i prigionieri di guerra, per i quali arrivò anche a vendere dei vasi sacri, ma soprattutto predicò la fede cristiana (si conoscono oltre 100 sermoni) ai cosiddetti barbari, contribuendo a salvare l’eredità culturale romana. Del santo si ricorda in particolare l’incontro con Simmaco, in occasione del quale il papa gli concesse il pallio, in segno di comunione con Roma.
 
La venerazione delle memorie del santo vesvovo da parte della comunità arlesiana emerge con chiarezza dalla cura con cui sono stati conservati alcuni oggetti personali appartenuti a Cesario; oggetti di recente sottoposti a una campagna di restauri, che ha riguardato soprattutto i tessuti.
Proprio da questi oggetti – due pallii, una tunica, delle scarpe e una cinta con fibbia in avorio meravigliosamente decorata con i soldati presso il sepolcro vuoto di Cristo – prende avvio il percorso della mostra. Viene proposta, in particolare, una riflessione sul significato teologico dell’insegna liturgica del pallio quale simbolo “pastorale”, attraverso l’accostamento con la celebre “statuetta del Buon Pastore” del Museo Pio Cristiano, rilavorata da un grande sarcofago (300 ca.). Il pallio dei vescovi, infatti, confezionato con lana e non con lino, simboleggia la pecorella smarrita alla quale il Signore andrà dietro, finché non l’avrà ritrovata, e se la caricherà sulle spalle.
Il primo pallio di San Cesario reca come simbolo cristiano il chrismon, il cristogramma dato dalle lettere greche chi e rho iniziali di Cristo, che ritroviamo nel medaglione centrale di una collana d’oro (dal Museo Nazionale Romano) e in altri oggetti dell’epoca, tra cui due lucerne e la porzione centrale di un sarcofago strigilato. Il pensiero corre subito all’imperatore Costantino, che introdusse questo segno grafico in tutto l’impero, dopo averlo usato sullo stendardo del suo esercito a Ponte Milvio nella battaglia contro Massenzio. È proprio ad Arles che si tenne nel 314, poco dopo l’editto di tolleranza di Costantino del 313, un primo concilio della Chiesa ormai libera e la città si chiamò in onore dell’imperatore Costantina e più tardi fu definita Gallula Roma, cioè la piccola Roma delle Gallie.
 
L’altro pallio è detto “delle lepri” per il particolare motivo decorativo di lepri in corsa, motivo che ritroviamo in alcune stoffe copte e in una islamica in seta e lino della Collezione Pfister dei Musei Vaticani. Si tratta di tessuti rarissimi di grande bellezza che raffigurano l’animale che nei bestiari antichi è considerato simbolo di pavidità, di prudenza o anche di messaggio.
Dal Musée départemental Arles antique provengono un’iscrizione funeraria che menziona il santo, un’iscrizione metrica più tarda relativa a un restauro della sua tomba e il sarcofago infantile di marmo con Cristo docente, del IV secolo, utilizzato come reliquiario di San Cesario. Il riutilizzo dei materiali in marmo era diffuso e infatti troviamo in mostra un bell’esempio di sarcofago con eroti che recano armi (fine II secolo), proveniente da Portus (ora nei Musei Vaticani), riusato anch’esso come reliquiario di martiri cristiani. Precoci testimonianze del culto delle reliquie a Roma sono date dall’iscrizione del sarcofago reliquiario dei martiri Simplicio e Faustino (dalla basilica papale di Santa Maria Maggiore) e un’altra relativa al martire Timoteo (da San Paolo fuori le Mura).

Il discorso sulla venerazione delle reliquie viene approfondito ulteriormente con altri eccezionali reperti provenienti dal Sancta Sanctorum lateranense (il tesoro di reliquie della Chiesa romana ora conservato nei Musei Vaticani), in particolare il coperchio di una cassetta reliquiario in legno dipinto del VI secolo e un cuscino cruciforme in seta dal reliquiario della croce gemmata dell’VIII-IX secolo.
di
Nica FIORI                              Roma  24 / 3 / 2017
 
 
 
 «Dilectissimo fratri Cæsario Symmachus»
Tra Arles e Roma: le reliquie di San Cesario, tesoro della Gallia paleocristiana
Musei Vaticani
dal 24 marzo al 25 giugno 2017
Orario: lunedì-sabato: ore 9,00-18,00 – ultimo ingresso ore 16,00
ultima domenica del mese: ore 9,00-14,00 – ultimo ingresso ore 12,30
Vedi: www.museivaticani.va
L’ingresso alla mostra è incluso nel biglietto di entrata ai Musei Vaticani
(ingresso gratuito ogni ultima domenica del mese)

Torna alla lista        Stampa