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Al Palazzo delle Esposizioni di Roma una Quadriennale a scartamento ridotto (fino all'8 gennaio 2017)

Qual è l'arte di oggi ? C'è ancora il contemporaneo a Roma ? 10 sezioni, 99 artisti, 150 opere, 11 curatori: ma i numeri non bastano ad animare una iniziativa con molte ombre e poche luci (di Giorgia Terrinoni)


Al via la 16^ edizione della Quadriennale d'Arte di Roma

(Palazzo delle Esposizioni, 13 ottobre 2016 - 8 gennaio 2017).

Intitolata
Altri Tempi Altri Miti - il titolo si riferisce alla raccolta Un weekend postmoderno. Cronache degli anni Ottanta(1990)dello scrittore Pier Vittorio Tondelli - la mostra, allestita al piano nobile di Palazzo delle Esposizioni, presenta 10 sezioni ideate da 11 curatori e 99 artisti presenti con 150 opere.

Definita come 'un grande ritorno dopo otto anni di fermo', la 16a Quadriennale dovrebbe coinvolgere, nel periodo indicato, l'intera città di Roma, alcune delle sue istituzioni pubbliche e una serie di gallerie private, attraverso i 'Fuori Quadriennale'.

Viene da chiedersi se la pompa insita nel 'grande ritorno' non sia funzionale più ai main sponsor coinvolti - Eni, BMW Italia, Terna, per citarne solo alcuni - e alla passerella delle alte cariche dello Stato in sede d'inaugurazione, piuttosto che all'arte contemporanea.

Perch
é, a dire il vero, da Roma l'arte contemporanea - e con arte contemporanea qui s' intende arte di oggi - sembra essersene andata da un pezzo. E non sembra ancora avervi fatto ritorno. Certo in città di mostre, poche, ma se ne fanno. Scarse e scarne quelle promosse dalle istituzioni pubbliche; non è un mistero che Roma possieda più spazi espositivi destinati al contemporaneo che collezioni da esporvi.

Questo è il frutto di una serie di politiche culturali assai lungimiranti! Le mostre kitsch e di massa vanno, da anni, in loop: s'inizia dagli Impressionisti e si finisce con la Pop Art. E poi si ricomincia con gli Impressionisti e si finisce di nuovo con la Pop Art. E così all' infinto.

Le belle gallerie celebrano i tempi andati, gli anni che vanno da Burri e, passando per l'Arte Povera, si fermano poco prima della Transavanguardia.
Praticamente archeologia! Di gallerie che promuovono un'arte di ricerca qualcuna ce n'
è, ma difficilmente riescono a sopravvivere più di cinque o sei anni. Sembra a me che OGGI l'unica arte contemporanea che s'incontra a Roma è quella effimera e sporca che si trova per strada. Non a caso, qualche mese fa William Kentridge ha realizzato un graffito di sporcizia lungo i muraglioni del Tevere.

Torniamo ora alla Quadriennale e ai suoi numeri: 10 sezioni espositive, 11 curatori, 99 artisti e 150 opere. Il percorso espositivo è libero e si snoda tutt'intorno alla Rotonda centrale, pensata come uno spazio work in progress e artisticamente vivibile.
La Rotonda è stata inaugurata con
Baciamano, una performance allestita da Marcello Maloberti: su di un piccolo palco, un canuto Ninetto Davoli in smoking nero offriva una stretta di mano agli uomini e un inchino alle donne. Alla vista di questo mesto spettacolino il pensiero mi è andato inevitabilmente alla oltremodo intensa Marina Abramovi? che è rimasta seduta quasi immobile per 7 ore al giorno, ogni giorno e per tre mesi, affrontando qualunque visitatore volesse mettere in gioco lo sguardo proprio e quello dell'artista. Questo accadeva nel 2010 al MoMA di New York (The Artist is Present). Ninetto Davoli è stato grande quando a plasmarlo ci ha pensato il genio divino di Pierpaolo Pasolini, ma per diventare una statua vivente e non una statua di sale serve lo humor e l'aplomb di Gilbert & George (Our New Sculpture, 1969).

Eppure proprio nel grottesco - in una serie di opere dedicate alle guerre di questi anni e alla ridicola madre America
, sorta di tableaux vivants o scenari di cartapesta - non nella performance con Ninetto Davoli, mi è sembrato di rintracciare l'unico aspetto un poco vitale di questa sedicesima edizione della Quadriennale.

Mi permetto qualche altra considerazione, ma senza dilungarmi eccessivamente sulle singole sezioni. Alcune di queste scaturiscono da riferimenti intellettuali, colti e pertinenti. Penso a I would prefer not to/Preferirei di no a cura di Simone Ciglia e Luigi Leonardelli, oppure a A occhi chiusi, gli occhi sono straordinariamente aperti di Luca Lo Pinto e, ancora, a Periferiche di Denis Viva; ma il risultato si discosta molto dalle intenzioni e il discorso artistico resta intrappolato negli ormai datati temi postmoderni della discontinuità, del periferico, dell'impronta e della frammentarietà.
 

Le sezioni che abbracciano discipline quali l'antropologia, la geopolitica e la sociologia - Ehi, voi! di Michele D'Aurizio, La democrazia in America di Luigi Fassi, Orestiade italiana di Simone Frangi, De Rerum Rurale di Matteo Lucchetti - rimangono irrimediabilmente locali e fanno tanto Italietta.
 

Lo stato delle cose di Marta Papini, La seconda volta di Cristiana Perrella e Cyphoria sono le sezioni che flirtano maggiormente con la contemporaneità. Ma, ancora a guardarle oggi, quanto più incisive restano, ad esempio, le tavolate conviviali di Rirkrit Tiravanija o i primi Corridors di Bruce Nauman. E, sia chiaro, nel 1967, Bruce Nauman era ancora un esordiente o un giovane artista! Alte, senza dubbio, le opere di Francesco Vezzoli e Luca Vitone. Che parlano, in modi molto diversi, del carattere effimero della bellezza. Ma non possiamo certo considerare i due artisti delle giovani leve!

di Giorgia TERRINONI  


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