Michele Cuppone, Alvise Spadaro, Le parole di Caravaggio

 
   
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Alcune considerazioni a partire da “Le parole di Caravaggio”

di Michele Cuppone


Copertina(5)Recensione di: Alvise Spadaro, Le parole di Caravaggio, Bonanno Editore, Acireale-Roma 2012.

Con Le parole di Caravaggio, Alvise Spadaro torna alle stampe estendendo il suo noto interesse per il periodo siciliano del pittore. In un volumetto scorrevole da potersi leggere d'un fiato è ripercorsa la vicenda caravaggesca attraverso la viva voce del milanese, o meglio tramite le testimonianze riportate in documenti, giudiziari e romani in gran parte, e fonti, per lo più siciliane.


La più ampia trattazione riguarda naturalmente i corposi atti del processo per la diffamazione ai danni di Baglione(1), preziosa occasione in cui un Michelangelo Merisi mai così ‘loquace’ manifesta la sue concezioni estetiche nel rapporto con gli artisti coevi. Ma Spadaro indugia pure sulla nota di Francesco Aprile(2) - con taglio e intenzione diversi rispetto agli altri capitoli, e comprensibilmente - dovendo prendere le difese di una sua acquisizione molto poco riconosciuta, se non ignorata del tutto, sul professato passaggio del Merisi da Caltagirone, dove avrebbe elogiato la bellezza della Madonna della Catena di Antonello Gagini, nella locale chiesa di Santa Maria di Gesù; il dato è succulento per quanti attenti alle 'novità' biografiche, e difficilmente si potrà obiettare che «il Caravaggio» qui ricordato, del resto integrato pressoché contestualmente nell’interlinea con «Michelangelo Merisi», sia l'omonimo Polidoro, nonostante questi avesse avuto più tempo per sostare in città nel suo lungo soggiorno isolano.
 
Francesco Aprile, manoscritto, Caltagirone, Biblioteca Comunale “Emanuele Taranto”, 1698-1710 ca_

Il rigore storiografico non è l'intento principale dell'autore – di cui nondimeno si riconoscono i meriti in ambito archivistico, vedi peraltro le ricerche sui Lazzari – che pure dà credito ad ogni affermazione del Nostro, anche quando risponde con circospezione e astuzia davanti ai giudici. Il volume, in sostanza, è un 'viaggio' con tono narrativo intorno alle parole dell'artista, cogliendo da queste le varie sfaccettature della sua sensibilità e complessa personalità. Il testo, così costruito e vivacemente punteggiato dai ritratti del cast caravaggesco e dalle vedute delle città da lui attraversate, può senz'altro avvicinare allo studio del suo protagonista un pubblico non specialista.

Accanto alle trascrizioni sono anche riportate utilmente, a beneficio di chi si immerge nell'atmosfera e nel linguaggio dell'epoca, le traduzioni ed etimologie di alcune espressioni contemporanee, specie quelle ingiuriose. A tal proposito, si ricorda in aggiunta la deposizione del garzone Pietropaolo Pellegrini recentemente emersa, che non poteva trovare posto nel volumetto per il criterio adottato di selezione dei 'brani' (le parole di Caravaggio, per l’appunto); e però quella dichiarazione restituisce, al luglio 1597, la parlata di Merisi ancora marcatamente «alla lombarda». Non vorrà dire molto, ma è suggestivo pensare come ciò possa comprendersi ancor meglio se egli, ben radicatosi nella realtà capitolina, vi fosse giunto da uno o due anni al più, come proposto ultimamente, piuttosto che cinque, come vuole l’ipotesi tradizionale di arrivo nel 1592, in buona sostanza ancora accettata da Spadaro (ma forse, e comunque, l’ultima presenza in Lombardia è a ridosso di quella documentata del luglio 1592).

L'autore infine, sugli anni 1608-1609 cui è affettivamente legato e si è dedicato proficuamente, trova occasione di riportare alcune personalissime letture e ricostruzioni, ed è qui assodato un doppio soggiorno messinese prima e dopo Palermo, tesi isolata ma altrove avanzata sulla scorta del biografo Grosso Cacopardo, secondo il quale il pittore salpò per Napoli da Messina (città quest’ultima - a proposito di notizie trascurate - da cui, piuttosto, era già transitato con ogni probabilità in uno scalo del viaggio verso Malta). Se ad ogni modo, anche alla luce di recenti studi (Calvesi, lo scrivente, Mendola), l'ultimo percorso di Caravaggio potrà essere (ri)messo in discussione, è comunque dalla città dello Stretto che la sua esistenza si chiude sempre più e metaforicamente in un grande silenzio, con le ultime, tramandate parole «i miei [peccati] son tutti mortali». Fine della storia.
Michele Cuppone, 16/12/2013

Note:
1. Chi scrive ha suggerito che alcuni versi incriminati (almeno in parte, ‘parole di Caravaggio’?) potessero alludere alla professione di macellaio del padre di Baglione: in particolare, la «coratela» (L. Sickel, Il ‘nobile immaginario’. L’ascesa sociale di Giovanni Baglione, in "«L’essercitio mio è di pittore». Caravaggio e l’ambiente artistico romano", a cura di F. Curti-M. Di Sivo-O. Verdi, numero speciale di Roma moderna e contemporanea, XIX, 2011, 2, p. 480), ma anche, pur in misura minore, il «pizicarolo».
2. La nota, trascrizione di una fonte antica, è datata ante 1710 dallo stesso Spadaro. Ma, si può qui aggiungere, è anche successiva al 1698, anno di edizione del Gagino redivivo citato nella stessa.


Alvise Spadaro, Le parole di Caravaggio
Bonanno Editore
Acireale-Roma, 2012
pp. 96, 44 tavv. b/n, cm 21x14
€ 10

Didascalia immagine:
Francesco Aprile, manoscritto, Caltagirone, Biblioteca Comunale “Emanuele Taranto”, 1698-1710 ca.

 

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