Lungo la prima metà dell'Ottocento a Roma
vengono messi a punto i principi del paesaggio classicista,

direttamente ispirato ai prototipi seicenteschi di Claude Lorrain.

Questo vero e proprio paesaggio-architettura, sempre ordinato da una o più quinte arboree, con piccole figure in primo piano e un lento digradare verso l'orizzonte, sarà sperimentato da maestri italiani e stranieri.

In questo senso, in mostra esemplare è la grande tela dello svizzero Johann Jakob Frey: Veduta di Roma da Monte Mario. Il modus operandi per fissare in queste grandi tele le sensazioni derivate dal vero era costituito dagli studi all'aria aperta realizzati ad olio, su piccole tele o più spesso su carta, secondo un metodo messo a punto in Francia da Camille Corot e quindi importato in Italia dall'olandese Anton Sminck van Pitloo.

In esposizione, cammeo degli studi compiuti dal vero, è il piccolo olio su carta di Ippolito Caffi raffigurante Interno del Colosseo con fuochi di bengala. Di lì a poco sarà Massimo Taparelli D'Azeglio a teorizzare tale metodo di lavoro: “Dipingevo dal vero in tele di bastante grandezza, cercando di terminare lo studio, o quadro sul posto, senza aggiungere una pennellata a casa” (D'Azeglio 1867).

Sempre lungo la prima metà del secolo compare per la prima volta nel repertorio della pittura di paesaggio il soggetto delle paludi pontine, di cui sarà presente in mostra un'affascinante opera del gallese Penry Williams.
Un intento spiccatamente documentario invece è quello che emerge dal dipinto di Vincenzo Giovannini raffigurante Pio IX che lascia Roma sulla via Flaminia.

Il successivo passo sarà la pittura dal vero sperimentata da Nino Costa, che con l'amico George Mason comincerà a battere la campagna romana dipingendo – e sono parole del pittore romano - “ove d'uopo stare con i piedi nelle pozzanghere”. Gli effetti atmosferici del “realismo intellettuale” operato da Costa e da Mason, presto associati nella cosiddetta “Scuola Etrusca”, saranno poi fondamentali per il successivo sviluppo del realismo toscano. I popolani nella pineta di Ostia Antica può essere considerato un manifesto programmatico della Scuola Etrusca.

Contemporaneamente a Nino Costa numerosi pittori stranieri iniziano a ritrarre i luoghi più affascinanti di Roma, sollecitati da un sempre più fiorente mercato, abbandonando il linguaggio realista a favore di una più immediata tecnica para-impressionista.

Ricordiamo tra le diverse opere in mostra L'arco di Tito di Theodor Groll, Il Tevere a Ponte Sant'Angelo con San Pietro sullo sfondo del tedesco Carl Wuttke, e Sulla via Appia di Franz Richard Unterberger.
 
 

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