Dal 10 febbraio al 23 aprile l’Accademia di Francia a Roma
– Villa Medici – ospita la prima personale in Italia di
Annette Messager (Messaggera)
.

di
Giorgia TERRINONI

Donna, francese, classe 1943, Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 2005 – con Casino, un progetto ispirato a Pinocchio – nel 2016 Annette Messager vince il prestigiosissimo Praemium Imperiale International Arts Award per la scultura. Il suo percorso artistico è stato celebrato da importanti mostre, tra cui le retrospettive al MoMA di New York nel 1995 e al Centre Pompidou di Parigi nel 2007.
 
Con Messaggera l’Accademia di Francia inaugura un nuovo ciclo di esposizioni tutto al femminile, dal titolo Une, curato da Chiara Parisi: grandi artiste internazionali prendono possesso di tutti gli spazi di Villa Medici conducendoci all’interno del loro universo artistico.
Ad Annette Messager seguiranno, in primavera, le mostre di Yoko Ono e Claire Tabouret mentre, in autunno, sarà presentato il dialogo tra Camille Claudel ed Elizabeth Peyton e, all’inizio del 2018, la personale di Tatiana Trouvé.
Il ciclo Une sarà accompagnato da un’edizione a cura di Maurizio Cattelan, Marta Papini e Chiara Parisi.
 
Il corpo come geografia amorosa, il corpo come paesaggio.
Una cartografia misteriosa, gli organi al nostro interno come territori sconosciuti, flora meravigliosa e terrificante
’.
Annette Messager
 
Annette Messager sostiene che un’esposizione dovrebbe dispiegarsi nel tempo e nello spazio, essere piena di biforcazioni e richiami.
La sua relazione con gli spazi di Villa Medici ha origine alla fine degli anni sessanta, quando si reca a far visita a una coppia di amici borsisti. In quest’occasione, alloggia nei giardini della villa, poco distante da Balthus. Dimentica di fare quel che ha da fare e si gode la compagnia dei grilli e le vacanze romane.
Nel 1998 viene invitata – da Laurence Bossé, Carolyn Christov-Bakargiev e Hans Ulrich Obrist – a intervenire nei giardini della Villa e del Bosco con Le jardin du tendre et du cruel; così, lega i giovani Niobidi sul Parnaso per proteggere gli incontri degli amanti che vi si ritrovano. 

Poiché, a seguir Messager, un’esposizione può permettersi di venir meno all’ordine cronologico, inizierò un percorso a ritroso, proprio a partire dalle pareti dell’atelier che fu di Balthus. Qui, l’artista ha ricoperto una delle pareti con una carta da parati costellata da disegni di uteri. A uno sguardo frettoloso o distante queste piccole immagini possono sembrare delle orchidee. Un’ambiguità visiva, voluta, che giustifica un’analogia; infatti, le orchidee possono apparire fiori minacciosi, aggressivi. Allo stesso modo, la donna ha sempre fatto e fa tuttora un po’ paura. Fa paura a quel mondo maschile e maschilista che sta crollando sotto i nostri occhi proprio in questi anni. Non va dimenticato, suggerisce l’artista, che proprio l’isteria – una patologia con la quale a lungo si è sadicamente tenuta la donna incatenata alle proprie fragilità – deriva proprio dalla parola utero.
Sulla parete opposta, una Gioconda – fantoccio di pezza riporta sul torso l’eloquente slogan No God in my uterus. Il corpo della donna appartiene alla donna, così come gli organi e i desideri che esso contiene. Le gambe e le braccia filiformi sono collegate tra loro attraverso fili per marionette che compongono ripetutamente la grafia Balthutérus, in una trama sottile che viaggia da Duchamp a Balthus appunto.
Una serie d’interventi site-specific (La danse des cheveux avec Mercure et topiaires animalières e La fontaine aux serpents) mina la placida armonia del giardino della Villa. Dalle siepi ben potate emergono timidamente alcuni animali. Semplici spettatori o misteriosi abitanti del giardino? Queste escrescenze vegetali fanno pendant con il Mercurio del Giambologna che brandisce uno scalpo che oscilla al vento. Si tratta di una dissacrazione, oppure questo Mercurio modificato e sessualmente ambiguo veicola un qualche tipo di  messaggio? Il titolo della mostra è Messaggera e gioca volutamente con il cognome dell’artista – Messager; Mercurio è il messaggero degli dei. Ma l’artista sostiene: “mi chiamo Messager, certo, ma non rilascio alcun messaggio. È lo spettatore a delineare la strada con la propria storia e la propria immaginazione”.
A noi dunque tutta la responsabilità!
Si modifica anche la Fontana della Loggia, animata da serpenti – giocattolo dai corpi intrecciati che sputano acqua. Il riferimento alla statuaria classica è evidente (Laocoonte), ma l’operazione è tutta contemporanea. L’artista dà voce a quel dialogo tra il vecchio mondo e il futuro, che è poi la missione dichiarata dell’Accademia di Francia a Roma.
Non nella vastità del giardino, bensì negli spazi interni del palazzo, Messager mette in scena un’inquietante foresta; si tratta d’Histoire des traversines. La consistenza e la disposizione un po’ sfatta dei cuscini cilindrici evocano riposo, intimità, sesso. Ma l’intimità è violata dal nostro sguardo bramoso – al limite del voyeurismo – e i sogni sono abitati da strani frammenti di creature (parti di corpi umani o non umani?) che scopriamo negli anfratti della foresta. L’installazione fa pensare all’inquietudine suggerita dall’erotismo meccanico dei Nudi nella foresta (1909-10) di Léger. Ma il motivo a righe dei cuscini rinvia anche alle divise dei prigionieri dei campi di concentramento nazisti. I cuscini come i mucchi di corpi scompostamente accatastati nei lager. O ancora questi cuscini ricordano il lavoro di Madame de Coudray, il medico – una donna – che, con i suoi studi e i suoi modelli scientifici, ha rivoluzionato l’ostetricia del diciottesimo secolo.
Il mondo figurato di Annette Messager sembra uno specchio della contraddizione che fa parte dell’essere umano e del mondo interiore ed esteriore che egli – non un dio – ha creato a propria immagine e somiglianza. E allora, per esempio, ecco che il sogno si fa incubo e viceversa. Oppure l’immaginazione si fa ossessione, il bello si fa brutto, il corpo animato e intero si fa inanimato e frammentario, etc. In tal senso, ci viene in aiuto il legame dell’artista con la figura di Pinocchio.Parlando del burattino di Collodi Messager ha detto:
Pinocchio è un birichino ed è un'immagine di noi: il bello e il brutto; il lato oscuro, cattivo, in ombra e il lato meraviglioso, pieno di fantasia degli esseri umani”.
È una sorta di alter ego della figura dell’artista, poiché è un personaggio che nella storia si fa e si disfa continuamente. È questo, e non tanto il suo sogno di essere una persona in carne e ossa, a renderlo disperatamente umano. In Pinocchio aux crayons de couleur, la rappresentazione del burattino è, al contempo, affettuosa e inquietante. Le matite colorate – elementi ricorrenti nel lavoro di Messager e che troviamo anche in Gants-croix/Gants triangle, l’opera che apre la mostra – sono qui presentate nella loro ambivalenza: carine, tenere, associate all’infanzia, ma anche elementi perturbatori, forieri di pericolo. Pinocchio e la sua rappresentazione di quasi uomo contengono anche un’enfasi fallocentrica, minacciosa, eppure sempre trattata dall’artista con ironia. 
In cima allo scalone centrale, un tutù nero (Le tutu échevelé) – dove il tulle si fonde con una capigliatura posticcia – fluttua grazie al movimento prodotto da un rudimentale ventilatore. Una sospensione artificiale e artificiosa, molto diversa dal movimento aereo e libero dello scalpo brandito dall’ambiguo Mercurio. Una danza quasi macabra. Quasi fosse l’acme di Eux et nous, nous et eux, l’installazione composta di animali imbalsamati, specchi, guanti e matite colorate che occupa l’intero soffitto dello scalone. Sembra di essere dietro le quinte di un magnifico e gigantesco teatro di marionette. Gli animali veri, impagliati – per lo più uccelli – sono manipolati con pezzi di animali finti, pupazzi di peluche. C’è una dimensione ludica, burlesca, anche un po’ goliardica. Ma questo soffitto che incombe è pure molto inquietante, perturbante, terrificante. Tanto più che, grazie agli specchi che ci inglobano nell’installazione, anche noi spettatori diventiamo parte dell’opera. Siamo un altro pezzo – nel senso di frammento, di parte – di questa macabra carovana inanimata. Inoltre, chi osserva chi? Il nostro sguardo riflesso negli specchi o gli occhi vitrei degli animali che li sormontano?

In apertura della mostra Jalousie/Love, Spaasm, Coeur au repos e Sexe au repos, tutti realizzati con un’armatura metallica ricoperta da rete per uccelli – un materiale che, allo stesso tempo, rivela e nasconde – introducono un tema molto caro all’artista: il rapporto con gli animali, soprattutto con i volatili, che incarnano l’essenza del desiderio di libertà. Queste opere mettono nuovamente in gioco la contraddittorietà dell’essere umano, in questo caso dell’essere donna. Esse sono dense, eppure incorporee; possiedono la grazia del ricamo, ma il materiale del ricamo è potenzialmente uno strumento di prigionia. E il ricamo stesso è l’essenza di quelle attività che, per secoli, non hanno nobilitato la donna, ma l’hanno resa schiava e prigioniera di un universo di possibilità limitatissime. In Coeur au repos e in Sexe au repos Annette Messager presenta due organi fortemente simbolici, colti in una condizione non abituale. Il cuore e il sesso maschile, immagini pulsanti che detengono energia e desiderio sono qui rappresentati adagiati, mentre si riposano, in stato di quiete. Ancora una contraddizione tra la pulsazione e la stasi. Ma, pur sempre, una contraddizione vitale!
d
Giorgia TERRINONI      Roma 10 / 2 / 2017

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