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Antonio Tempesta e Orbetto: quadri e documenti inediti dalla prestigiosa collezione Gavotti Verospi

Un'accurata indagine documentaria ricostruisce origini, committenza, iconografie ma anche le vertenze legali di importanti dipinti appartenuti ad una delle più ricche famiglie di collezionisti del seicento (di Rita Randolfi).


Un ritrovato Esercito egiziano sommerso dal Mar Rosso di Antonio Tempesta,
ed un Giuseppe  e la moglie di Putifarre di Orbetto, appartenuti ai Gavotti Verospi.

di
Rita RANDOLFI
 
È noto come alcuni maestri italiani, soprattutto di provenienza toscana, dipingessero paesaggi o scene storiche ambientate all’aperto su lastre di lavagna o su pietra paesina, in modo da sfruttare le venature  del supporto per creare effetti  naturalistici di notevole verosimiglianza.
Tra essi un ruolo certamente di spicco rivestì il pittore Antonio Tempesta, che spesso utilizzava la pietra paesina come ideale sfondo per le sue agitatissime scene di battaglia.
Di recente sul mercato antiquario romano è passato un interessante Esercito egiziano sommerso dal Mar Rosso della misura di cm 30 x 15 circa (Figg. 1-3) da riferirsi, per l’appunto, al  Tempesta[1].
Il dipinto rappresenta il momento in cui Mosè, che si vede in piedi su una rupe, al fianco del fratello Aronne, vestito da sommo sacerdote, con un semplice gesto richiude le acque del Mar Rosso, appena attraversate dal popolo ebraico, in fuga dall’Egitto,  travolgendo i soldati nemici.
Se si esclude l’abbigliamento di Aronne, gli altri personaggi non rispecchiano la cronologia dell’evento. Gli egizi sembrano piuttosto muscolosi militari romani, con tanto di corazza, elmo piumato e vessilli al vento, lo stesso Mosè, con il volto appuntito e incorniciato di barba e capelli lunghi, con la tunica fino ai piedi ed un mantello che gli ricade sulle spalle, ricorda l’iconografia di Gesù.
L’artista rende benissimo lo stupore e lo sconcerto dell’esercito avversario, colto di sorpresa dallo strabiliante evento che provoca il dietro front di alcuni, lo smarrimento di altri, il tentativo di salvarsi, la morte. Persino il faraone, rappresentato sulla destra, riconoscibile dall’aurea corona ostentata sul capo, cerca di aggrapparsi, invano,  alla quadriga che lo trasporta. Le onde del mare, magistralmente restituite dalle venature della pietra, non risparmiano  alcuni ebrei, identificabili dal turbante in testa.
L’impaginazione del quadro, affollata in basso e più ariosa nella zona alta, si ripete simile anche nell’Esercito egiziano sommerso dal Mar Rosso esposto negli appartamenti privati di palazzo Colonna in piazza SS. Apostoli a Roma, ed in altri due dipinti con identico soggetto, uno conservato nella Galleria degli Specchi del palazzo Doria Pamphili di Roma, l’altro alla Gëmalde Sammlung Giulini Mailand dello stesso autore[2]. Di quest’ultima  versione il pittore ripropone,  nel quadro che si sta illustrando, le pose, le armature ed i panneggi di alcune figure.
Ma non è unicamente il dato stilistico a stabilire con certezza che l’autore del dipinto vada individuato in Tempesta, quanto un preciso ed inequivocabile riscontro documentario.
Infatti, sul retro dell’opera,   compare un numero di inventario ed un sigillo bipartito in ceralacca rossa. Sulla destra dell’emblema araldico figura uno staccato sormontato da un’aquila coronata  e una scacchiera in basso. Lo stemma, dunque, è riconducibile al ramo romano della famiglia Gavotti Verospi[3], e ad ulteriore riprova accanto al primo si trova un altro sigillo pure in ceralacca, raffigurante una  A, di Angelo, incastonata con una G ed una V, iniziali del cognome Gavotti Verospi.
I Gavotti erano un’affermata famiglia di banchieri  originari della Liguria, tra Genova e Savona[4]. Un ramo della casata scese da Genova a Roma nel XVI secolo e si imparentò con gli spagnoli Verospi. Tuttavia già dal 1550 sono documentati i rapporti dei Gavotti con la Spagna,  Niccolò II, infatti,   aveva costituito  a Roma una società bancaria con  Juan Enriquez de Herrera e con Cristoforo Sauli[5].   
Testimonianze riguardanti una precoce presenza dei Gavotti nell’Urbe provengono dai documenti della Confraternita di San Giovanni Battista dei Genovesi, sodalizio che, com’era logico ed ovvio, riuniva i liguri qui trasferitisi. I primi ad essere ricordati come guardiani della pia associazione furono Gaspare, che rivestì tale carica nel luglio del 1583, e Giulio, guardiano nel luglio del 1584 e di nuovo nel mese di giugno dell’anno seguente. I due erano fratelli, figli di Vincenzo e di Bartolomea del Carretto di Dego, e si erano distinti nelle battaglie contro i Turchi[6].  Nel 1597 si trovava registrato il nome di Lorenzo[7], figlio di Niccolò II, sposato con Laura Pavese, di Niccolò dei baroni di Gervise e Casalnovo delle paludi Pontine e, nel 1601, e ancora nel 1618 e nel 1620, risultava rivestire tale incarico il fratello di questi, Giovanni Stefano, padre agostiniano[8]. Quest’ultimo fu un intellettuale ed un collezionista, ed inviò, da Roma a Savona, alcuni importanti quadri per arricchire i palazzi e le cappelle di proprietà[9].
Altro fratello di Lorenzo è Girolamo I[10], sposato con Aurelia Pavese, sorella di Laura, e padre di Niccolò, nato intorno al 1600, ascritto alla nobiltà genovese già dal I febbraio del 1626, guardiano laico della confraternita di San Giovanni Battista nel giugno del 1635 e del 1636, e ancora tra il 1653 ed il 1654. Attraverso la nipote di Niccolò, Maria, sposata con Giovanni Francesco Cussida, i Gavotti ereditarono sia il sontuoso palazzo di via del Corso ad angolo con via Frattina, sia una ricchissima collezione di dipinti, studiata in parte in altra sede[11]. Preme, in ogni caso,  sottolineare come i Gavotti, attraverso abili strategie matrimoniali, accumulassero con il tempo non solo una cospicua collezione di opere d’arte, ma anche un patrimonio immobiliare notevole che si distribuiva tra la Liguria, con le case di Genova e di Savona ed il Lazio, con i palazzi romani, la villa di Grottaferrata, i terreni tra Terracina e Fondi, le cartiere di Subiaco, ecc.
Niccolò, sposato con Caterina Raimondi Feo, figlia di Pietro, barone di Rocca Imperiale, si spense senza eredi e dispose, nel proprio testamento del 12 luglio del 1674[12], che i suoi beni andassero  al fratello Carlo, barone di Porcigliano[13]. Nell’inventario di Niccolò si trovano citati ben centottantatre quadri, ma tutti senza il nome dell’autore e la descrizione del soggetto[14]. Attraverso Carlo[15] il patrimonio dei Gavotti “romani” finì ad Angelo Domenico Maria, figlio di un altro fratello di Carlo, Giovanni Angelo. Potrebbe essere stato  Carlo o Angelo Domenico, come già supponeva la De Marchi,  ad aver prestato per la mostra di San Salvatore in Lauro del 1689 ben diciotto quadri, di cui però si ignorano, perché non trascritti nel documento, soggetti ed autori[16]. Due anni dopo lo stesso  si rese disponibile per tredici dipinti, nuovamente ricordati senza i nomi degli autori e la descrizione dei soggetti.
Per la ricorrenza del 1700 invece fu il marchese Ruspoli a fare da garante per i Gavotti. Angelo Domenico infatti aveva sposato Ortensia Ruspoli Capizucchi, dalla quale aveva avuto Giovanni Agostino, Giovanni Stefano,  Raimondo, Carlo ed Alessandro[17]. Nel 1701 Angelo Domenico, questa volta menzionato esplicitamente nei documenti, avrebbe partecipato alla mostra con quindici opere.
Angelo Domenico  morì in duello il 4 settembre del 1703, ucciso da Scipione Santacroce nei pressi della chiesa di Santa Francesca Romana[18]. Nel suo inventario dei beni, stilato per desiderio della moglie Ortensia i due dipinti non sono ricordati[19]. Se ne desume che essi siano pervenuti nella raccolta di famiglia successivamente a queste date. L’ultimo  figlio di Angelo Domenico, Alessandro, celebrò, intorno al 1775, le nozze con Virginia Verospi, della quale prenderà anche il cognome, essendo la donna l’unica erede di Girolamo III, sposato con Ippolita De Angelis Spada, e ultimo maschio della nobile casata oriunda della Spagna[20]. La coppia  diede alla luce Girolamo.
Questi, divenuto un impresario molto noto nella Roma dell’Ottocento, con testamento rogato il 15 novembre del 1837, istituì un fidecommesso sui beni immobiliari in favore del figlio Luigi[21].
Girolamo evidentemente aveva fallito qualche operazione finanziaria che lo vedeva in società con il conte Antonio Spreca, il quale, pur di assicurarsi la restituzione del suo denaro, si fece dare in pegno  alcuni quadri, sui quali vigeva anche un pignoramento da parte della ditta bancaria Spada-Flamini, della quale da tempo i Gavotti si servivano[22]. Tale contratto era stato stipulato il 18 aprile del 1840. I dipinti in questione vennero fatti periziare dal Sessi e dal Prampolini tra il 1838 ed il 1840[23], e per la prima volta compaiono una: «Sommersione del Faraone 2 x 2 ¾ del Tempesta  scudi 120», esposta a pendant con un altro quadro su lavagna la  «Castità di Giuseppe 2 ½ x 1 ½ scuola fiorentina  scudi 40»[24].
Nel 1849 il barone Luigi passò a miglior vita, ed i figli Angelo, Girolamo, e Virginio, avuti dal primo matrimonio con Marianna Lante[25], incaricarono il legale Giovanni Francesco Niccolini di redigere l’inventario dei beni del padre[26]. Quest’ultimo dimorava nel palazzo di via del Corso ereditato dai Cussida, mentre i figli abitavano a poca distanza, in alcuni appartamenti del fabbricato di via delle Muratte n. 78[27].
Niccolini incaricò  Tommaso Minardi della stima delle opere. Il celebre pittore così illustrò i due quadri, che si trovavano nel palazzo di via delle Muratte n. 78: «18) Passaggio del Marrosso in pietra del Cavalier Tempesta», che si trovava nell’«anticamera del setino rosso»; e «52) Castità di Giuseppe, scuola fiorentina (esposto) nel Salotto rosso dei quadri».  I due dipinti avevano un numero d’inventario ed erano ospitati in due ambienti adiacenti. Non solo. In chiusura,  nel documento, viene specificato che tutte le opere erano contrassegnate a tergo dallo stemma dei Gavotti e dalle sigle di Angelo Gavotti Verospi, entrambi in ceralacca, come si vede ancora oggi.
Angelo e Girolamo Gavotti dovettero proseguire l’attività intrapresa dal padre. Si sono infatti rintracciati diversi contratti di acquisto,  locazione e  vendita di case a Roma. Si può aggiungere che entrambi risultavano membri della Società delle Corse, il cui presidente era Giulio Grazioli Lante, figlio di Pio e di Caterina Lante, con cui erano imparentati, e  del prestigioso Circolo della Caccia, che ospitavano nel loro palazzo di via del Corso, e sembravano condurre un tenore di vita piuttosto  elevato, come si desume dalle uscite in favore di artigiani diversi, tra i quali vale la pena di ricordare gli orefici Castellani, e gli architetti Frezzolini e Vespignani.
Tuttavia qualcosa non andò per il verso giusto.
Il 29 marzo del 1874 si riunì infatti una commissione, incaricata dal marchese Angelo e dal barone Girolamo, di revisionare lo stato attivo e passivo del patrimonio. In tale relazione sono riportati in maniera dettagliata tutti i movimenti finanziari promossi dai due fratelli, e tra i numerosi creditori vengono ricordati anche Alessandro Spada e Camillo Flamini, direttori del Banco del quale i due nobili da tempo risultavano clienti[28].
A garanzia della resa del prestito, il 23 aprile dello stesso anno, la ditta bancaria citata ottenne il pignoramento di trentatre quadri. I due fratelli Gavotti decisero, a questo punto, di privarsene definitivamente,  accordando ai signori Spada e Flamini la facoltà di alienarli al miglior prezzo possibile[29].  Il ragioniere di casa Gavotti,  Augusto Petrucci, consegnò quindi i dipinti  il 6 maggio  del 1874.  In quell’occasione Alessandro Spada e Camillo Flamini firmarono una dichiarazione secondo la quale si impegnavano a commissionare un’altra perizia per verificare l’autenticità delle opere e degli autori cui erano state attribuite[30].  Nell’atto i due quadri  vennero ricordati come «24) Castità di Giuseppe p. 2½ x 1 ¼ di scuola fiorentina cornice come sopra; 25) Sommersione di faraone in pietra p. 2 x 2 ¾ del Tempesta cornice come sopra».
Ciò che colpisce è che in questo elenco le due opere, pur avendo dimensioni lievemente differenti, siano menzionate a pendant l’una dell’altra, essendo entrambe su supporto diverso dalla classica tela. Inoltre, a fine elenco, è nuovamente ricordato lo stemma in ceralacca rossa, posto sul retro di tutti i dipinti ceduti, al fine di certificarne la provenienza.
Il destino della quadreria Gavotti Verospi sembrerebbe segnato, ma l’astuzia di alcuni avvocati diede origine ad una questione legale assolutamente imprevedibile, che si protrarrà per qualche tempo, risolvendosi, inaspettatamente, a favore dei Gavotti Verospi.
Infatti il 24 maggio del 1881 gli avvocati della ditta Spada Flamini, Luigi Alessandri e Giulio Paolucci, denunciarono per insolvenza i fratelli Angelo e Girolamo al Tribunale Civile di Roma. Con sentenza del primo agosto 1881 i due nobili furono condannati ad estinguere il debito di 1.375 lire nei confronti della Ditta.
Tuttavia il I settembre del medesimo anno i legali dei Gavotti  presentarono la loro controffensiva, dalla quale risultava che, i signori Spada e Flamini, nonostante avessero ricevuto in consegna i famosi trentatré quadri della raccolta, con facoltà di venderli,  avevano preferito tenerli per abbellire i loro uffici, e, ad ulteriore garanzia di restituzione, avevano ottenuto un pagamento anticipato, riscosso già a partire dal I gennaio del 1875, per il tramite dell’onorevole Tommaso Edoardo Davis, suocero del marchese Angelo, nonché uno dei  più importanti correntisti del banco incriminato[31].
All’epoca della crisi, come risulta da un atto di notorietà, datato 19 gennaio 1874,  la famiglia Gavotti era composta dal quarantenne Angelo, e da Girolamo di trentotto anni. Angelo si era sposato con Elisa Davis - sorella di Matilde, dal 1866 moglie di Antonio Lante - dalla quale aveva avuto Luigi, di nove anni, Fabrizio di otto, Elisabetta di tre, e Virginia di due[32].
Il 22 maggio del 1881 la Corte d’Appello, accogliendo il ricorso dei Gavotti, condannò Alessandro Spada a pagare la metà delle spese giudiziali e a restituire i dipinti ai legittimi proprietari, i quali, ingannati abilmente, avevano estinto il loro debito due volte[33].
A questo punto si verifica un altro colpo di scena: verrebbe, infatti, spontaneo pensare che finalmente la famiglia, riappropriandosi dei quadri, li esponesse in maniera consona al loro valore.
E invece, soltanto quattro anni dopo la sentenza,  le opere, ormai considerate meramente merce di scambio, vennero inserite dal marchese  Angelo in liste da sottoporre a possibili acquirenti.
In realtà dei due dipinti qui studiati, soltanto l’Esercito egiziano sommerso dal Mar Rosso, nuovamente attribuito al Tempesta,  menzionato anche come citato nel Dizionario di Adolphe Siret, viene incluso in un elenco di quadri alienabili, ma che si trovavano esposti in casa del marchese Angelo[34]. Giuseppe e la moglie di Putifarre invece non è presente né in questo, né in altre carte d’archivio.
Tuttavia i Gavotti  si privarono di tali quadri soltanto all’inizio del Novecento, vendendoli ad un privato, che nel 2008 li ha rimessi sul mercato.
L’opera del Tempesta è stata acquistata quasi subito, mentre  Giuseppe e la moglie di Putifarre, appartiene ancora ad un antiquario romano.
Si possono a questo punto avanzare delle considerazioni.
Mentre l’autografia del Tempesta per quanto riguarda il  dipinto con Mosè che con il suo popolo attraversa il mar Rosso non può essere messa in dubbio, più difficile rimane individuare l’autore del Giuseppe e la moglie di Putifarre, che anche gli inventari più antichi riferiscono genericamente a scuola fiorentina. Tuttavia lo stile dell’opera ed il supporto su cui è eseguita  fanno pensare  ad Alessandro Turchi detto l’Orbetto, che, come Tempesta, aveva una certa pratica nel dipingere su  pietra o su lavagna.  Il sinuoso corpo nudo della moglie di Putifarre, illuminato da un fascio di luce proveniente da sinistra, che ne evidenzia  maggiormente la molle sensualità, rappresenta l’episodio più brillante di tutta la scena,  e ricorda molto da vicino la sua omonima nel dipinto, ugualmente  attribuito al veronese, già conservato nella galleria Hazlitt di Londra[35]. Mentre in quest’ultimo quadro  la composizione è sviluppata in senso orizzontale, e il pittore gioca sul dinamismo creato dalle diagonali, nel dipinto già Gavotti il formato verticale,  accentuato dall’imponente baldacchino, rende l’atmosfera ancora più cupa e misteriosa, succube dell’inganno architettato dall’infedele moglie del sovrano ai danni di Giuseppe. Il delicato profilo della donna è incorniciato da un’accurata acconciatura, con in capelli intrecciati a fili di perle, le stesse ostentate anche negli orecchini e nei braccialetti.
Orbetto dipinse almeno un’altra versione di questo medesimo soggetto: si tratta di un dipinto, ora di ubicazione sconosciuta, un tempo alla Heim Gallery di Londra, dove la presenza del diavolo accanto alla donna ne sottolinea l’intento peccaminoso[36]. Qui Giuseppe è ritratto mentre cerca di svincolarsi scompostamente dalla presa dell’aspirante adultera, e si pone una mano sulla testa, un gesto che, sottolineato dalla  muscolatura pronunciata,  mostra tangenze con il quadro “romano”.
Si conosce, del Turchi,  anche un disegno, eseguito a penna, inchiostro bruno e acquerello bruno su matita, raffigurante lo stesso episodio biblico[37]. Qui appare ancora più evidente il legame del pittore con il manierismo del maestro Felice Brusasorzi, ma come evidenzia efficacemente la Scaglietti Kalescian, nei dipinti giovanili su lavagna o pietra di paragone, generalmente di piccolo formato, l’artista elabora la propria idea estetica, costruita sui volumi torniti, sui colori accesi, specie i rossi, sui particolari, sulla restituzione di un clima rarefatto, in cui i personaggi pur isolati come statue,  sono capaci di instaurare un dialogo proficuo tra loro[38]. E non si rimane immuni dal fascino che promana anche questa  lavagna.
Concludendo, anche se purtroppo i due dipinti non sono visibili al pubblico, si tratta comunque di opere di  qualità, e ricostruirne la storia ha anche significato ampliare il catalogo di Antonio Tempesta e dell’Orbetto e,  soprattutto,  gettare luce sul ramo romano di una famiglia, originaria della Liguria,  finora trascurato dagli studi[39].
 
 
 
Didascalie fotografiche
1) Antonio Tempesta, Il Passaggio del Mar Rosso, collezione privata.
2) Antonio Tempesta, Il Passaggio del Mar Rosso, particolare, collezione privata.
3) Antonio Tempesta, Il Passaggio del Mar Rosso, particolare, collezione privata.
4) Alessandro Turchi, detto Orbetto, Castità di Giuseppe, mercato antiquario.
 
 
 
 

* A volte capita di incontrare degli angeli, che regalano scintille di luce. Alla memoria di Marco Diana, angelo dolce che ha illuminato la mia vita, con affetto infinito.
 
[1] Cfr. P. Consigli, (a cura di), La battaglia nella pittura del XVII e XVIII secolo, Parma 1994.
[2] E. Leuschner, Antonio Tempesta, Petersbuerg, 2005. Il dipinto in questione si trova riprodotto proprio sulla copertina del libro. Si segnala anche nella Fototeca Zeri di Bologna la presenza della fotografia di un dipinto di identico soggetto, conservata a Parigi, Pardo. Scheda n. 32214, Serie Pittura italiana,  Numero busta 0347, Intestazione busta,  “Pittura italiana sec. XVI-XVII. Roma. Bernardino Cesari, Paolo Guidotti, Antonio Tempesta, Francesco di Castello, Avanzino Nucci, Francesco Allegrini e altri”, Numero fascicolo 3, Intestazione fascicolo Antonio Tempesta, Marzio di Colantonio, attribuzione di Federico Zeri, 1959.
[3] V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1928-36,  vol. III, p. 382.
[4] V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare italiana … cit., III,  p. 382. Riguardo all’appartenenza al Sacro Ordine di Malta,  Silvagni sottolineava come alcuni Gavotti ne fossero ancora membri nel 1873. Cfr. D. Silvagni, La corte pontificia e la  Società  romana nei secoli XVIII e XIX, Roma 1971,  II, p. 260.
[5] A. Leonardi, Dipinti per i Gavotti. Da Reni a Lanfranco a Pietro da Cortona. Una collezione fra Roma, Savona e Genova,  Quaderni Franzoniani, Genova 2006, p. 179. Nel 1568 Bosco Gavotti  ospitò in casa sua nella città papalina Juan Enriquez de Herrera. M.C. Terzaghi, Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni tra le ricevute del banco Herrera & Costa, Roma 2007, pp. 44-45.
[6] M. Mombelli Castracane, La Confraternita di S. Giovanni Battista de’ Genovesi in Roma, Firenze 1971, p. 204, note 4 e 5; Leonardi, Dipinti per i Gavotti … cit., p. 179.
[7] A Lorenzo, il cui nome integrale è Giovanni Lorenzo,  il 17 marzo del 1604 fu riconosciuto un vitalizio di 1000 scudi annui  per l’attività prestata nell’Ufficio  di scrittura apostolico. Ancora il 27 giugno del 1614, egli acquistò, dalle sorelle Angelica e Margherita Laghi, la villa di Grottaferrata. Cfr. Leonardi, Dipinti per i Gavotti … cit.,  pp. 54, 180.  Su questa villa la scrivente sta preparando un contributo.
[8] Mombelli Castracane, La Confraternita di S. Giovanni Battista de’ Genovesi … cit., p. 207, nota 7; p. 208, nota 3; Leonardi, Dipinti per i Gavotti … cit.,  p. 179. 
[9] Sulle committenze di Giovanni Stefano si rinvia a C. Strinati, Giovanni Baglione nella cappella Gavotti del Duomo di Savona, in Atti e Memorie, nuova serie, vol XII, Società Savonese di Storia Patria, Savona 1978, pp. 27-37. Cfr. anche Leonardi, Dipinti per i Gavotti … cit., p. 8 affermava che la stessa attività fu svolta anche dall’abate Giovanni Carlo (1590-1667) e dal vescovo Lorenzo Cesare (ante 1617-1679).
[10] Girolamo morì il 14 giugno del 1645 e la moglie, Aurelia, decise di intestare tutti i beni direttamente ai suoi figli. Cfr. Archivio di Stato di Roma (d’ora in poi ASR.), Miscellanea Famiglie, b. 82, fascicolo 9, parti 1, 2, 3.
[11] R. Randolfi, Dai Cussida ai Gavotti a Roberto Longhi: storia “rocambolesca” di una quadreria di caravaggeschi. Ribera,  Baburen  ed altri, negli inventari dal XVII al XIX secolo, in E. Debenedetti (a cura di), Palazzi, chiese, arredi e scultura II, (Studi sul Settecento  Romano, 28), Roma 2012,  pp. 223-236. Si veda anche A.  Revoallan, La collection romaine Cussida-Gavotti: hypothèses d’un go?t hispano-ligurien pour la «Schola del Caravaggio», in  Bullettin de l’association des historiens de l’Art italien, 18, 2012, pp. 51-60 ; R. Randolfi, La Cattura di Cristo con San Pietro che recide l’orecchio di Malco di Dirk van Baburen: dagli inventari dei  Gavotti “romani” a Roberto Longhi, , in “Storia dell’Arte”, 137/138, nuova serie 37,38, 2014, pp. 117- 122; Ead., La Resurrezione di Lazzaro di Ribera, già dei Cussida e poi dei  Gavotti “romani”, oggi al Prado di Madrid, in “Studi di Storia dell’Arte”, 26, 2015, pp. 167-172.
[12] ASR., Notai Auditor Camerae, notaio  Nicola Fecchia, vol. 2727, 12 luglio 1674.
[13] Leonardi,  Dipinti per i Gavotti … cit.,  pp. 42-43, 281; Idem, Feudi, ville, palazzi e quadrerie, committenze Costa, Gavotti e Siri tra Liguria e Roma nel Cinquecento e Seicento, Genova 2008 pp.  109-110; Randolfi, Dai Cussida ai Gavotti a Roberto Longhi … cit., p. 224.
[14] Leonardi,  Dipinti per i Gavotti … cit.,  pp. 50-52, 281-286. Lo studioso evidenziava come tra i firmatari delle lettere di cambio erano menzionati Antonio Barberini junior, Alessandro Colonna, ed il cardinale Bonaccorsi, a ricomporre un ritratto delle attività bancarie del Gavotti che aveva anche stretto società con gli Herrera, i Sauli ed i Costa.
[15] A. Leonardi, L’altro Seicento nei domini della Repubblica di Genova, Guido Reni e Caravaggio in periferia, in R. Varese, F. Veratelli, (a cura di), Il Collezionismo locale: adesioni e rifiuti, Atti de Convegno Ferrara 9-11 novembre 2006, Firenze 2009, pp. 274-275. Secondo lo studioso, dopo la morte di Giovanna,  Carlo assume carriera ecclesiastica, assumendo l’incarico di vicario capitolare a Savona. Tuttavia egli abitò a Roma in una casa in via Gregoriana. Cfr. Revoallan, La collection romaine Cussida-Gavotti … cit., pp. 53,  58, nota 13.
[16] G. De Marchi, Mostre di quadri a S. Salvatore in Lauro (1682-1725). Stime di collezioni Romane. Note e Appunti di Giuseppe Ghezzi, in "Miscellanea della Società Romana di Storia Patria”, XXVII, 1987 (numero intero), pp. 26, 31, nota 12; Randolfi, Dai Cussida ai Gavotti a Roberto Longhi … cit., p. 226.
[17] De Marchi, Mostre di quadri … cit.,   p. 148, nota 124; Randolfi, Dai Cussida ai Gavotti a Roberto Longhi … cit., p. 226. 
[18] De Marchi, Mostre di quadri … cit.,  p. 31, nota 12, p. 339, nota 1. Il duello era stato scatenato da un futile motivo, una precedenza negata su una strada nei pressi di Trinità dei Monti da parte del Gavotti nei confronti del figlio del marchese Santacroce.
[19] Randolfi, Dai Cussida ai Gavotti a Roberto Longhi … cit., p. 226.
[20] ASR, Miscellanea Famiglie, b. 82. Cfr. S. Brevaglieri, Palazzo Verospi al Corso, Milano 2001, pp. 25, 164.
[21] ASR, Archivio Lante, b. 193, Relazione  della commissione incaricata  della revisione dello stato attivo e passivo del Patrimonio Gavotti e progetto di sistemazione, 29 marzo 1874. Cfr. Randolfi, Dai Cussida ai Gavotti a Roberto Longhi … cit., p. 227. 
[22] Il banco Spada Flamini apparteneva, in origine, al principe Torlonia.
[23] ASR, Archivio Lante, b. 193, Relazione a stampa della commissione incaricata  della revisione dello stato attivo e passivo del Patrimonio Gavotti e progetto di sistemazione, 29 marzo 1874,  p. 38 Allegato F Quadri. Perizia fatta negli anni 1838-40 da Nicola Sessi e Giuseppe Prampolini.
[24] ASR., Archivio Lante, bb. 192 e 193.
[25] Sui Lante si rinvia al volume:  R. Randolfi, Palazzo Lante in piazza dei Caprettari, Roma 2010.
[26] ASR., Trenta Notai Capitolini, Vittore Valentini, ufficio 4,  10 gennaio 1849. L’inventario dei dipinti inizia in data 8 marzo.
[27] Nel fidecommesso rientravano soltanto le case di via delle Muratte n.  78 e di via Condotti n. 48. Cfr., ASR., Archivio Lante, b. 193. Il palazzo ereditato dai Cussida sarà lo stesso che più tardi verrà inglobato negli edifici Manfroni Bernini.
[28] ASR, Archivio Lante, b. 193, fascicolo “Cause”. Per tutti i documenti qui citati si rinvia a: Randolfi, Dai Cussida ai Gavotti a Roberto Longhi … cit., pp. 229-230.
[29] ASR, Archivio Lante, b. 194, fascicolo “Spada-Flamini”. Agostino Petrucci era l’amministratore del patrimonio Gavotti.
[30] ASR, Archivio Lante, b. 194, fascicolo “Consegne”.
[31] ASR, Archivio Lante, b. 193, fascicolo “Cause”.
[32] Randolfi, Palazzo Lante in piazza dei Caprettari, Roma 2010, p. 222.
[33] ASR, Archivio Lante, b. 193, fascicolo “Cause”.
[34] ASR., Archivio Lante, b. 192, carta sciolta.
[35] D. Scaglietti Kalescian, (a cura di), Alessandro Turchi, detto l’Orbetto, 1578-1649, catalogo della mostra, (Verona Museo di Castelvecchio, 19 settembre-19 dicembre 1999) , Milano 1999, p. 27.
[36] Idem, fig. a p. 54. Si veda anche: D. Scaglietti Kalescian, Inediti di Alessandro Turchi, in “Paragone”, 419, 421, 423, 1985, p. 230, tav. 144.
[37] D. Scaglietti Kalescian, (a cura di), Alessandro Turchi, detto l’Orbetto … cit., , p.  200.
[38] Idem, p.  27.
[39] La scrivente sta studiando la collezione Gavotti e ha già rintracciato altre opere che facevano parte di questa interessante raccolta, che saranno oggetto di prossime pubblicazioni. Si rinvia per ora a R. Randolfi,  Da Roma  ad Ascoli Piceno, la storia del presunto ritratto di Maria Gavotti in Cussida, in corso di stampa.

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