Al termine di una lunga selezione, sei artiste sono state invitate dal curatore a dialogare sul tema Archetipi e Matrici [titolo scelto nella forma che evidenziasse l’etimo indoeuropeo e greco per sottolineare il significato di ?ρχ? = “principio, origine” (di tutte le cose)” e delle parole MATer (madre) e MATeria] in una mostra nel complesso armonico, anche se con opere diverse per tecniche, stile e linguaggi: sculture polimateriche, installazioni, arazzi, fotografia, abiti/sculture, pittura su stoffa. Ciascuna artista aveva dimostrato particolare sensibilità verso il dialogo fra Terra e Cielo, femminile e maschile, Natura e Storia, Miti, tradizioni e culture migranti da Est verso Ovest, con una ricerca coerente, personale e originale, scevra da stili di moda. Credo che dal loro incontro possa nascere una riflessione utile ai nostri tempi nei quali la Natura mostra i segni delle reazioni climatiche e geologiche verso un’umanità sempre più invasiva e violenta per cercare di recuperare un rispettoso rapporto armonico tra microcosmo e macrocosmo.

Floriana Celani, scultrice diplomata e ora docente all’Accademia di Belle Arti di Roma,
introietta il simbolismo sacro d’Oriente (bodhisattva) e d’Occidente (Trittico mistico) in un percorso di riflessione e d’illuminazione interiorizzata microcosmica, che ambisce a farsi meditazione (nella piccola scultura in bronzo Scomposizione meditativa) o modulazione macrocosmica (nell’installazione esterna Spazio-Tempo, lunga 4 metri, in ferro arrugginito e carbone). Sculture polimateriche o installazioni (Elementi 2, 3, 5, 6  in legno, rame, oro) dal tono ludico come Il gioco dei simboli (in plexiglass e metallo), a forma di 8 (simbolo dell'infinito) o in forme geometriche (in Oltre l’infinito cerchio e quadrato simboleggiano Cielo e Terra) sono un cammino interiore, metafora della condizione umana, un processo alchemico e catartico che dalla nigredo del mondo materiale delle passioni, attraverso la purificazione della materia e con l’uso di colori allusivi (azzurro, nero, argento, i colori della scala alchemica), trasmuta nell’oro/compimento dell’Opus, Luce divina e quindi nell’Arte.
Cecilia De Paolis, talentuosa artista tessile dal ricco curriculum di costumista teatrale, cinematografica e televisiva, con grande abilità e padronanza della preziosa e duttile materia, percorre strade inesplorate. Instaura un dialogo tra umano e divino con le installazioni:  Epona, che scende dall’alto all’entrata del Forte per accogliere i visitatori, è una colossale treccia - dall’andamento anguiforme - allusiva alla fertile divinità celtica (poi assimilata con l’ellenica Demetra); sopra la piccola corte/fulcro centrale del Forte è sospeso Totem del Cielo, spirale di corda dal movimento antiorario (come l’acqua che evaporando sale e riscende poi come pioggia), senza forma definita perché libera da riferimenti dogmatici, trait d’union tra Cielo/Luce/energia cosmica e Terra, capovolta e aperta perché binocolo visivo dell’uomo per scrutare il Cosmo ed elemento acustico per ascoltare le armonie delle sfere celesti. All’interno invece Clepsamia è una monumentale clessidra (dal motivo decorativo a struttura modulare in chiffon) dal meccanismo girevole in ferro battuto, dalla sagoma femminile di un mannequin e allusiva alla ciclicità muliebre e temporale, di Madre Natura e della donna.  Stegosaurus infine è un originale abito/scultura dotato di placche dorsali: quasi a permettere alla donna contemporanea di affrontare la violenza di un’era primigenia, alludendo forse a una società sempre più tecnologica ma in realtà anche volta a forme di neo-primitivismo verso la libertà di scelta e di pensiero.
Cielo Pessione Fabrizi, nipote d’arte dell’attore/regista Aldo per via materna, con una formazione universitaria tra arte e spettacolo e l’abilità sartoriale del nonno paterno, sceglie il linguaggio della manifattura tessile per rivendicare la creatività femminile e la libertà di scelta, di pensiero e d’azione contro la sopraffazione maschile.  Recuperando tecniche di lavoro manuale, connotate dall’estro dell’istinto femminile, contrapposto al raziocinante e alienante lavoro industriale maschile, attraverso la fiber art e l’uso di simboli archetipali e cromatici (bianco, rosso, nero), invita a riflettere sul rapporto tra vita e morte, maschile e femminile, innocenza e violenza.  In Traiettoria Archetipo lavora sul disegno a stella della pianta del Forte, sulla stella in relazione al cielo, sulla dimensione femminile rappresentata dalla Venere di Willendorf (nel logo della mostra a simbolo della Grande Madre). In Traiettoria Matrice il nero dei grossi brandelli di tulle e il rosso dei fili stesi a strati per ottenere trasparenze e profondità, dialogano con lo smalto bianco del segno/numero per raccontare, simbolicamente, i sentimenti contrastanti che probabilmente hanno albergato per secoli nella Fortezza e che tentano di essere rappresentati in maniera concisa e distante dalle emozioni come sistema binario.
Giulia Ripandelli, diplomata in Scenografia all’Accademia di Belle Arti e che vanta svariate attività in diversi settori della creatività artistica e grafica, attinge al mito e alla storia, fino alla cronaca, in un crescendo teatrale culminante nella tragedia.  Nella sua installazione Origini, la forma ispirata all’obelisco (raggio del divino Ra egizio), prende spunto dal mito della Creazione, dal Caos alla generazione di Terra e Cielo, alla differenziazione e compenetrazione di maschile e femminile, fino alla luminosa sfera/uovo, inizio e fine di tutto, seme ma anche luce, rivelazione e vita. All’interno della nicchia, una suggestiva cascata di Fili di parole che recitano il Nasadiya Sukta (inno vedico alla Creazione) allude al λογο?, linguaggio che permette la comunicazione tra maschile e femminile.  La lirica installazione esterna sulla terrazza del bastione, Germogli di volo, in sintonia con l’omonima composizione poetica dell’artista, con rete e stoffa riporta al tema di Gaia/Γ? generatrice, Terra in continua relazione con il Cielo.  “Historia… magistra vitae” scrisse Cicerone nel De Oratore (II, 9) ma il magnifico arazzo 146 di Giulia Ripandelli ricorda che la Storia, procedendo ciclicamente in vichiani corsi e ricorsi, può anche ripetersi; nel numero dei 146 quadrati, quasi fossero finestre e al contempo lapidi, commemora la memoria delle vittime operaie, arse vive o lanciatesi nel vuoto dalla fabbrica (chiusa a chiave) di camicette incendiatasi a New York il 25 marzo 1911: una tragedia purtroppo ancora ripetutasi nella cronaca recente.  
Silvia Stucky, artista versatile ed eclettica per tecniche e modalità espressive di linguaggio, sui generis per sensibilità orientale (o meglio Zen) della percezione, proseguendo la sua coerente ricerca, riservata e discreta, non cerca ma trova nella Natura la Bellezza del Creato. Ci invita a spogliarci del superfluo materiale con anima (pittura su stoffa) per entrare con “l'occhio della mente” ne Il giardino interiore con due alberi, come quello edenico. Seguendo il filo – anche fisico e dal colore marino – celeste di un percorso spirituale, Portando con me l'anima in lotta (foto sulla parete delle scale) lungo un metaforico sentiero (installazione) scevro da sovrastrutture, perciò nudo e scabro come la pietra. Salendo le scale di questa ascesa (quasi ascetico-catartica), siamo indotti a uscire all'aperto e, giunti sulla terrazza del bastione, entro un semiscalino circolare di pietra, a sederci in contemplazione per ammirare il mare, Immagine senza forma; metaforicamente immergendosi (vedi le citazioni tratte da La donna del mare di Ibsen), ascoltando il ritmico suono dell'andirivieni delle onde che scandiscono il battito del tempo. Entrando così in sintonia con l’elemento primario e primigenio.  Meta finale è l’unione e con/fusione con il mare, origine di ogni forma di vita, all'unisono con il cosmo, per arrivare a sentire il respiro dell’universo in armonia con l'Anima Mundi.
Patrizia Trevisi denuncia un potente monito all’umanità, colpevole di violare l’equilibrio della Grande Madre Natura, invitando al rispetto della Terra, generatrice ma resa sterile dall’uomo. L’artista indaga da anni sul tema della Grande Madre: Mater terribilis, è una potente statua tessile ispirata alla monumentale scultura arcaica fittile, colta nell’atto drammatico di reagire, scagliandosi a braccia levate, contro l’umanità rea di averla mutilata. La tela/pelle è magistralmente cucita così come le impressionanti grandi vulve/aperture, quasi fossero ferite, e trame/texture degli spettacolari arazzi In side I e Inside II. All’interno di un antro/utero è Afrodite, scultura simbolica della fertilità, maschile (per gli attributi) e femminile (il piedino simboleggiava la presenza della dea): Cielo e Terra, sempre in una continua Copula MundiTerra sterile è invece un’installazione esterna in juta e corda, alla quale rimanda l’egizio Inno a Iside (risalente al III-IV secolo a.C.), nel quale parla la dea generatrice, principio e fine del ciclo vitale, che definisce sé stessa al contempo madre e figlia, fertile e sterile. Quasi pronta, sulla terrazza del bastione, a essere fecondata dal manto celeste.
L’evento è una fertile contaminazione fra arte, archeologia, psicologia, mito, storia delle religioni, ricerca spirituale, letteratura, ecologia. La società odierna, sempre più volta alla tecnocrazia razionale, tende a obliare la memoria del passato, emarginando dall’insegnamento la storia dell’arte, intesa come critica, la musica, il teatro, la cultura classica e umanistica. Credo che l’artista debba invece risvegliare le coscienze per indicare la via del rispetto e della difesa della terra/natura, della memoria e della storia e l’interdisciplinarietà delle tradizioni culturali nel pacifico dialogo tra i popoli.

 di Antonio E.M. Giordano
Fig. 1 Floriana Celani, Spazio Tempo;
Fig. 2 Cecilia De Paolis, Clepsamia;
Fig. 3 Cielo Passione, Fabrizi Jet Orationes;
Fig. 4 Giulia Ripandelli, Fili di parole;
Fig. 5 Silvia Stucky, Il giardino interiore;
Fig.6 Patrizia Trevisi, Mater terribilis Inside II;
Fig. 7 Antonio E.M. Giordano, curatore della mostra;