Fabrzio CANTO - Mario MASTRAPASQUA

CORNICI XV - XVIII Secolo

Edizioni Reality Books  Roma 2015

La cornice non è solo un ornamento, ma assume un valore a volte più grande del dipinto”; sono le parole con cui Mario Mastrapasqua, che firma, insieme a Fabrizio Canto, questo importante volume dedicato alla catalogazione di Cornici antiche, dal XV al XVIII secolo, spiega una passione che lo ha portato a collezionarne oltre 120.

L’affermazione potrebbe sembrare esagerata ed auto referenziale ma non lo è se analizziamo bene gli stili, le linee, i profili, gli intagli, le incisioni, gli arricchimenti delle cornici con cui -con altrettanta competenza ed efficacia- i due autori hanno voluto illustrare il risultato delle loro pluriennali ricerche, dando alle stampe questo ponderoso repertorio –molto ben illustrato- di splendide realizzazioni. Un repertorio che copre tre secoli e che appare come una straordinaria e raffinata esemplificazione di un particolare settore dell'artigianato italiano (e non solo), quello delle cornici antiche appunto, irrinunciabile complemento di ogni dipinto di prestigio che, in molti casi, paiono talmente di qualità che non si sbaglia a considerarle oltre i confini di un manufatto sia pure di alto livello, bensì vere opere d'arte.

Si vedano, tanto per cominciare, queste due splendide opere (fig 1, 2) una realizzata a Roma, e definita “deliziosa, unica nel suo genere” p. 110, un’altra “di particolare eleganza” nel Nord Italia p. 108, risalenti più o meno alla stessa epoca (XVI – XVII sec.).

Ma soprattutto basta leggere quanto afferma con molta decisione Claudio Strinati, autore della Prefazione al volume, quando scrive che “la cornice in verità è un’opera d’arte essa stessa, indispensabile al dipinto che contiene, esprimendo il gusto di un’epoca e molte tendenze significative della mentalità, della cultura e della sensibilità di differenti periodi storici”.

In effetti, questo volume è la testimonianza della ragguardevole capacità creativa di maestranze di alto rango, “maestri artigiani” la cui “fantasia” e il cui “estro”, insiste il grande studioso “sembrano invero infiniti” . Ma nello stesso tempo non si può non considerare determinante per una giusta e confacente valutazione, quella “sorta di desiderio onnivoro da parte dei collezionisti che non conoscono limiti alla loro ricerca … tesi verso la scoperta di cornici sempre più belle e ricche”.

Ed è stato proprio questo desiderio che ha spinto l’altro autore del nostro volume, quello che certo oggi si deve ritenere uno dei maggiori conoscitori di questo settore, cioè l'antiquario romano Fabrizio Canto -erede di una dinastia di mercanti di alto livello- a dedicarsi alla ricerca ed allo studio del 'pezzo unico', del vero reperto antiquariale da poter prendere in esame non soltanto alla stregua di uno straordinario manufatto artigianale, ma anche come espressione di una determinata forma di bello nell’arte, “un elemento –scrive nell’Introduzione Franco Sabatelli, il grande esperto milanese autore di pubblicazioni fondamentali a questo riguardo- in grado di suscitare meraviglia amore e desiderio di possesso”.

Non va trascurato, tra gli altri meriti di Fabrizio Canto e di Mario Mastrapasqua, anche quello di aver recuperato e riportato in Italia autentiche rarità finite all'estero, generando un’attenzione particolare sulle cornici antiche ma dando anche lustro in questo modo ad altre manifatture di pregio ritenute troppo spesso di secondaria importanza, come ad esempio le placche, gli avori, gli arazzi, i cuoi e così via, ed invece espressioni anch’esse di una straordinaria quanto originale capacità creativa che ebbe certo maggiore rilievo e pratica nei tempi passati.

Si sa che il primo libro sulle “Cornici italiane del Rinascimento” (stranamente ignorato nella pur ampia bibliografia del nostro libro) risale alla fine del XIX secolo, esattamente al 1897, e fu scritto dall'antiquario veneziano Michelangelo Guggenheim (1837 – 1914), che ne prese in esame oltre 120 provenienti da musei, chiese e collezioni private. Colpito dalla scarsa attenzione che veniva riservata a questi manufatti e soprattutto dalla circostanza che non pochi direttori di museo non si preoccupavano affatto di sostituire le cornici originali con altre dell’epoca corrente, egli pensò bene che fosse necessario innanzitutto rilanciarne l’interesse e soprattutto che occorresse evitare che si perdesse -oltre che un autentico patrimonio di cultura- anche la testimonianza di come fossero evoluti nel corso del tempo i gusti e le tendenze dei committenti e di conseguenza gli stili e le realizzazioni che invece potevano aiutare a poter comprendere meglio i contesti e le diverse epoche in cui nacquero.

Si può dire che questo volume firmato da Canto e Mastrapasqua sia la testimonianza migliore dell'ormai rinato interesse per opere di questo genere, viste ora con occhio diverso rispetto al passato, anche in virtù di una maggiore capacità di valutazione. Di sicuro quindi non capiterà più quello che accadde al pur benemerito Guggenheim che fu costretto a pubblicare accanto ad opere originali dei rifacimenti moderni per illustrare alcune tipologie di cornici divenute non più reperibili (cfr Marilena Mosco ).

Le cornici illustrate dai due autori coprono, come dicevamo, un arco di tempo che va dagli inizi del XVI fino al XVIII secolo; la prima cornice illustrata, datata tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento, viene classificata del Centro Italia e certamente doveva contenere un dipinto religioso, probabilmente un’adorazione di Gesù, considerando l’iscrizione che riporta (fig 3).

Va detto però che già nel XIV secolo aveva preso piede a Venezia un’importante produzione di cornici d’arte patrimonio pressoché esclusivamente della bottega della famiglia Marangoni, una vera gilda di artigiani detti appunto “Marangoni della soaza” (il termine dialettale sta per ‘cornice’), autori di un particolare modo di intagliare il legno, fatto brillare grazie all'aggiunta dell'oro, che fino a qualche tempo fa si credeva dovesse esprimere quei riflessi luminosi e dorati tipici della città lagunare. Del resto certe loro creazioni non dovettero passare inosservate, se è vero che Giorgio Vasari avrebbe ricordato nelle sue “Vite” proprio l'intagliatore Giacomo Marangon ingaggiato per lavorare una pala d'altare ad Udine.

Esempi di cornici per pale d’altare non sono riportati in questo notevole repertorio, né poteva essere diversamente dal momento che i due autori hanno concentrato la loro attenzione sulle cornici da collezione, e comunque va sottolineato l’interesse nello stesso tempo di tipo estetico, stilistico e conservativo che caratterizza tutte le scelte da essi operate, dove vengono messe in risalto l'autenticità, la qualità e l'integrità delle cornici, ossia le caratteristiche basilari che dovrebbero sempre presentare per attirare l'attenzione della critica d’arte oltre che del collezionista. Ne possiamo riportare in questa sede solo alcuni esempi, avvertendo però che proprio tutte le opere illustrate nel libro meriterebbero l’attenzione del lettore. Come una “inusuale cornice a pentadecagono” del Centro Italia risalente alla metà del ‘500, o come la “imponente ricca cornice” piemontese della fine dello stesso secolo o ancora come la “ragguardevole cornice a battuta mistilinea” realizzata in Toscana nel ‘600. Né può essere tralasciata la cornice “a tondo” del Cinquecento (fig 4) ritenuta “esempio degli artigiani della scuola senese”, che con la sua particolare fattura richiama in qualche modo la straordinaria cornice del notissimo “Tondo Doni” michelangiolesco (1503-1504), che dovrebbe essere stata concepita nella bottega del famoso ebanista Domenico del Tasso (Firenze 1444 – 1508) anch’egli citato nelle Vite del Vasari grazie agli incarichi di rilievo che ebbe oltre che a Firenze, a Perugia e a Pistoia, collaborando in particolare con Giuliano da Majano, anche questi, insieme al fratello Benedetto, impegnato nei lavori artigianali d’arte sacra.

Le cornici presentate da Matrapasqua e Canto provengono come si può vedere scorrendo il libro da quasi tutta l’Italia, con alcuni esempi stranieri (Spagna, Olanda), ma è opinione consolidata che questo tipo di creazioni affondi le radici in una peculiare metodologia lavorativa più significativa nei tre centri di Venezia, Bologna e Firenze. Da qui in effetti a quanto si sa Donatello –allorquando scolpì per i Frari la statua lignea di san Giovanni racchiusa in una sorta di polittico ligneo di straordinaria qualità (fig 5 desk) - trasferì in laguna il gusto degli ornati a volute, delle decorazioni a fogliame, a palmette, a dentelli, a perle ecc, tratti direttamente dall'architettura classica e lavorati con l’uso della “pastiglia”, cioè l'impasto di gesso e colla colorata usato per i rilievi e che, tramite l'utilizzo di stampi, riempiva gli sfondi accentuando così la qualità artistica delle cornici. Un esempio è la cornice della metà del Cinquecento “decorata in pastiglia su sfondo bulinato” dove per l’appunto sporge il profilo di perle e agli angoli motivi di racemi e di gigli con fiori aperti e stilizzati al centro (fig 6 p22).

Questa tipologia di cornici “a fascia piatta” avrà fortuna un po’ dovunque tanto nella lavorazione a pastiglia, quanto a graffiti su fondo nero ed oro (fig 7 p 26), a corredo principalmente di dipinti a soggetto allegorico a carattere profano, oppure nei ritratti, dove anche compaiono non di rado le cornici nere ebanizzate e lavorate a guilloches tipiche soprattutto del nord Italia, e in particolare di Olanda e Fiandra.

Una notevole e meritata fama ebbe e tuttora riscuote presso gli appassionati la cornice detta Sansovino. Il nome viene da Jacopo Tatti allievo di Andrea Contucci, detto il Sansovino da cui per l’appunto prese l’appellativo. Nato a Firenze nel 1486 e trasferitosi appena ventenne a Roma, l’artista lasciò la capitale pontificia nel ’27 in seguito al “Sacco” per passare a Venezia dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1570. Non è questa la sede per ripresentare vita ed opere peraltro notissime di questo importante esponente del Rinascimento, ma la sua vicenda esistenziale può in qualche misura aiutarci a definire lo stile davvero particolare delle cornici che al suo nome vengono associate, apparendo una “integrazione” come è stata definita, di “elementi architettonici e scultorei lignei”.

Ne è un caratteristico esempio, una “straordinaria cornice” come scrivono Canto e Mastrapasqua che presenta “foglie stilizzate nel basso”, “putto alato rinforzato da due volute”, “festoni di frutti e fiori annessi alle figure zoomorfe (draghi)” oltre a “ghirlande di fiori e frutti” (fig 8).

Sono in effetti gli elementi che compongono solitamente la Sansovino veneziana che si riconosce proprio per i festoni di frutta, i fiori, i cartigli, i mascheroni sostenuti da cariatidi che compongono un insieme che movimenta l’intera struttura lignea.

Ma, come abbiamo detto, il Sansovino ‘artista’ si era formato a Firenze frequentando la bottega di Andrea Contucci, e quindi non per caso il modello fiorentino di cornice, pur portando la stessa denominazione, presenterà elementi decorativi che lo differenziano da quello affermatosi in laguna, dove le figure di cariatidi che spesso appaiono ai lati insieme a immagini di testine intagliate al centro, paiono riferirsi ad un esemplare originario tipicamente toscano.

Va detto che, secondo quanto viene riportato dalla letteratura del settore, ad un simile adattamento della Sansovino avrebbe partecipato Bernardo Buontalenti (Firenze, 1531 – 1608) (che non a caso univa nella sua persona le qualità dell’architetto e dello scultore) esponente molto in vista del manierismo toscano, i cui moduli ornamentali tipici delle architetture del tempo sembrano trasferirsi in questa alta manifattura, come appare in alcuni esemplari di gran pregio (fig 9, e  fig 10 v. in alto a dx)) dove già compaiono elementi che nel corso del XVII sec. evolveranno nelle cornici con volute ad orecchio di forma cosiddetta auricolare.

 

Meritano poi una particolare citazione alcuni modelli particolari per la loro importanza ed originalità, come ad esempio “una straordinaria cornice”, vero capolavoro di questo genere di manufatti, realizzata a Roma nel Seicento, e la “sorprendente cornice” genovese databile tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo (fig 11 p. 240) formata da “un putto laterale e due angeli” di cui uno “sorregge la corona granducale”, chiaro segno di una committenza prestigiosissima; e probabilmente ad una committenza ancor più prestigiosa dovrebbe farsi risalire il “grazioso modellino” (fig 12, p. 132) che gli autori datano al XVII secolo e riferiscono al Centro Italia, mentre si tratta probabilmente di un lavoro realizzato a Roma per i Borghese come paiono indicare i due draghi scolpiti in basso nel riquadro centrale e l’aquila in alto, presenti nel loro emblema.




Come abbiamo detto, un particolare rilievo in questo specifico settore lo riveste anche Bologna, soprattutto in ragione della presenza di un eccellente intagliatore, Andrea Marchesi da Formigine autore di molti importanti lavori nella città felsinea e soprattutto, per quanto ci riguarda in questa sede, di numerose cornici e ancone d’altare, tra cui l’ancona della Santa Cecilia di Raffaello; si può dire che la sua impronta si protrasse soprattutto nel corso del XVII secolo quando si affermò la scuola pittorica bolognese più legata al naturalismo, cosa che comportò un adeguamento in questa direzione degli ornamenti derivati dai veneti e dai manieristi toscani, pur privilegiando comunque motivi vegetali, come foglie d'acanto, di olivo, ecc., derivati ovviamente dalla natura.

Ed in effetti, nel pieno Seicento la cornice a foglie bolognese conoscerà un forte successo ed una notevole varietà di interpretazioni; ne abbiamo vari esempi (fig 1).

Va detto che tra gli intagliatori bolognesi del Seicento venne in uso particolarmente la lavorazione a mecca fatta con vernice trasparente a base di lacca passata su legno argentato. Una metodica lavorativa detta anche “oro dei poveri” forse avviata per venire incontro anche alle esigenze di committenti meno interessati agli ornamenti. E tuttavia, la preziosità di questi manufatti certo non si ridimensionò se pensiamo che intorno alla fine del XVII secolo si affermarono botteghe di grandi intagliatori in zone differenti d’Italia, ad esempio Fantoni, Brustolon, Parodi, Sete ed altri, a dimostrazione dell’importanza che continuò ad avere l’artigianato d’arte di grande livello.


Fabrizio CANTO - Mario MASTRAPASQUA

CORNICI XV - XVIII Secolo

Prefazione Claudio STRINATI

Introduzione Franco SABATELLI

Edizioni Reality Books  Roma 2015

Euro 120

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