Inizio premettendo che sono molto legata all'arte americana.

di
Giorgia TERRINONI
Da quando l'ho incontrata la prima volta, non l'ho mai più lasciata.
L'imprinting l'ho avuto con i Multiforms di Rothko. Da Rothko, poi, sono andata avanti e indietro nel tempo e nello spazio. E ancora avanti e indietro, nel tempo e nello spazio. A partire, dalla seconda metà degli anni Trenta e per tutti gli anni Ottanta, New York è stata un crocevia, sia in senso simbolico sia letterale. Questa città è stata teatro della grande storia d'amore tra il Vecchio Mondo e il Nuovo. Una storia idilliaca, alle volte; altre volte, conflittuale e burrascosa.
Questa premessa non motiva, ma contestualizza il fatto che io abbia molto a cuore il lavoro di Jean-Michel Basquiat e la sua persona dall'identità frammentata. Identità esistenziale e artistica, quella di Basquiat, tanto parte sia della New York metropolitana sia del suo sistema arte e, allo stesso tempo, totalmente altra.
Ho intenzione di parlare della mostra romana dedicata a Basquiat (Chiostro del Bramante, 24 marzo – 2 luglio, 2017) e della collezione dalla quale provengono tutte le opere esposte, la Mugrabi Collection. Ma prima, vorrei avere la possibilità di spendere alcune parole sul sistema espositivo – non saprei in che altro modo chiamarlo – che ruota intorno al Chiostro del Bramante.

Visitando la mostra di Basquiat, non mi aspettavo d'imbattermi in un’esposizione significativa. Quindi, sia chiaro fin da subito che il mio atteggiamento critico e polemico non origina da delusione. Lo spazio espositivo – e qui il povero Bramante non centra niente – è orrendo. Organizzarvi una bella mostra è pressoché impossibile. Ma non mi aspettavo nemmeno d’imbattermi in un’esposizione che mi generasse tanto imbarazzo!
Nei mesi scorsi il Chiostro ha ospitato un’altra mostra intitolata Love. L'arte contemporanea incontra l'amore. Era talmente immonda – mi si passi il termine – che mi è venuto naturale non scriverne affatto. Il sito del Chiostro la descriveva come '(...) una novità assoluta e imperdibile nel panorama delle proposte culturali capitoline degli ultimi anni che si candida a riportare la città di Roma in linea agli stessi livelli delle più stimate realtà espositive internazionali'. A me Love è sembrata un pessimo assemblage, non guidato da alcun accettabile criterio storico-artistico né tanto meno da alcuna reale scelta curatoriale. Quindi, mi venuto spontaneo chiedermi: a quale stimata realtà espositiva internazionale si sta allineando il Chiostro del Bramante?
All the Eternal Love I Have for the Pumpkins di Yayoi Kusama – uno dei masterpieces di Love – è stata definita (la fonte è sempre il sito) come una tra le opere più instagrammate al mondo. È possibile che sia vero. Anch’io uso Instagram e mi è capitato spesso d'imbattermi in immagini di visitatori che si fotografano all’interno dell’installazione di Kusama. In questo caso, anche uno scatto mediocre finisce per acquisire una scintilla di magia. Questo è un potere insito nel lavoro di Kusama, un’artista che, fin dagli anni Settanta, riesce a trasformare in bellezza la follia. Questo è, senza dubbio, anche un potere di Instagram, che è in grado di trasformare in bellezza la mediocrità. Nell’indurre entrambe queste trasformazioni, tra loro non confrontabili, c’è del genio. Nel proporre, invece, un evento che punta a fatturare come se fosse un percorso culturale, c’è un atteggiamento da truffatori. Detto in parole povere, si tratta di una truffa ai danni del visitatore.
L’arte contemporanea incontra l'amore non vuol dire niente! È un'affermazione che, per fare anche solo un esempio, non giustifica concettualmente l’accostamento tra Yayoi Kusama e Francesco Clemente. Così come la mostra su Basquiat non è una mostra su Basquiat. È una mostra su alcune opere di Basquiat provenienti dalla Mugrabi Collection. E non è nemmeno una mostra sulla Mugrabi Collection, perché la Mugrabi Collection è una collezione piuttosto vasta ed eterogenea.

Quindi, di che cosa parlano queste mostre?

Che genere di contenuti intendono passare al visitatore? La mia convinzione è che siano mere forme d’intrattenimento. E d’intrattenimento di basso livello. Travestite da cultura. Il Chiostro non è l’unico a proporne, mi sta solo fornendo l’occasione di osservare un fenomeno. Non intendo assumere un atteggiamento snobistico ma l’accessibilità a certa arte, contemporanea e non, non è immediatamente alla portata di tutti. Tuttavia, si può garantire al maggior numero di persone possibili una serie di strumenti per entrare in contatto con l'arte attivamente (e probabilmente le audioguide interpretate da tipologie umane simpatiche non rientrano in questa serie di strumenti). Il pubblico dell'arte non dovrebbe essere solo un numero da sommare ad altri numeri per poter scrivere che Love ha accolto ben oltre 150 mila visitatori. Una mostra può non avere la stessa vocazione didattica – e didattica non è necessariamente sinonimo di pedante – di un museo. Ma una mostra che riesce a far entrare oltre 150 mila visitatori dovrebbe aver voglia di lasciare qualcosa a quei visitatori. Perché ha preso la loro attenzione, il loro tempo, anche i loro soldi.
Qualcuno dovrebbe aver voglia di spiegare al visitatore che paga il biglietto per la mostra di Basquiat che quella non è una mostra sul lavoro di Basquiat, ma solo su alcune delle sue opere raccolte da Yoseph Mugrabi, un industriale israeliano che, dai primi anni Ottanta, colleziona arte contemporanea. La collezione nasce dal sodalizio newyorkese tra Mugrabi e Jeffrey Deitch. Jeffrey Deitch ha definito se stesso come una delle poche persone ad aver rivestito ogni singolo ruolo nell’arte contemporanea. C’è parecchio narcisismo in quest’affermazione, ma c'è anche del vero.
All'epoca dell'incontro con Mr. Mugrabi Deitch era un mercante d'arte ed anche era parecchio amico di Basquiat. Nella mostra, non emerge in alcun modo il potere della figura di Deitch, il suo essere parte integrante di una rete dalla trama molto fitta. E questo è abbastanza grave perché non ha solo a che fare con le vicende del mercato dell'arte e del collezionismo, ma anche con Basquiat e con la città di New York. Ai tempi di Basquiat, la città era ancora il sacrario dell'establishment dell'arte e, al contempo, degli umori underground. Basquiat è appartenuto a entrambe le dimensioni. Ed è appartenuto alla città di New York. Mi permetto di sottolineare ciò perché il titolo per esteso della mostra è Jean-Michel Basquiat. New York City. Al Chiostro, la relazione tra Basquiat e la città prende forma fisica nel passaggio tra il primo e il secondo livello. Mentre salivo le scale, il mio imbarazzo ha raggiunto lo zenith. Dal momento che la prima fase dell'attività di Basquiat - quella  graffitara che cade sotto il segno di SAMO© - non poteva essere rappresentata in mostra, il curatore ha ben pensato di ricreare sui pianerottoli la dimensione underground, anche un po' noise, che appartiene al primo Basquiat. Ok, io sono cresciuta 'a pane e graffiti', ma persino un adolescente  di oggi si rende immediatamente conto di quanto fasulla sia questa atmosfera.
Questa scenografia da sit-com per nostalgici non riesce neanche lontanamente a evocare il graffitismo newyorkese. Figuriamoci se riesce a evocare la rabbia, l'eccitazione per la trasgressione, la metropoli, la metropolitana, la sottocultura, la musica urlata, le droghe, etc. Per un eccesso di rigore mi piacerebbe aggiungere che SAMO© nasce come un duo composto da Basquiat e Al Diaz. Va bene che Al Diaz, a differenza di Basquiat, non è diventato una star. Ma, in questo caso, la dimensione del duo ha a che fare con un senso di collettività. E la collettività, come anche la comunità, ha a che fare con il graffitismo. Basquiat non è appartenuto del tutto al mondo dei graffiti, ma dopo averlo frequentato ed essersi impossessato della sua dimensione vernacolare, l'ha tradotta in altro. Ma è una dimensione importante. Andrebbe spiegata. Ai visitatori più giovani potrebbe anche piacere molto.
Ci sarebbe ancora parecchio da dire, ma rischio di eccedere con la polemica.
Chiudo con un'ultima osservazione relativa alla sala che celebra la collaborazione di Basquiat con Andy Warhol. Almeno, questa volta, Francesco Clemente è stato risparmiato! L'incontro tra Basquiat e Warhol è stato un fatto piuttosto importante per Basquiat, meno per Warhol. Ma la collaborazione artistica nata a seguito di quest'incontro è stata tutt'altro che memorabile. Fu una trovata commerciale, presto rivelatasi un fiasco. E le opere che ne sono venute fuori sono, tutto sommato, brutte. Non voglio sostenere che la relazione tra i due artisti non vada menzionata, ma le andrebbe restituita un po' di autenticità. Non dovrebbe essere descritta solo come l'incontro magico tra due personalità geniali o come una sorta di ricongiungimento familiare tra un padre è un figlio immaginari. Questo non tiene conto di troppe cose: della già citata natura commerciale della collaborazione; dell'identità complessa, anche in materia di natura sessuale, di entrambi gli artisti; del cul de sac  nel quale, in quel periodo, si trovava la carriera artistica di tutti e due. Per ragioni assolutamente diverse Basquiat e Warhol erano in una fase di declino.

La mia opinione è che tutte queste e altre cose andrebbero dette e mostrate.

Andrebbe trovato il modo di comunicarle. Il modo per farle arrivare al pubblico. Una mostra, forse anche una mostra commerciale, poiché pretende l'attenzione, il tempo e il denaro dello spettatore, dovrebbe almeno restituirgli qualcosa. E questo non è certamente compito di Basquiat!
di
Giorgia TERRINONI      
Roma 26 / 3 / 2107

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