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Bellotto e Canaletto a Milano: il fascino del vedutismo (fino al 5 marzo)

Una esposizione importante che mette a confronto i capolavori dei due grandi interpreti del vedutismo (di Mario Ursino)


Bellotto e Canaletto. Lo stupore
e la luce

Milano. Gallerie d'Italia (di piazza Scala)
fino al 5 marzo
di
Mario URSINO
 
Forse, prima di elogiare la bellissima mostra allestita alle Gallerie d’Italia a Milano per i due grandi vedutisti veneziani, Antonio Canal (Venezia 1697-1768) e suo nipote Bernardo Bellotto (Venezia 1722 - Varsavia 1780), mi piace ricordare le parole di Goethe nel suo diario del 1786:
Ed ora io vedo viventi tutti i miei sogni di gioventù; le prime acqueforti di cui io abbia memoria (mio padre aveva molte vedute di Roma appese un una sala della nostra casa) io le vedo ora in realtà; tutto ciò che in pittura e disegno […] da lungo tempo conoscevo, sta ora nell’insieme davanti a me…”.

Ma cosa vedeva e cosa gli “stava davanti”, Goethe lo scriveva nel suo Italienische Reise (Viaggio in Italia). Il grande poeta e scrittore vedeva appunto ciò che noi oggi possiamo ammirare nella rassegna dei due pittori veneziani più sopra citati. Mi sembra inoltre opportuno ricordare che questi due sommi artisti del sec. XVIII non sono coloro che hanno inventato e lanciato la fortunatissima moda delle “vedute” di città; difatti l’artista che per primo ha elevato la rappresentazione “larga” della veduta cittadina è stato un olandese, Gaspar Adriaensz van Wittel (Amersfoot 1653c. - Roma 1736) (si vedano ad esempio la splendida Piazza del Quirinale, del 1684, Roma, Palazzo Barberini e Veduta di Piazza Navona, 1699, Venezia, Museo Correr); il van Wittel fu anche uno dei primi che fece uso per le sue vedute della camera ottica; seguirà presto il suo esempio il friulano Luca Carlevariijs (Udine 1693 - Venezia 1730), considerato anch’egli un precursore di Canaletto e Bellotto, rimasto meno noto di questi ultimi, poiché, a mio avviso, le sue vedute sono più convenzionali, meno “larghe”, nonostante abbia fatto uso anche lui della camera ottica, che ebbe poi larga diffusione tra artisti quali Guardi, Marieschi, Panini, Ducros, J.Vernet, sino a Jacob Fhilipp Hackert (Prenslau 1737 - Firenze1807); non a caso quest’ultimo è divenuto amico di Goethe, conosciuto a Napoli, e con il quale si è ritrovato a Roma a percorrere la campagna romana alla ricerca di soggetti da dipingere. Della camera ottica possiamo persino vedere un esemplare, che si dice sia appartenuto al Canaletto, conservato al Museo Correr a Venezia ed ora esposto nella mostra Canaletto e Bellotto lo stupore e la luce, a cura di Bozena Anna Kowalczyk con il coordinamento di Gianfranco Brunelli, dal progetto espositivo promosso e curato da Intesa Sanpaolo, visitabile fino al 5 marzo 2017.

Purtroppo dell’illustre precedente di van Wittel non si tratta nell’accurato catalogo della mostra milanese, ma non è cosa grave; la mostra allinea oltre novanta eccellenti dipinti dello zio e del nipote, con una netta prevalenza di quest’ultimo (74 opere del Bellotto a fronte  di una quindicina del Canaletto, se ho contato bene). Del resto è stata necessaria la messa a fuoco della diversità fra i due pittori, ancorché parenti: le prime opere del Bellotto quasi non si distinguono da quelle del Canaletto, anche negli appropriati confronti e abbinamenti (si vedano taluni lavori romani dei due esemplari vedutisti: del Canaletto, Il Foro romano verso il Campidoglio col tempio di Castore e Polluce, 1742, appartenente alla The Royal Collection (cat. n. 38), col medesimo soggetto del Bellotto dello stesso anno, coll. priv., e ancora del Bellotto, Il Foro romano verso il Campidoglio, 1743, Melbourne, National Gallery of Victoria (cat. n. 40); del Canaletto Il Canal Grande, verso est, da Palazzo Loredana Cini in Campo San Vio, 1728-1729, della prestigiosa The Royal Collection, e il medesimo soggetto del Bellotto del 1742, Londra, coll. priv (cat. n. 13), e poi, sempre del Canaletto, Il molo verso ovest, con la colonna di San Teodoro a destra, del 1738, Milano, Castello Sforzesco, e il medesimo soggetto del Bellotto, 1739c., coll. priv.), dipinti questi ultimi pressoché sovrapponibili, ad occhi non troppo esercitati del comune visitatore, ma che la curatrice Anna Kowalczyk ci fa vedere con l’acutezza dell’esperta del Settecento veneziano; cosicché ci appare la luce limpida dei lavori canalettiani e quella altrettanto netta del Bellotto, ma soffusa, velata, con una “gamma di colori, fredda, con una prevalenza di vari toni di ocra e blu nelle vesti delle figure, con rari tocchi di rosso ben distribuiti e la presenza del lillà, introvabile nel Canaletto” (cfr. p. 68).

Quindi già dagli anni dell’apprendistato a Venezia tra il 1736 e il 1740 si evince la differenza della luce che distingue il nipote dallo zio. Entrambi gli artisti si esercitano pure sul tema del Capriccio, scambiandosi anche in tal caso temi con rovine immaginarie (altra moda o tendenza di cui il massimo interprete sarà il Panini). Ma il Bellotto ci fa  vedere autentici squarci di imponenti rovine romane come le due versioni de L’Arco di Tito, del 1743-44, tra luce e ombra, da scatto fotografico si potrebbe dire (niente a che vedere col Caravaggio, per carità!, di cui nel secolo del lumi se ne era perduta la traccia), che, con lo stesso soggetto del Canaletto, L’Arco di Tito, del 1742, nella The Royal Collection, rappresentano vedute classiche per personaggi da Grand Tour.

A Roma inoltre in Bellotto troviamo immagini di rovine con scene di figure nell’atto di gesti quotidiani in sontuose riprese della Piazza San Giovanni e di Piazza Navona (cat. nn. 47 e 49), nel contrasto tra luce e ombre, più accentuato che nelle opere di Canaletto.

Bellotto dal 1740 inizia il suo peregrinare, prima a Firenze: si veda la sua Piazza della Signoria del 1740, del Museo di Budapest (cat.n.19), che appare più vasta di quanto sia in realtà; in seguito sarà anche a Milano e a Torino, di cui lascia esempi di alta qualità, per concludere poi la sua straordinaria avventura pittorica a Dresda, continuando a dipingere vedute e immagini di quella città, dove accentua il suo naturale senso della malinconia, anche perché la luce del nord non potrà mai eguagliare quella italiana, e, come ha scritto Stendhal nel suo Roma:“La luce che rischiara i monumenti di Roma è differente da quella che noi abbiamo a Parigi. Da ciò una quantità di effetti e una fisionomia generale che è impossibile rendere con le parole”.E infatti Canaletto e Bellotto l’hanno resa solo con la pittura.
di
Mario URSINO                                 Roma, 13 dicembre 2016             
 
   

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