Bernardino Luini, Pinacoteca Ambrosiana, mostra Palazzo Reale Milano

Bernardino Luini_AmbrosianaÈ successo poche settimana fa: la celebre Sacra famiglia con sant’Anna e san Giovannino della Pinacoteca Ambrosiana è stata ritirata dalla mostra milanese di Palazzo Reale “Bernardino Luini e i suoi figli” perché dopo quattro secoli è stata messa in dubbio dai curatori, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, la sua appartenenza al corpus del grande pittore lombardo.


La tela, acquistata nel 1609 dal cardinale Federico Borromeo, sotto il profilo attributivo ha resistito per secoli come opera di Bernardino Luini. I curatori della mostra milanese, con una scheda di sei pagine, hanno spostato il dipinto agli eredi del pittore e i responsabili dell’Ambrosiana, irritati, per tutta risposta - e a mio avviso erroneamente - si sono ripresi il dipinto rifiutandone la nuova attribuzione, neanche fosse definitiva e irrevocabile. Sarebbe stato interessante, invece, dare la possibilità a pubblico e appassionati di formarsi la propria opinione, visto l’ideale contesto di confronto diretto offerto dall’esposizione, magari organizzando a conclusione della stessa una tavola rotonda allargata ad altri studiosi per discutere la fondatezza dello spostamento attributivo, stante l’alta qualità dell’opera e le legittime pretese del prestatore.

La querelle tra le due istituzioni presta il fianco a ulteriori considerazioni, atteso che nel mondo della cultura vi è stata una mezza rivoluzione a suon di petizioni sul ritiro dell’opera da parte dell’Ambrosiana, che comunque, in qualità di proprietaria, se da un lato ha esercitato un diritto più che legittimo, che attiene al potere uti dominus della cosa, al contempo ha perso l’occasione per difenderla.

Questo atteggiamento di chiusura, che nel mondo dell’arte è tutt'altro che isolato e che di fatto crea fazioni di Guelfi e Ghibellini, nuoce alla verità storica creando zavorre ideologiche di stile feudale che bisognerebbe rimuovere. Purtroppo, chi esprime un’opinione sull’attribuzione di un’opera diversa rispetto a quella accreditata nel tempo spesso viene accolto come qualcuno che offende, anziché come soggetto libero di esprimere il proprio pensiero o che addirittura potrebbe aiutare a migliorare la conoscenza storica.
La vicenda del dipinto dell’Ambrosiana porta a osservare che, riguardo a usi e consuetudini, nel campo della storia dell’arte e delle attribuzioni delle opere sembra vigere lo stesso criterio che osserviamo nel campo del diritto. Per semplificare, spieghiamo che usi o consuetudini sono comportamenti umani non codificati nel diritto, ma che essendo esercitati dai cittadini nel tempo assumono qualificazione giuridica, nonostante appunto vi sia la mancanza di una norma scritta che li legittimi.

Nel campo minatissimo delle attribuzioni delle opere d’arte antica sembra vigere lo stesso principio, ossia: siccome un critico Tizio in passato ha attribuito un dipinto al pittore X  (supponendo tra l’altro che sia stato studiato dal vivo, cosa che spesso non avviene) tale posizione critica, col passare del tempo e a furia di essere riportata in successivi studi sul pittore X, spesso senza alcuna verifica, viene per usucapione (diritto acquisito sul bene in virtù di possesso continuato nel tempo) assegnata al corpus delle opere eseguite dal pittore X.
Tra gli inconvenienti della storia dell’arte vi è che spesso accade che sulle opere si scriva senza averle viste e valutate dal vero, o affidandosi a quanto si suppone sia stato fatto bene da altri, come mostreremo più avanti. Ciò vale anche per i documenti che riguardano opere e biografie dei pittori, spesso riportati senza essere ulteriormente verificati. A causa dei mancati controlli, si pubblicano però documenti storici non del tutto veritieri, magari finalizzandoli a sostenere una verità parziale e contingente all’argomento trattato, che, se ritenuta in buona fede verità assoluta dalla critica successiva che se ne avvale, finisce per generare acquisizioni di fatti o cose sempre più improprie, che allontanano progressivamente dalla realtà.

Caravaggio attr__San Girolamo_Monastero di MontserratUn esempio inquietante di come gli “usi” e le “consuetudini” della storia dell’arte tendano a consolidare verità infondate, arriva da una recente mostra tenutasi a Forte di Bard, in Valle d’Aosta, dove erano esposti alcuni capolavori appartenenti al monastero di Monserrat, tra cui un San Girolamo attribuito a Caravaggio, venduto nel 1915 dalla famiglia Magni come Jusepe de Ribera.

La scheda del quadro, esposto più volte in Italia dal 1951 sino al 2001, riportava le misure cm 145,5 x 101,5. Nel catalogo della mostra del 2001 a Palazzo Giustiniani, curata da Silvia Danesi Squarzina, ultima esposizione italiana del dipinto prima di quella aostana, il dipinto misurava cm 137 x 100. Nelle più recenti monografie sul Caravaggio il dipinto è stato pubblicato con le seguenti misure: almeno due volte, cm 137 x 100; molte volte, cm 118 x 100; tante altre, cm 110x81. Qualcuno di certo osserverà, forse a ragione, che le misure sbagliate più volte non siano rilevanti in via generale, ma come non riflettere sul fatto che gli usi e le consuetudini della storia dell’arte, che in questo caso addirittura prendono quattro strade diverse, costituiscano un serio elemento problematico? Chi ha pubblicato il dipinto, facendolo consolidare nel tempo nel corpus delle opere del Merisi, che rapporto di studio ha avuto con l’opera? Sicuramente sbagliato in termini di centimetri.

Purtroppo gli errori e i balletti sulle attribuzioni spesso producono guai. Il mercato dell’antico, che vive un momento di assoluta flessione economica ormai decennale, deve molto anche all’incertezza che ruota nel mondo delle attribuzioni, soprattutto sull’arte del ‘600. Il mercato attuale, anche a causa di tali incertezze, vira verso l’arte contemporanea perché questa offre molte più sicurezze a investitori e collezionisti. Non ci può dunque meravigliare se opere di firmate e datate di maestri moderni passino nel mercato con quotazioni stellari che superano di molto i grandi maestri antichi. Il discorso è complicato e periglioso e non si può risolvere banalmente su due cartelle da rivista: forse, però, per amore di un’arte irripetibile come quella rinascimentale e barocca, sarebbe il caso di mettere da parte di tanto in tanto i nomi appiccicati all’opera, oltremodo condizionati dal commercio, e cercare di apprezzarla per la qualità e il pathos che in essa ha espresso l’autore, chiunque sia stato.

Negli ultimi decenni si è assistito sul mercato antiquario, sotto l’impulso di molte case d’asta, a una vendita di nomi più che di capolavori. Un esempio lampante per tutti potrebbe riguardare i troppi dipinti assegnati al Guercino: dipinti addirittura passati da un’asta all’altra dapprima assegnati alla bottega e dopo due mesi direttamente al maestro con una rivalutazione economica esagerata. Risultato? Caduta del Guercino “attribuito” sul mercato.
Ma perché se un’opera assegnata alla bottega viene valutata 10, pochi mesi dopo attribuita al maestro deve valere 100? Cosa è cambiato in questo intervallo di tempo nell’opera, sotto il profilo artistico? Nulla evidentemente. Ma cosa conta veramente: la qualità (e il valore estetico) dell’opera o il nome? La discesa precipitosa del mercato dell’antico cui abbiamo assistito negli ultimi 10 anni è frutto anche di questa distorsione alimentata da buona parte di coloro che ruotano nel settore: possiamo sperare in un futuro migliore?
Renato Di Tomasi, 29/06/2014
 

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