Accoppiamenti giudiziosi”

nel nuovo allestimento (mostra)
della Galleria Naz.le d'Arte Moderna e Contemporanea

Vorrei essere il Robespierre della borghesia milanese; ma non ne vale la pena”, ha sentenziato il grande scrittore Carlo Emilio Gadda (1893-1973) in uno dei “diciannove temerari racconti” riuniti appunto nel volume “Accoppiamenti giudiziosi” del 1963, nei quali, secondo le parole di Gianfranco Contini (1912-1990), uno dei massimi critici del Novecento, lo scrittore si è dedicato sempre “a una incessante sperimentazione”.

Questa premessa mi è venuta alla mente di fronte alla più radicale delle trasformazioni che le collezioni abbiano subito nel nostro museo nazionale d’arte moderna. La nuova direttrice, Cristiana Collu, è dunque il novello Robespierre dello storico museo romano sito in Valle Giulia dal 1911, e traghettato nella contemporaneità dalla mitica Palma Bucarelli (1910-1998) sin dagli anni Quaranta del Novecento?

In un certo senso mi sento di affermare di sì, anche perché appartengo ad una generazione di storici dell’arte che non hanno mai messo in dubbio il metodo storico-critico di impostazione crociana; ma questo devo dire che è un fatto puramente autobiografico.

Cristiana Collu, pur essendo una valente storica dell’arte, è nota per il suo impegno nella “promozione della creatività come ricerca primaria ed essenziale…”; infatti, nella presentazione del nuovo allestimento ha spiegato con molta chiarezza le ragioni del nuovo corso nell’esibire una buona parte delle storiche collezioni del museo, avulse da ogni pregiudizio storico-critico, criterio ispirato dai noti versi scespiriani Time is out of joint; si ha quindi una distribuzione sincronica per accostamenti concettuali, tematici (ma pure formali, e, a mio avviso, è questa la maggiore novità), cosicché non deve stupire, per esempio, trovare un’opera di Lucio Fontana nella stessa sala dove sono esposti dipinti di Boldini, sculture di Troubeskoj di estrema eleganza, cui fa appunto eco quella di Fontana, giocata su forme astratte, materiche di neri e ori, che ci fa percepire la piacevolezza estetica di opere tanto distanti tra loro nella comune accezione storico-critica.

La stessa cosa si può dire per la Cleopatra dello scultore Balzico nel riflesso del Nudo disteso di Modigliani, o, dello stesso Modigliani il famoso ritratto della Signora del Collaretto accanto ad un’opera esotica che solo una personale percezione psicologica può rimandare ad un formalismo primitivo (del quale il Modigliani del resto non ne fu in qualche modo esente); e gli esempi potrebbero continuare, anche se talune associazioni destano perplessità semantiche e difficoltà nella loro decodificazione. Ma tant’è. Giova tuttavia al tutto il ripristino luminoso e arioso dell’edificio del Bazzani: tutti gli spazi sono stati restituiti alla purezza di un bianco splendente, e talune pareti vuote possono assumere (con uno sforzo concettuale) anche valore simbolico della nostra contemporaneità, quale vuoto come area di libertà che può riempirsi da un momento all’altro della “fluidità” caratteristica del nostro tempo, come ha teorizzato il sociologo Zygmunt Baumann. Del resto di globalismo e multiculturalismo sono già abbondantemente intrise le affollate società occidentali. E appunto nella folla della produzione artistica odierna (la Biennale veneziana docet), la rivoluzione estetica di Cristiana Collu dovrebbe apparire non come un confuso e antistorico mescolamento dell’arte di ieri e di oggi, ma andrebbe sentita viceversa come un momento di ordine e di riflessione, sia per la critica, ma anche per il pubblico amante dell’arte, come il filo rosso che scorre costantemente nella “stratificazione” temporale che accomuna quasi sempre ogni autentica opera d’arte.

di Mario Ursino

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