MINDFUL HANDS:


I CAPOLAVORI MINIATI DELLA FONDAZIONE GIORGIO CINI DI VENEZIA

 
di Renato DI TOMASI

 
Curata da Massimo Modica e Federica Toniolo la Fondazione Giorgio Cini di Venezia mette in mostra 133 capolavori, selezionati dalle 236 opere, oggi di proprietà della fondazione, orgoglio e ricchezza collezionistica paragonabile solo alla Lehman del Metropolitan Museum di New York o alla Wildenstein del Museé di Marmottan di Parigi.
Le opere furono acquisite dal conte Vittorio Cini nel 1939 dalla libreria antiquaria milanese Hoepli e donati alla fondazione omonima nel 1962.
 
La miniatura spesso a torto definita da alcuni arte minore è un’arte, per così dire, primitiva, che ha un fascino del tutto particolare con i colori sfavillanti -gli azzurri dei lapislazzuli, il rosso cinabro e l’espandersi dell’oro- che illustrano scene dei libri di diritto canonico, civile e penale o di letteratura, a partire dal XII secolo, raffigurando martirii di santi o scene di genere che con pochi centimetri conquistano la scena.
 
Come approfonditamente spiega Antonio Paolucci in un notevole articolo apparso l’8 marzo 2015 sull’Osservatore Romano, l’importanza della miniatura come arte e non lavoro artigianale ce la tramanda Dante Alighieri che nel canto XI del Purgatorio della Divina Commedia, incontra  il miniatore umbro Oderisi da Gubbio
Fra i superbi Dante scorge una persona un tempo conosciuta. E’ Oderisi da Gubbio, un grande miniatore umbro della generazione precedente. Dante uomo di libri, non poteva non conoscerlo. E ora lo ferma…lo trattiene e gli chiede in tono colloquiale, quasi affettuoso…Non se’ tu Oderisi/ l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte/ ch’alluminar chiamata è in Parisi…”
 
Con questi versi è proprio Dante il primo a riconoscere la miniatura come un’arte a sé e a descriverne la portata. Ed è proprio utilizzando il termine illuminare, anziché miniare, sulla carta che Dante conferisce  lustro all’arte del miniatore.
 
La risposta che il miniatore Oderisi -che sta gravato dal masso della sua superbia- dà a Dante è:
 “Frate più ridon le carte/ che pennelleggia Franco Bolognese/ l’onore è tutto or suo, e mio in parte”.
 
Da questo fantastico colloquio contenuto nel canto del Purgatorio emerge un dato storico interessante, ovvero, l’affermarsi della scuola bolognese nel campo della miniatura. Oderisi da Gubbio era finito nel girone dei superbi per non aver riconosciuto la superiorità del suo rivale nell’arte. Il ridon le carte di Dante, fece affermare nel secolo scorso a Roberto Longhi che con queste parole iniziava la critica dell’arte, infatti, il ridere delle carte è riferito alle scene miniate che in pochi centimetri raffigurano storie di pittura gotica, che, se da un lato accompagnano le storie di austeri testi letterari, dall’altro alleggeriscono la portata intrinseca del volume.
 
La mostra lagunare raccoglie creazioni del XII e XVI secolo delle più significative scuole italiane di miniatura, dalle iniziali geometriche di Taddeo Crivelli al ferrarese Franco dei Russi che lavorò per Federico di Montefeltro, al Beato Angelico. Il progetto espositivo in collaborazione con l’atelier Factun Arte di Adam Lowe, esperto di tecniche digitali, consentirà al visitatore attraverso supporti digitali di apprezzare con animazioni e riproduzione su ampia scala due dei volumi più preziosi in mostra: Il Martirologio di Ferrara e l’Offiziolo di Ludovico il Moro. Inoltre, i visitatori avranno la possibilità di toccare e sfogliare da vicino un facsimile. Si vedranno gli ingrandimenti delle preghiere per i condannati della compagnia di Battuti di Ferrara.
 
Esposizione: Venezia, Isola di San Giorgio Maggiore 17 settembre 2016-8 gennaio 2017 dal lunedì alla domenica, tranne mercoledì, dalle ore 11,00 alle ore 19,00 Ingresso € 12,00 intero, € 7,00 ridotto.

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