Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento


La stagione primaverile dello spazio espositivo delle Scuderie del Quirinale si presenta quest’anno al pubblico con “Correggio e Parmigianino. Arte a Parma nel Cinquecento”, con l’intenzione di raccontare il dialogo tra i due grandi protagonisti della cultura figurativa parmense della prima metà del secolo.

Diciamo subito che fatta salva la straordinaria qualità delle opere, peraltro –ed ovviamente- tutte molto note, diverse cose nell’esposizione non quadrano a dovere. L’allestimento scenografico suddivide le dieci sale del percorso in altrettanti temi, curati da David Ekserdijan, che narrano le vicende artistiche dei due maestri e di alcuni esponenti della cosiddetta “Scuola di Parma” secondo la settecentesca definizione di Luigi Lanzi, ripresa dal curatore nel saggio in catalogo edito da Silvana, che tuttavia non ci pare adeguato a poter sciogliere i dubbi di quei molti studiosi che non credono sia mai esistita. I dipinti provengono da musei italiani e stranieri tra i più importanti dal Prado, al Louvre; dalla National Gallery, al British Museum; dal Metropolitan alla Morgan Library; dalla National Gallery di Washington, e ancora dagli Uffizi, da Capodimonte, dalla Galleria Nazionale di Parma e dalla Galleria Estense di Modena.

Aprono il percorso la tavola con il Matrimonio di mistico di santa Caterina (Napoli, Museo di Capodimonte) di Correggio e quella con il Matrimonio mistico di santa Caterina e san Giacomo Minore (Parigi, Musée du Louvre) di Parmigianino che esprimono il chiaro proposito del curatore di dimostrare, attraverso il confronto diretto, le diverse personalità dei due artisti. E si conferma quanto già noto ed acclarato, circa Correggio, ardente ed emotivo, sempre mosso dal desiderio di dare espressione all’intera gamma dei sentimenti umani, dalla gioia al dolore, diversamente da Parmigianino lontano da questa carica emotiva, ma raffinato interprete della grazia dei movimenti e delle pose, che esprime soprattutto nell’approccio alla ritrattistica.
Ma se è vero che, come in questo e in molti altri casi, tradurre un evento in linguaggio pittorico determina solitamente risultati differenti, frutto delle diverse psicologie, oltre che di un differente background culturale, questo evento espositivo avrebbe potuto essere l’occasione per analizzare più a fondo i motivi di tale contrastante caratterizzazione (che comunque non ridimensiona affatto la capacità di presa e di coinvolgimento dei due artisti) forse ricercandoli, in quegli anni di forti sconvolgimenti, dentro un più ampio contesto che probabilmente comportò un differente approccio critico nei confronti della realtà, e forse una più forte tensione a trasferirla in modelli compositivi. Qualcosa che in questa mostra a nostro parere, resta nell’ombra.

Gli anni giovanili dell’Allegri sono raccontati, tra gli altri, dalla Madonna Barrymore e dal Matrimonio mistico di Santa Caterina con sant’Anna, san Francesco e san Domenico, in prestito entrambi dalla National Gallery di Washington. Spetta allo splendido Ritratto di Lorenzo Cybo (Copenaghen, Statens Museum for Kunst) testimoniare gli esordi del Mazzola, per il quale il Vasari scrisse che «sentendo la fama di costui, il signor Lorenzo Cybo, capitano della guardia del papa e bellissimo uomo, si fece ritrarre da Francesco, il quale si può dire che non lo ritrasse, ma lo facesse di carne e vivo».

Una breve sezione dedicata alla maturità dei due artisti, dove però vanno segnalati il Noli me tangere del Prado di Correggio e la Conversione di Saulo del Parmigianino, concessa dal Kunsthistorisches di Vienna, indirizza alle successive sale in cui la lettura cronologica si interrompe a favore di un percorso tematico non sempre esaustivo e coerente.
E’ una delle non piccole incongruenze che purtroppo si devono registrare, cui si aggiunge, nella sezione dedicata alle mitologie, la clamorosa assenza dei dipinti della serie degli amori di Giove di Correggio, che ci si sarebbe aspettato di trovare finalmente riunita e che invece è rappresentata dalla sola Danae della Borghese : una cocente delusione, che non può essere spiegata solo con le difficoltà che si registrano di solito con certe istituzioni museali riguardo ai prestiti di dipinti.

Da musei italiani provengono la cosiddetta Schiava turca e l’Antea, le due opere di Parmigianino che si faranno maggiormente apprezzare, soprattutto dal grande pubblico. Il ritratto di donna con l’elaborato turbante, né una schiava, né una turca, è una idealizzazione della bellezza femminile, realizzato forse per soddisfare il diletto maschile. Non è una persona reale neppure l’Antea, tradizionalmente ritenuta il ritratto di una cortigiana romana, invece più probabilmente rappresentazione di una bellezza ideale.

La sezione che si presenta a nostro parere maggiormente interessante è quella dedicata ai disegni, che riunisce un corpus notevole del Correggio, un disegnatore di straordinario talento soprattutto nell’uso della matita rossa, di cui fa un utilizzo estremamente vario. Più prolifico Parmigianino, abile sia nell’uso della penna che dell’acquerello, ed anche della matita rossa e nera, talvolta con lumeggiatura bianca. Gli esempi esposti dimostrano l’eclettismo dell’artista che accanto a un’ampia gamma di studi preparatori incredibilmente spontanei – si veda il Progetto per parte della decorazione della volta in Santa Maria della Steccata a Parma - e al tempo stesso straordinariamente compiuti, per dipinti e altri progetti – Studio per la “Madonna dal collo lungo” –  affianca raffigurazioni di scene della vita quotidiana di grande vivacità – Donna seduta a terra mentre allatta il bambino - ed evocazioni poetiche della bellezza del paesaggio oltre che immagini erotiche.

A questo gruppo si aggiungono alcuni fogli di Michelangelo Anselmi, Gerolamo Mazzola Bedoli, Giorgio Gandini del Grano e Francesco Maria Rondani, esponenti della discussa “Scuola di Parma”. Del Rondani è esposto l’unico disegno sopravvissuto riconducibile a un suo dipinto noto: una Madonna col Bambino, a matita rossa che è uno studio per una pala d’altare firmata, conservata nella Galleria Nazionale di Parma.

Un’ultima osservazione non può essere sottaciuta e riguarda il parterre di collaboratori scelto da Ekserdijan per questa iniziativa.  
Non compaiono tra i curatori, né tra i compilatori delle schede e neppure nella bibliografia i nomi di esperti autorevoli almeno tanto quanto altri pure chiamati a partecipare. Difficile credere che ad, esempio, una studiosa come Maria Cristina Chiusa, forse la più attenta e nota indagatrice della figura e dell’opera di Correggio e di Parmigianino oltre che dell’ambiente artistico parmense, e non solo, non avrebbe conferito prestigio alla mostra con un contributo di qualità. E’ un mistero, e non è il solo, difficile da chiarire.
Ci piace ricordare qui almeno il suo contributo su Giovanna da Piacenza, la colta badessa committente gli affreschi della “Steccata”; un suo intervento non avrebbe arricchito il catalogo a fronte  della lettura didascalica che invece troviamo e che non aggiunge molto a quanto già si conosce ?
Consuelo Lollobrigida  
Roma 25 / 3 / 2016