di Andrea Dusio

Filippo De Pisis è probabilmente il nostro artista figurativo in possesso di una cifra poetica più indissolubilmente legata con la letteratura, con la poesia e con la parola. Nel contempo è però anche il pittore più puro, diretto, non filtrato dall’appartenenza a correnti e avanguardie, del nostro Novecento. Puoi accostarlo alternativamente a De Chirico e Savinio, a Morandi, ai contemporanei francesi e britannici, e ogni volta la sua assimilazione delle suggestioni colte nei colleghi non scalfisce una personalità concentrata sulla frequentazione di generi e tematiche ritornanti: marine, nature morte, paesaggi urbani, ritratti. Milano ospita al Museo del Novecento quella che è la più ampia retrospettiva dedicata all’artista ferrarese, per la curatela di Pier Giovanni Castagnoli e Danka Giacon, conservatrice dell’istituzione di Palazzo dell’Arengario. In primavera la mostra si sposterà a Roma, nella sede di Palazzo Altemps, con un focus dedicato al rapporto tra De Pisis e l’antico, con una sezione di carte e acquarelli affidata alla studiosa Alessandra Capodiferro.
La monografica milanese vive di importanti prestiti, da “Le cipolle di Socrate” (1926) del Museo di Grenoble a “Natura morta isterica” (1919), a “Ring Square” (1935) della collezione Augusto e Francesca Giovanardi, a “Soldatino francese” (1937) del Museo d’Arte Moderna Mario Rimoldi - Regole d’Ampezzo di Cortina, fino al “Gladiolo fulminato” (1930) delle collezioni ferraresi, ed è suddivisa in dieci sezioni, che ripercorrono cronologicamente l’opera di De Pisis (Ferrara 1896-Milano 1956). In tutto sono esposti circa novanta dipinti, provenienti dalle principali collezioni italiane, tra cui la Galleria d’Arte Moderna di Ferrara, il Museo delle Regole Mario Rimoldi di Cortina d’Ampezzo, la Galleria d’Arte Moderna di Torino, il Mart di Rovereto, Ca’ Pesaro e La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Per capire De Pisis non si può non partire dalla sue radici ferraresi. L’irriducibilità della sua pittura è la stessa dei conterranei Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti, Dosso Dossi, o del rodigino Mario Cavaglieri, che gli è più affine di quanto abbia sino a oggi rilevato la critica. Culturalmente e figurativamente De Pisis sta sospeso tra pittura veneta e bolognese, tra tonalità e classicismo. È sempre e assolutamente contemporaneo, ma si lega più a Comisso che a Savinio, anche se in fondo le prose de “La città delle cento meraviglie o i misteri della città pentagona” è un libro che nasce nel momento in cui Ferrara diviene la capitale della pittura metafisica, e non solo anticipa di oltre vent’anni “Ascolta il tuo cuore città”, che Savinio dedica a Milano negli Anni Quaranta, ma anche il “Romanzo di Ferrara” di Bassani, e forse dovrebbero essere letti in sequenza dopo le immagini faentine che ricorrono ne “I canti orfici” di Dino Campana. De Pisis ha vissuto a Milano, Roma, Venezia, nel Cadore, e ancora Parigi e a Londra, ma la cultura apolide che potremmo sospettare dietro a questa vocazione raminga in realtà deve fare i conti con alcuni caratteri strenuamente padani della sua pittura, che è fatta di una tavolozza anti-naturalistica, ispida sino a parere disperata, sempre tesa a esaltare le sue qualità di pittore puro, capace di sintetizzare le forme senza seguire canoni o lezioni. Se c’è un accadimento nel nostro Novecento in qualche modo accostabile alla formidabile macchina pittorica di Picasso, non può che essere De Pisis, che è un uomo e un artista più libero e più capace di Sironi, egualmente attraversato nella sua biografia da eventi e scelte drammatiche, ma in pieno possesso di uno strumento-la pittura appunto- che gli consente sempre di uscire vincitore da qualsiasi sfida. Ed è impressionante la mostra milanese per la capacità di raccontare il tour de force che De Pisis intraprende, facendo di ogni dipinto una sfida. Non è la meditazione religiosa di Morandi sulla natura morta, e tanto meno la capacità di trasfigurare la realtà, storica e individuale, di De Chirico. È per lo più soltanto pittura, di un artista interamente consacrato a essa, che pensa per generi,oggetti,segni, gesti economici e colori che sono il suo sguardo, e non conosce altra realtà che il modo in cui le cose del mondo si ricombinano sulla tela.
La parabola in cui s’inscrive la mostra milanese va dagli esordi del 1916, che sono nel segno dell’incontro con De Chirico, ai ricoveri nella clinica psichiatrica di Villa Fiorita, che segnano il termine della sua stagione creativa, all’inizio degli Anni Cinquanta. Roma è la prima città che incide con la sua suggestione sulla sua pittura. Conosce e frequenta il poeta Arturo Onofri, e soprattutto Giovanni Comisso, che diventerà il suo amico migliore, quello con cui condividere a un tempo amore per la pittura e per la letteratura. È sempre a Roma che inizia a comporre “La città delle cento meraviglie”, e che espone in via Condotti, al fianco di De Chirico. Nel contempo però guarda con attenzione la pittura di Antonio Spadini, ritenuto dai critici un conservatore, che però lo suggestiona per il modo di guardare la natura e la realtà urbana.
Nel 1925 de Pisis si trasferisce a Parigi. È la fase in cui si concentra sulle nature morte, in cui gli oggetti, gli animali o i fiori in primo piano spingono oltre lo sguardo dell’osservatore. Durante l’estate torna in Italia, a Venezia, a Roma, sulle montagne del Cadore, dove nascono i ritratti dei montanari. Tra il 1926 e il 1929 approfondisce l’idea dei “quadri nei quadri’’, con cui omaggia maestri del passato come Goya o artisti che sente affini, a partire da De Chirico, e gioca a ribaltare nella composizione l’ordine delle cose. Nei brani urbani realizzati a Parigi, dipingendo “Rue de Dragon” o “Rue de Clichy” affina una tecnica che si alimenta di un’esecuzione veloce, emotiva, in cui il gesto e la pennellata assumono sempre più personalità, sfuggendo al cliché locale dell’ “impressione”,  per lasciare spazio a un’idea di paesaggio che riflette la sua sensibilità. Non è quel che registra l’occhio, ma l’animo. Manet, con il suo uso così particolare dei neri, che segnano le ombre, impronta la sua maniera parigina.
Nel 1931 de Pisis è presente alla I Quadriennale di Roma, che nella seconda edizione gli riserva una sala personale. I ritratti si fanno più introspettivi, ma la quota di invenzione maggiore è racchiusa ancora una volta nelle sue nature morte, nelle marine.  Nel 1935 è invitato a Londra dal mercante Zwemmer per allestire una mostra nella sua galleria, e si dedica alle vedute della capitale britannica, applicando sguardo ed estro al nuovo paesaggio, e ottenendo esiti altissimi e nuovi con “Ring Square”. Si abitua a tornare in Italia a settembre, ospitato dal pittore Juti di Ravenna, e in laguna dipinge en plein air. Nel 1934 il fratello Pietro lo invita per una vacanza in Guascogna, che diventa uno dei luoghi dove amerà di più dipingere negli anni a venire.  
Nel 1939 la guerra lo riporta in Italia, a Milano, dove abita in via Rugabella, ma negli anni successivi lascia anche importanti dipinti veneziani, tra cui “Grande natura morta” (1944) e “Grande paesaggio” (1948). Sono opere di grandi dimensioni, che restano un’eccezione nella sua opera, e guardano direttamente ai teleri delle Scuole. Nel 1948 la Biennale di Venezia gli riserva una sala personale con oltre trenta opere degli ultimi vent’anni, ma l’omosessualità dichiarata gli costa il Gran Premio della Giuria. Si conclama nel frattempo la malattia nervosa, e da lì in poi la sua vita sarà segnata da lunghi ricoveri, per lo più a Villa Fiorita, a Brugherio. La sua produzione postrema è attraversata dalla novità di una semplificazione e rarefazione dei segni, in una sintesi figurativa straordinariamente moderna. Uno dei suoi ultimi capolavori è “Il Cielo a Villa Fiorita” (1952), che precede di quattro anni la morte, arrivata nel 1956. 
Gennaio 2020
didascalie
Filippo de Pisis
Il marinaio francese, 1930
Olio su tela, 60 × 50 cm
Collezione privata
© Filippo de Pisis by SIAE 2019
 
 Filippo de Pisis
Natura morta con fiori e funghi, 1926
Olio su tela, 50 × 65 cm
Collezione privata
Courtesy Galleria Tega e Farsetti Arte
 
Filippo de Pisis
Natura morta marina, 1929
Olio su cartone telato, 50,2 × 70,8 cm
Milano, Collezione Augusto e Francesca Giovanardi
Foto di Alvise Aspesi
© Filippo de Pisis by SIAE 2019
Filippo de Pisis
Natura morta con panettone, 1941
Olio su tavola, 44,5 × 48,5 cm
Udine, Casa Cavazzini Museo d’Arte Moderna e Contemporanea
© Filippo de Pisis by SIAE 2019