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Domenico Bonfà, alias Fàbon: un pittore calabrese del nostro Novecento da non dimenticare

Una retrospettiva al paese natale di Sant'Agata del Banco (Rg) per riscoprire l'arte di un trascurato protagonista del Novecento storico (di Francesca Callipari)


La Calabria ricorda “Fàbon”:
storia di un artista dimenticato

di
Francesca CALLIPARI

E’ facile perdere la memoria, dimenticare chi ci ha preceduto, facendo disperdere un patrimonio di opere, pensieri e cultura nelle pieghe più profonde del tempo. E’ così che molti leggendo il nome “Fàbon” si chiederanno chi fosse o se meno giovani potranno sforzarsi di ricordare un artista di grande talento, riconosciuto dai critici del suo tempo come “uno tra i migliori del ‘900”.
Nato nel 1912 a Sant’Agata del Bianco, piccolo paesino calabrese della provincia di Reggio Calabria, che ha dato i natali anche ad illustri poeti e scrittori, Domenico Bonfà in arte Fàbon è stato un artista attento al dettaglio ed estremamente sensibile al fascino del colore e del paesaggio, che ha esposto in diverse nazioni, quali Germania, Francia, Svizzera, Argentina, e America, ricevendo elogi ed importanti riconoscimenti.

Sebbene l’Italia e la stessa Calabria abbiano fatto ben poco negli ultimi quarant’anni per tener vivo il ricordo e far conoscere soprattutto alle giovani generazioni la maestria di un artista di tale livello,  una piccola luce si accede nuovamente proprio grazie al suo paese d’origine, dove l’amministrazione comunale ha promosso una serie di iniziative che si aprirà nei prossimi giorni con una breve retrospettiva a lui dedicata, allestita nel Palazzo comunale di Sant’ Agata del Bianco.
Cresciuto nella bottega del padre Vincenzo detto “Brendolino”, ricordato come uno dei migliori falegnami della Locride, Fàbon, come molti artisti, ha scoperto la sua propensione verso il mondo dell’arte attraverso il disegno, abbozzando visi e paesaggi su qualunque supporto, dalla carta al compensato per finire persino ai brandelli delle lenzuola, mostrando questo suo talento anche tra i banchi di scuola, dove ogni mattina eseguiva alla lavagna ritratti e caricature del maestro.

E’ così, dunque, che nel 1926 -  probabilmente motivato dal riscontro positivo da parte dei propri concittadini - Domenico Bonfà si trasferisce per ben sette anni a Catania, dove ha modo di apprendere i primi rudimenti dell’arte, formandosi presso una bottega.
Da quel momento in poi comincia per lui una vita in continuo movimento, che lo porterà a spostarsi in diverse città, nelle quali avrà modo di trovare gli spunti e le occasioni per migliorarsi e far conoscere la propria arte.
Un momento estremamente delicato della propria vita sarà rappresentato dalla Seconda guerra mondiale, periodo in cui l’artista, chiamato alle armi, vivrà la terribile esperienza della prigionia, portandosi per sempre negli occhi e nella mente la solitudine e i colori del deserto libico che trasferirà poi in molte opere.

Dal 1946 Fàbon continuerà a viaggiare per l’Italia, lasciando intensi paesaggi, volti e figure dotate di notevole spessore ed impatto, resi unici dalla pennellata energica e dal colore pastoso steso direttamente con la spatola. La sua pittura fatta di silenzi,  di paesaggi assolati che ricordano quelli dei coevi e più noti Sironi e Soffici, di sguardi di donne, colte quasi furtivamente nelle loro attività quotidiane o ritratte in un momento di riflessione, mostra un artista che sa leggere nelle profondità dell’animo dei suoi personaggi, sentendo e trasmettendo le sensazioni più intime e celate che emergono dall’osservazione di una natura, spesso incontaminata.
Si tratta di opere nelle quali, come evidenziava già nel 1948 Vittorio Rossi “non ci sono esitazioni, pentimenti, rifacimenti. Tutto è composto di getto, tutto è spontaneo, tutto è immediato”; opere da cui emergono una sensibilità notevole e al tempo stesso una elevata capacità introspettiva che dimostra come Fàbon abbia saputo cogliere allo stesso tempo l’incanto e l’asprezza della vita.
Certamente ricordando Fàbon non bisogna dimenticare anche l’amata moglie Carmela Curulli, anima dotata di pari sensibilità e creatività; una poetessa che si è formata da autodidatta, una donna che ha creduto e motivato l’artista a proseguire in un’attività che a quei tempi come oggi del resto è sempre stata contraddistinta da difficoltà, momenti di sconforto e apprezzamenti che tardano ad arrivare.

Questo piccolo contributo vuol puntare i riflettori non soltanto su un artista che meriterebbe di essere nuovamente riconsiderato e studiato ma vuol accendere in ognuno la consapevolezza che l’Italia sia stata e continui ad essere una terra fertile soprattutto dal punto di vista culturale, i cui talenti vengono troppo spesso ignorati o dimenticati, perché in fondo come scriveva Carmela Curulli in una sua poesia : “Siamo come coriandoli, che un’alta mano sparge sulla terra nell’ebbrezza serale”.
di
Francesca CALLIPARI   (17 / 1 / 2017)

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