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El Greco ai Musei Capitolini (fino al 17 aprile, Sale terrene del Palazzo dei Conservatori)

L'Annunciazione: un capolavoro di grande visionaria drammaticità esposto a Roma nell'ambito del progetto di scambio con il museo Thyssen Bornemisza (di Massimo Francucci)


EL GRECO (Creta, 1541 - Toledo, 1614)
L'ANNUNCIAZIONE

(Musei Capitolini, fino al 17/4)
a cura di Sergio GUARINO

di
Massimo FRANCUCCI
Grazie ad un fruttuoso scambio con il museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, che ha avuto in prestito per la mostra Caravaggio y los pintores del norte la Buona Ventura del pittore milanese, i Musei Capitolini sono orgogliosi di ospitare l’Annunciazione, una delle opere più importanti della tarda attività di Domenico Theotokopulos, meglio noto col suo soprannome (forse in dialetto veneto) di El Greco: Veneziano lo fu di adozione in quanto la natia Candia, sull’isola di Creta, era allora un possedimento della Serenissima e nella città lagunare il pittore si portò ancora giovane (era nato nel 1541) nel 1567, per poi trasferirsi a Roma (1570-1577) ed infine trovare maggior fortuna in Spagna, in particolare a Toledo.

Proprio di questi ultimi anni è la tela ora esposta a Roma, modello da mostrare ai committenti di un retablo di dimensioni imponenti, realizzato per la chiesa dell’agostiniano Colegio de Nuestra Señora de la Encarnación, comunemente noto come Colegio de Doña María de Aragón dal nome della nobildonna che lo fondò. La chiesa fu consacrata nel 1599, mentre la pala, commissionata già nel 1596, fu portata da Toledo a Madrid solo nel 1600. Furono necessari al carrettiere ben ventun giorni, a riprova dell’eccezionalità dell’opera.

In Spagna, sebbene non fosse riuscito come auspicato a diventare pittore di corte di Filippo II, Domenico era riuscito a conquistarsi fama e una certa agiatezza grazie al suo stile parecchio indipendente, che metteva a frutto le sue vaste conoscenze che spaziavano dall’arte bizantina alla pittura tonale veneta, dalla ‘maniera’ romana fino all’arte spagnola. Ciò nonostante dopo la morte il suo nome scomparve dai radar della storia dell’arte per riconquistare una meritata gloria solo con il XIX secolo e, soprattutto, con le avanguardie pittoriche del Novecento: in particolare Picasso e gli Espressionisti tedeschi fecero spesso a lui riferimento. All’inizio dell’Ottocento, a causa degli sconvolgimenti storici che caratterizzarono quell’epoca, il collegio agostiniano fu chiuso e le sue opere d’arte smembrate e disperse. Secondo la ricostruzione più probabile, il retablo si confaceva di due ordini di tre grandi tele, messe assieme da una cornice monumentale e di statue lignee progettate dallo stesso artista.

Se cinque tele sono oggi al Prado, una si trova nelle collezioni di Bucarest (Muzeul National de Arta al Românei). Si conservano molti dipinti di dimensioni inferiori di queste opere, bozzetti, come in questo caso, e memorie, com’è forse il caso delle due opere a Palazzo Barberini, da considerarsi ideale succursale dell’esposizione.

 L’iconografia scelta dal pittore, incastonata in un tripudio di cherubini e nubi che con un vorticoso movimento ricoprono dei loro colori brillanti ogni singolo frammento di tela, è molto interessante in quanto vi si possono riconoscere vari momenti che caratterizzano il tema dell’Annunciazione secondo la nota codificazione di Baxandall basata sul Vangelo di Luca. In primo luogo, si osservi la gestualità delle mani della Vergine, che mostrano senso di smarrimento e di interdizione (come è possibile? Non conosco uomo) indicando per di più il roveto ardente, simbolo della verginità di Maria. Tale argomento era già uso presso i teologi agostiniani spagnoli, e può essere rintracciato negli scritti di Tommaso da Villanova e di Alonso de Orozco, che ebbe un ruolo nella fondazione del collegio, ma aveva un precedente pittorico non da poco nella pala di Tiziano della chiesa veneziana di San Salvador, in cui si legge “Ignis ardens non comburens”. Qualunque sia la fonte si comprende bene che il preciso soggetto iconografico è quello dell’Incarnazione, richiamando così l’intitolazione della chiesa e chiarendo ancora una volta la centralità della tela nel contesto del retablo.

Questi interessanti raggiungimenti della critica recente, sommati alla bellezza e alla modernità della pittura di El Greco, la cui ricca fantasia trova qui una resa ancora più fresca e spumeggiante piuttosto che nell’opera finita, conferiscono un interesse del tutto peculiare all’ostensione di quest’opera nel contesto dei Musei Capitolini.

Sta proprio in questa scelta, però, l’unica critica che ci sentiamo di fare a questa iniziativa, cioè aver voluto isolare il dipinto negli spazi appena riconquistati alla fruizione delle sale delle Corporazioni, dove si possono apprezzare, sebbene malmessi dal tempo, affreschi quattrocenteschi; forse l’esposizione sarebbe stata ancor più significativa nella sala dei dipinti veneti del Cinquecento, dove El Greco avrebbe potuto dialogare con le sue fonti, o nella sala del Caravaggio o in quella dei bolognesi a lui contemporanei, per mostrare gli esiti diversi che negli stessi anni si andavano conseguendo in Italia e in Spagna. D’altra parte il lume naturale non avrebbe mai potuto interessare il pittore greco che aveva confessato a Giulio Clovio, nel corso del suo soggiorno romano, che “ la luce del giorno turbava la sua luce interiore”. 

Massimo FRANCUCCI     Roma 24 / 1 / 2017
 

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