Il Museo di Arte Orientale di palazzo Brancaccio aggredito dalle fiamme.

Un incendio ha devastato ieri 4 agosto una porta finestra di Palazzo Brancaccio dove è ospitato il Museo di Arte Orientale “G. Tucci”, riempiendo di fuliggine le mura con gli affreschi e i soffitti lignei. Un condizionatore, forse per sovraccarico di tensione o per l’eccessivo riscaldamento dei cavi, è andato a fuoco in un angolo vicino alla finestra di una sala di 70 metri quadri. Un incendio dunque di poco conto che con ogni probabilità sarebbe stato agevolmente domato se si fossero utilizzati gli estintori a disposizione e se il personale presente fosse tempestivamente intervenuto. Invece, i dipendenti del ministero, dopo aver avvertito uno scoppio, a quanto pare, hanno preferito allontanarsi senza tentare nulla, limitandosi a chiamare i vigili del fuoco. Erano presenti circa cinque tra custodi e personale che hanno pensato bene di abbandonare la nave (rectius il museo) come fece un noto capitano di marina divenuto tristemente famoso. Così, si è rischiato grosso, come vediamo dalle immagini: poteva andare distrutto un patrimonio culturale irripetibile come quello dell’unico museo italiano di Arte Orientale.
Sorto nel 1957 grazie al lavoro e alle ricerche di un appassionato orientalista come Giuseppe Vincenzo Tucci (1894–1984) a suo tempo considerato “il più grande tibetologo del mondo”, il Museo si avvale infatti di una serie di capolavori unici al mondo, provenienti dagli scavi e dalle esplorazioni che lo stesso Tucci promosse per oltre trent’anni in Tibet, ma anche in Afghanistan e Pakistan, e comprendenti pezzi di rara importanza, datati dal neolitico al XX secolo. Da poco meno di due anni il Museo è passato sotto le competenze gestionali del Polo museale del Lazio, rientrando nella sarabanda di reincarichi, revisioni, nomine, promossa dalle nuove normative emanate dal Ministro Franceschini. In tutto ciò, mancano tuttavia, almeno a quanto può apparire, indicazioni su come intervenire, ad esempio, per una efficace  prevenzione antincendio, considerando che in casi come questo l’immediatezza dell’intervento dovrebbe costituire l’incipit di chi è chiamato a organizzare e gestire luoghi “preziosi”.
Prevenire tali incresciose vicende per il ministero preposto a “tutelare il patrimonio artistico” dovrebbe essere un  valore di per sè caratterizzante. Se chi deve tutelare commette tale incuria qualcosa vuol dire che non funziona. La fuliggine ora pervade tutto il museo, e vedere il piano nobile dell’ultimo aristocratico palazzo edificato a Roma tra la fine del XIX e gli inizi del XX sec. dall’architetto Luca Carimini per conto del principe Salvatore Brancaccio e di sua moglie ammantato di nerofumo con l’acre odore del bruciato mette un gran tristezza.
 

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