Storica dell’arte ed instancabile ricercatrice di archivio Francesca Curti torna con le sue scoperte a riempire un nuovo importante tassello della storia dell’arte figurativa. Questa volta la notizia è stata comunicata al pubblico di studiosi e appassionati dalle pagine della prestigiosa rivista inglese Burlington Magazine nell’ultimo numero dello scorso 1° aprile. La notizia non è passata inosservata in Spagna, difatti è stata ripresa da diversi organi di stampa.
La scoperta documentaria, chiarisce una volta per tutte e consente di mettere la parola fine ai dubbi che soprattutto erano stati sollevati sulla certezza dell’autografia del Ritratto d’uomo attribuito a Diego Velázquez (Fig. 1). Questo dipinto conservato presso i Musei Capitolini di Roma ha sempre rappresentato nel catalogo del pittore spagnolo un punto controverso non solo per l’autografia, ma anche per la data di esecuzione e la stessa identificazione del personaggio effigiato, tanto che qualcuno si era spinto ad identificarlo con lo stesso Velázquez.Solo recentemente e sapientemente, sulla scorta di alcune ipotesi, Guillaume Kientz aveva accostato la testa di uomo del dipinto con l’agente del re di Spagna a Roma Juan de Córdoba. Le scoperte documentarie di Francesca Curti fresche di stampa adesso chiudono il cerchio e non lasciano margini di dubbio,restituendo al dipinto con certezza l’effigiato.
 
 
Quale è stato l’input che l’ha spinta a questa ricerca.
Mi occupo del secondo soggiorno di Velazquez a Roma, svoltosi tra il 1649 e il 1651, ormai da più di dieci anni. Il pittore spagnolo era stata mandato in Italia da Filippo IV con una missione ben precisa: far realizzare copie in bronzo delle più celebri sculture classiche conservate nei palazzi e nei giardini delle ville dell’aristocrazia romana e trovare un valente frescante che accettasse di recarsi in Spagna per lavorare per il re. Velázquez fu accolto nella città pontificia con tutti gli onori e molto si è scritto sugli importanti personaggi della curia che lo favorirono durante la sua permanenza. Di alcuni di questi, egli realizzò i ritratti che ancora oggi possiamo ammirare come quello del cardinale Camillo Astalli (New York, The Hispanic Society of America), o del cardinale Camillo Massimo (Londra, The National Trust, Kingston Lacy), o come il celebre Ritratto di Innocenzo X, conservato tuttora in palazzo Doria Pamphilj, una della sue opere più note per la straordinaria qualità della resa pittorica. Tuttavia il mio interesse fin dall’inizio delle ricerche si è focalizzato sui rappresentanti diplomatici, più o meno ufficiali, della corte, sui banchieri e sui mercanti che, muovendosi dietro le quinte rispetto alle personalità più in vista della curia e dell’élite aristocratica filospagnola, si adoperavano per favorire la monarchia spagnola anche attraverso l’utilizzo di canali non istituzionali. Si tratta di personalità fino a poco tempo fa quasi del tutto sconosciute di cui restavano labili tracce nelle fonti letterarie. Primo fra tutti l’agente della corona spagnola a Roma, Juan de Córdoba, – la cui figura è stata delineata e messa in luce dallo studioso Salvador Salort Pons – che svolse l’incarico di segretario personale del pittore, occupandosi di tutte le questioni pratiche relative al suo soggiorno, dalla sistemazione a palazzo Nardini, alla contrattazione, al trasporto e all’acquisto delle opere d’arte e dei calchi delle sculture antiche da portare in Spagna, e perfino all’affidamento del figlio naturale che il pittore aveva avuto a Roma da una donna sconosciuta. Il ritrovamento del testamento e dell’inventario dei beni di Córdoba, da me pubblicati nel 2014, ha permesso di far luce sul giro di amicizie dello spagnolo che ruotava attorno alla figura del potente cardinale filospagnolo Carlo Francesco Pio di Savoia. È stato il primo passo verso un’ulteriore ricerca documentaria che mi ha consentito di poter giungere all’identificazione dell’effigiato dei Musei Capitolini. All’entourage di Pio, infatti, apparteneva anche il canonico Camillo Dal Corno, legato da antica amicizia a Córdoba, al quale, proprio in virtù di tale familiarità, l’agente spagnolo volle regalare un suo ritratto realizzato da Velázquez. Quando Dal Corno morì nel 1680, la sua quadreria, insieme al ritratto di Córdoba, venne ereditata dal cardinale Pio. Com’è noto dagli studi di Sergio Guarino, in seguito, gran parte delle collezione Pio, tra cui il Ritratto di Juan deCórdoba, confluì nel Settecento nelle raccolte dei nascenti Musei Capitolini.
Gli altri due personaggi di cui mi sono occupata e che furono fondamentali per la riuscita della missione di Velázquez a Roma furono Ferdinando Brandani e il banchiere genovese Girolamo Vivaldi, entrambi ricordati dal biografo del pittore spagnolo Antonio Palomino tra i fortunati effigiati da Velázquez. Il primo,anch’egli di origini spagnole, all’epoca dell’arrivo del pittore a Roma ricopriva la carica di prefetto delle composizioni presso la Dataria apostolica, e si era specializzato nel commercio di opere d’arte e tessuti tra la Spagna, il Portogallo e l’Italia. Inoltre svolgeva l’incarico, forse non ufficiale, di referente politico di Filippo IV, con cui era in frequente contatto. Brandani, che non a caso era anch’egli uno dei più cari amici di Córdoba, dovette forse avere un ruolo di primo piano nel consigliare il pittore e l’agente spagnolo in merito alle questioni diplomatiche e artistiche inerenti il soggiorno di Velázquez a Roma. Il Ritratto di Ferdinando Brandani si è anch’esso conservato e si trova al Museo del Prado. Era conosciuto, prima delle ricerche svolte, come Ritratto del barbiere del papa.
Girolamo Vivaldi, invece, fuuno dei più importanti banchieri finanziatori di Filippo IV, al quale nel 1652 sembra che il sovrano fosse costretto, per saldare i debiti della corona nei suoi confronti, a cedere una porzione consistente delle proprietà reali in Sardegna. Dagli studi svolti si è potuto accertare che fu proprio attraverso la filiale napoletana del banco Vivaldi che venne finanziato l’intero viaggio in Italia del pittore. Furono, infatti, i Vivaldi ad erogare materialmente il denaro per le operazioni di acquisto delle opere d’arte effettuate da Velázquez su ordine dell’allora vicerè, il conte Oñate. Ciò spiega perché Velázquez a Roma realizzò il ritratto di Vivaldi, che purtroppo è ad oggi perduto.
 
Dott.ssa Curti quando l’abbiamo contattata per l’intervista ci ha rivelato retroscena molto affascinanti sullo spaccato di vita della metà del XVII secolo che riguardano DiegoVelázquez e di Juan de Còrdoba. Avendo quindi la fortuna di pubblicare una notizia di prima mano, la preghiamo di farci tornare indietro nel tempo e di fare questo regalo ai nostri lettori raccontandoci qualche aneddoto significativo.
In effetti, gli studi su Camillo Dal Corno, Juan de Cordoba e i loro rapporti con Velázquez non sono ancora conclusi; sto, infatti, conducendo ulteriori ricerche in merito che spero di poter pubblicare a breve. Tuttavia posso anticipare che mi sono imbattuta di recente in una letterache ha attratto la mia attenzione perché ci illumina sullo stile di vita condotto dall’agente spagnolo. In essa un prelato, commentandola recente morte di Cordoba, si rammaricava che le cure per salvarlo ebbero scarso successo perché egli era «indebilitatodelli disordini con donne». Evidentemente l’agente spagnolo che, stando al ritratto dei Capitolini, da giovane era stato anche un bell’uomo, dovette condurre un’esistenza abbastanza libertina. Ed è possibile che nei due anni in cui fu al servizio del pittore spagnolo avesse coinvolto anche quest’ultimo nelle sue avventure galanti. Potrebbe anzi essere stato proprio per il tramite di Cordoba che Velázquez conobbe la misteriosa donna da cui ebbe un figlio, che in molti vorrebbero riconoscere nella Venere allo specchio della National Gallery di Londra.
 
L’Archivio di Stato di Sant’Ivo alla Sapienza le ha conferito un elogio per le scoperte su Caravaggio emerse dall’Archivio medesimo e fatte conoscere al pubblico in occasione della mostra “Caravaggio a Roma, una vita dal vero”, tenutasi presso l’istituto nel 2011. Dietro le quinte con un po’ di malizia qualcuno mormora che passando diverso tempo in archivio le sue scoperte siano del tutto incidentali. Ma è proprio così o c’è qualcosa di più. 
Innanzitutto ci tengo a precisare che non fui l’unica a ricevere l’elogio da parte dell’allora direttore dell’Archivio di Stato di Roma, Eugenio Lo Sardo, a cui si deve l’idea della mostra Caravaggio a Roma, una vita dal vero. Egli, infatti, volle premiare tutti i valenti collaboratori dell’archivio che, come me, sotto la sapiente direzione e il coordinamento dell’allora vicedirettrice Orietta Verdi, lavorarono alacremente per sei mesi alle ricerche su Caravaggio, portando alla luce molte novità sul pittore lombardo, e cioè Antonella Cesarini, Daniela Soggiu, Orsetta Baroncelli, Daniele Balduzzi e Patrizio Scopino.
Io ritengo di essere stata molto fortunata ad aver avuto la possibilità di lavorare per molto tempo presso l’Archivio di Stato di Roma. Non solo perché ho potuto studiare, conoscere da vicino e toccare quotidianamente con mano carte e documenti che sono la testimonianza della memoria del nostro passato ma perché lì ho imparato, grazie a funzionari come la già citata Orietta Verdi e Michele Di Sivo, un metodo di lavoro e di approccio alla ricerca. Un metodo che è poi il metodo storico che si esplica attraverso il rispetto della gerarchia delle fonti, la verifica, mediante confronti incrociati, dell’attendibilità delle stesse e l’approfondita conoscenza sia dei fondi archivistici sia soprattutto della storia delle istituzioni che li hanno prodotti.In questo senso nessuna ricerca è incidentale ma segue criteri filologici e scientificiprecisi e si attua mediante un lungo e a volte frustrante lavoro di analisi e di studio dei documenti, come sa bene chi si occupa di ricerche d’archivio.
Redazione maggio 2019