Gaetano Esposito,

l’ultimo pittore romantico dell’Ottocento napoletano

 
Nel 1911, a Sala Consilina (Salerno), in una mattina di primavera, fu trovato tragicamente senza vita il corpo di un sensibilissimo pittore napoletano, che era stato uno dei migliori allievi di Palizzi e di Morelli: Gaetano Esposito (Salerno 1858 – Sala Consilina 1911).

All’epoca l’artista si trovava ospite in casa di una sorella, presso la quale si era rifugiato in seguito a tremende crisi depressive. Come viene riferito in una delle tante narrazioni del triste episodio, “una sua nipote lo trovò impiccato sotto il vano di una finestra. Sperando di salvarlo, salita sopra una sedia, tagliò con le forbici il capestro fatto con sfilacci di canapa. Il cadavere gli cadde addosso, e lei, a vederselo con quegli occhi fuori dell’orbita, la lingua tumefatta, ebbe tale spavento da rimanerci quasi senza respiro; alle grida accorsero i famigliari ed i vicini. Purtroppo non c’era nulla da fare, Esposito non c’era più”1.

La ragione per cui Gaetano Esposito si tolse la vita a soli cinquantatré anni è riportata in tutte le notizie biografiche2: la sua fragile psiche non potette sopportare il rimorso di aver dovuto respingere e rinunciare all’amore di una donna troppo giovane, tale Venturina Castrignani, “una maestrina, sua modella” che si era fortemente invaghita di lui: il Ritratto muliebre che l’Esposito dovette eseguire verso la fine del primo decennio del Novecento, acquistato per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna nel 1934 come Ritratto della Fidanzata3 (fig. 1), deve con molta probabilità riferirsi alla sventurata Venturina che posa mesta e sognante per l’artista. Vista la ferma opposizione dei suoi familiari, le misere condizioni economiche del pittore (e la notevole differenza d’età tra i due), la ragazza non resistette al dolore, e nel 1910 compì l’insano gesto di troncare la sua vita gettandosi nel vuoto da un balcone che dava sulla ridente piazzetta napoletana detta “del Leone a Mergellina”, non molto distante dall’inizio della collina di Posillipo, dove il pittore aveva lo studio, proprio nei sotterranei del diruto Palazzo Donn’Anna. Devastato dal tormento di non aver assecondato la ragazza che intimamente amava4, l’Esposito decise anch’egli, l’anno successivo, di farla finita.

Ecco un’impossibile storia d’amore tragica e romantica, spunto per un romanzo, o quanto meno per un racconto mai scritto, e che rientra invece nella storia della pittura fra Ottocento e Novecento a connotare la personalità di un artista già di per sé votato alla malinconia e all’introversione.5 Il romanticismo di Esposito, quindi, non può essere solo rapportato alla dolorosa vicenda con la quale chiuse la sua limitata esistenza, poiché egli fu caratterialmente incline ad osservare la vita con tale sentimento e caparbietà, ponendosi da artista di fronte al “vero” (figure, ritratti, i paesaggi) nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, come un continuatore ad oltranza della tradizione “paesista”, mentre erano in atto le sperimentazioni e le affermazioni per il superamento del “vero medesimo” (Mancini, Boldini, Migliaro, ecc.).
Dal Morelli e dal Mancini, del quale fu amico e grande ammiratore, Esposito derivò i modi della ritrattistica come nel citato Ritratto muliebre (la Venturina), che egli però contenne in un personale formalismo più intimo e spontaneo, a differenza delle ostentate “pose” dei modelli manciniani; inoltre non fu turbato dall’eco della pittura impressionista, né tanto meno dal simbolismo e dal divisionismo, ancorché coevi nel suo ultimo decennio di vita; egli infatti rimase fedele alla tradizione vedutistica del Gigante, e dei “posillipisti” in genere, e all’insegnamento dei citati Palizzi e Morelli, accordando il senso analitico delle cose e la verità dell’immagine di questi maestri alla sua visione interiore, intesa a definire l’essenza di quelle stesse cose al variare della luce e del colore naturale, come fece soprattutto nelle numerose versioni dell’amato soggetto, il Palazzo Donn’Anna a Posillipo. D’altra parte Esposito era nato sul mare, e sul mare trascorse la sua fanciullezza, essendo figlio di pescatori: “Lì tra tartane e gozzi, tra pescatori intenti a rammendare le reti – ha scritto Odoardo Casella – scelse i suoi tipi, iniziò i suoi disegni, i primi ritratti, le prime composizioni, ma soprattutto conobbe e penetrò come nessun altro artista, i segreti dell’elemento al quale non aveva voluto affidare la sua vita, ma che sempre lo irretiva con la grandezza del suo mistico linguaggio”.6
 

Esposito pittore di marine

 
Poiché non è stato ancora pubblicato un catalogo completo dell’opera di Gaetano Esposito (vedi nota 2), non è dato sapere quante volte l’artista ha dipinto il Palazzo Donn’Anna; allo stato attuale degli studi, tuttavia, le principali e più importanti versioni di questo soggetto risultano documentate nelle maggiori rassegne alle quali l’Esposito prese parte presentando le sue marine: dall’Esposizione di Belle Arti a Roma nel 1883 con la veduta Da Posillipo (n. 32), presentata anche a Torino l’anno successivo (n. 763); di nuovo a Roma nel 1886 alla Società Amatori e Cultori di Belle Arti (n. 64). Inizia così una lunga serie di paesaggi marini che hanno quasi sempre al centro della veduta il Palazzo Donn’Anna.7 C’è da chiedersi se il vero soggetto del quadro sia l’antico misterioso rudere, oppure è il mare stesso il protagonista della scena, su cui il monumentale edificio si staglia nel golfo napoletano e che costituisce il romantico sfondo. In realtà i due soggetti sono inscindibili nella ricerca quasi ossessiva dell’Esposito che si era scelto un particolare punto di osservazione, “lo scoglio di Frisio” sull’arenile sottostante il lato sud-ovest di una delle tre facciate prospicienti il mare del Palazzo Donn’Anna; difatti lo studioso Mattia Limoncelli ci informa che Esposito “…per un trentennio non fece che studiare il Palazzo Donn’Anna in tutte le varianti delle stagioni, delle luci, delle ore; dandoci un esempio di ricerca naturale, avvicinandosi alla conoscenza di quell’episodio centrale di Posillipo…”8; e Odoardo Casella, suo collezionista aggiunge pertinentemente che: “Gaetano Esposito studia e penetra il mare, al punto, che dell’onda non ti dà solo il colore o la forma, ma il dinamismo, l’irruenza, l’impeto travolgente”9, come si vede bene nel dipinto, già nella sua raccolta, Sciroccata a Palazzo Donn’Anna (fig. 2). Anche il pittore Ezechiele Guardascione, nei suoi ricordi di vita e di arte rammenta che: “Come un vecchio gabbiano, Esposito si aggirava intorno alla maestà dell’antico edificio adagiato in quella conca marina. La grandezza del soggetto avrebbe potuto rendere grande la sua pittura. E’ noto l’impegno con cui Gaetano Esposito ritraeva incessantemente, tutte le sere, questa veduta dalla terrazzina dello Scoglio di Frisio, allorché le masse di viola tentavano d’impastarsi e vibrare nell’acqua. […] Era il tempo che avevo un piccolo studio a Palazzo Donn’Anna. Nei pomeriggi ero sempre intorno a Gaetano Esposito, che dipingeva dallo Scoglio di Frisio il suo palazzo. Il quadro, come è noto, ebbe successo in diverse mostre. Premiato in Ispagna, ed in altre Esposizioni, fu in ultimo acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma.10
E il palazzo di Anna Carafa divenne perciò per Esposito “il motivo ossessionante della sua maturità pittorica”, come ha scritto il critico Schettini, al punto di stabilire con esso un delirante rapporto di possesso: “Per decenni fu come magnetizzato dal fantasma lirico del mare e delle rovine del Palazzo di Donn’Anna, la cui suggestione lo rendeva persino geloso che altri vi indugiasse con tavolozza e pennelli: una volta come all’incontro di un rivale in amore, piombò furente dinnanzi al mite Pratella che vi si era recato a dipingere”11 (si veda di Attilio Pratella, Palazzo Donn’Anna,  in Valente, 1996, ripr. n. 377, p. 88). E questo significato venne colto subito dalla critica del tempo, in particolare di fronte alla nostra versione del Palazzo Donn’Anna, o Dallo Scoglio di Frisio (fig. 3), il titolo col quale l’opera venne presentata alla Esposizione di Belle Arti di Roma (cat. n. 268) nel 1893, e acquistata direttamente dall’artista per le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Nel recensire la mostra, sempre nel 1893, la scrittrice Contessa Lara, così loda le opere del pittore: “Del pari avrete quella di quadri di Gaetano Esposito – di Napoli – tre stupendi lavori: il primo Dallo Scoglio di Frisio, una marina dalla trasparenza madreperlacea capace di consolare della nostalgia del golfo napoletano anche un’appassionata come me, stante l’arte forte e squisita con cui è ritratto quel lembo di paradiso in terra”.12
Un’altra importante esecuzione dell’opera Esposito la presentò a Firenze nel 1896 alla mostra “Festa dell’Arte e dei Fiori” (cat. n. 169) dal  titolo  Marina di Napoli, 1895 (fig. 4), premiata e acquistata dal Re Umberto I.13 Si tratta sempre di una veduta del Palazzo Donn’Anna, citata anche nel commento del critico del tempo, Enrico Montecorboli: “L’artista ci presenta il castello della Regina Giovanna nell’ora del tramonto.”14 Il dipinto oggi si conserva a Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti.15 Una grande tela raffigurante uno scorcio di Palazzo Donn’Anna, Posillipo, 1906 (fig. 5) fu acquistata da Vittorio Emanuele III nel 1906 alla Mostra Nazionale di Belle Arti di Milano, ed è ora conservata nel Palazzo Reale di Napoli.
 
“Laggiù, quella macchia gialla, pare una spugna vecchia, è il Palazzo Medina, punto di riferimento e centro del mondo” .
da Ferito a morte, 1961, Raffaele La Capria
 
Palazzo Donn’Anna: storia, leggenda, iconografia
 
“Qui era l’antico palazzo dei principi di Stigliano, detto per la sua vaghezza la Sirena”, così inizia la descrizione del Palazzo Donn’Anna fatta dallo storico Carlo Celano (1617-1693) nel suo famoso testo Notizie del bello…., edito per la prima volta a Napoli nel 1692.16  Che fosse un luogo di delizie già lo aveva ricordato l’erudito Giulio Cesare Capaccio (1552-1634) nel 1607, avendolo definito “domicilio delle Sirene”: “Sirene ibi domicilium, Draconetti Bonifacii memoria celebre, a Ravascheriis instauratum; scopulus regibus dignus, qui ad Stiliani principem devenit17 Infatti il preesistente edificio, riedificato dall’architetto Cosimo Fanzago (1593-1678) nel 1642, prima di appartenere ai principi Carafa di Stigliano, era proprietà della famiglia Bonifacio tra la fine del sec.XV e il sec.XVI, e poi ai Ravaschieri che lo cedettero agli antenati di Anna Carafa, futura moglie, nel 1636, del viceré di Spagna Don Ramiro Guzman, duca di Medina, il committente dell’architetto Fanzago18, come ci ricorda anche il Celano nel sopra citato testo: “Il duca di Medina essendosi sposato con la Principessa padrona, il volle edificare di nuovo col disegno, modello, ed assistenza del cavalier Cosimo Fansaga […]. Il duca disegnava d’adornarlo di bellissime statue antiche di marmo, avendone a tal effetto accumulate molte, ma essendosi partito da Napoli, queste furono murate dentro una stanza.”19

Il palazzo rimase quindi incompiuto. Nel 1645, un anno dopo la partenza del marito, anche Anna Carafa abbandonò la casa. Più tardi, durante i moti popolari napoletani (la rivolta di Masaniello), nel 1647, la celebre dimora posillipiana venne saccheggiata; rimodernata da un discendente del Medina, Nicola Maria, nel 1666, fu di nuovo danneggiata dal terremoto del 1688, per il crollo dei due piani maggiori. Rimasto in stato di completo abbandono, il palazzo assunse da allora l’aspetto di un magnifico rudere, stimolando l’immaginazione popolare a crederlo abitato da spettri, e frequentato da figure e fantastici animali marini, nonché rifugio di ogni genere di volatili appartenenti alle specie notturne. Dopo una serie di altri passaggi di proprietà, vi si installò nella prima metà dell’Ottocento una fabbrica di cristalli, che per la sua attività copriva di nerofumo la cima dell’edificio, conferendogli un aspetto ancora più lugubre. Dopo il 1870, la proprietà passò in buona parte alla famiglia Capece Minutolo e ai Colonna di Paliano20, ma alla fine dell’Ottocento, quando l’Esposito fissò colà il suo studio nei sotterranei, il Palazzo Donn’Anna versava ancora in piena rovina, da come lo descrive lo studioso Michelangelo Schipa nel 1892 (l’anno prima che Esposito dipingesse la nostra bella versione): “A Posillipo l’edificio che più riempia d’ammirazione, pure così rovinato com’è, e che più solletica la curiosità erudita e la fantasia, è il Palazzo Donn'Anna, volgarmente chiamato Dognanna, per corruzione della parola, e anche della Regina Giovanna, per ignoranza della cosa.”21 (Difatti non era mai appartenuto né a Giovanna I, né a Giovanna II della casa reale d’Angiò).
* * *
Carico di tanta storia, dunque, il Palazzo Donn’Anna, e unico per la sua speciale posizione topografica nel golfo partenopeo, ha perciò maggiormente colpito la fantasia popolare e gli artisti. Sito nel primo tratto della costa collinare di Posillipo (luogo ameno da epoca classica: dal greco Pausylipon, ovvero che dà “tregua al dolore”22), risulta quasi sempre incluso già nelle vedute settecentesche del lato occidentale della città. Ed è a Posillipo, come è noto, che si formò successivamente una vera e propria “scuola di pittura” all’aperto ad opera di Pitloo, di Gigante e dei loro seguaci, cosicché la veduta di quella porzione di paesaggio marino ebbe larghissima diffusione  e fortuna nell’ambito del collezionismo pubblico e privato. Il Palazzo Donn’Anna, quindi, diviene parte integrante, se non fondamentale, delle pitture posillipiane, poiché questo spicca su tutte le altre ville sul mare per la sua mole massiccia e approssimativamente quadrangolare adagiata sullo sperone tufaceo, con grotte, lambito su tre lati dal mare, che consentono (o consentivano) di accedere direttamente con barche alle scale che conducono ai piani superiori dello stupefacente edificio. Verosimilmente l’Esposito scendeva tutti i pomeriggi, prima del tramonto, come abbiamo visto dai brani più sopra riportati, a dipingere il suo monumento, sempre ripreso dal poco lontano “Scoglio di Frisio”, dirimpetto alla facciata che guarda a ponente mentre si tinge dei colori e dei bagliori delle ultime luci del giorno.
Ma il Palazzo Donn’Anna, prima di diventare il protagonista romantico nei dipinti di Esposito, era raffigurato in pitture, disegni e incisioni, appunto settecenteschi: da Adrien Manglard (1695-1750), Napoli da Posillipo, a Alexis-Nicolas Perignon (1726-1782), Palazzo Donn’Anna, 1780, Vienna, Albertina23, e poi nelle opere di Pietro Fabris, in quelle di Antonio Joli, nella vasta e nota veduta di G. B. Lusieri (1755-1821), La costa di Posillipo24; e ancora, per tutto l’Ottocento, nei disegni di Achille Gigante, nelle incisioni di Achille Vianelli, di Gustavo Witting, e nelle gouaches di maestri come Alessandro La Volpe, Saverio della Gatta, Giuseppe Laezza, e naturalmente nelle pitture di Pitloo e di Giacinto Gigante, sino al povero Pratella, di cui si è già detto.
Tuttavia la differenza fra codesti vedutisti, paesisti e l’Esposito a noi sembra questa: nei primi, il Palazzo Donn’Anna è uno degli elementi compositivi del paesaggio marino, insieme alle barche, la costa, la collina, gli alberi nella loro visione topografica, talvolta ripetitiva e stereotipa, mentre nel nostro artista il soggetto è sottoposto ad una continua e ossessiva indagine del mutamento delle luci, dell’ora, delle condizioni metereologiche che conferiscono un’anima a quella stessa “veduta” sempre diversa, calma o burrascosa che sia, dal carattere indiscutibilmente romantico e sentimentale come quello del suo autore.
di Mario URSINO
                                                                                                              
 
Note
  1. F. Manfredi, Gaetano Esposito, in “L’Artistico”, Napoli, agosto 1963, p. 5
  2. Di Gaetano Esposito non vi sono studi monografici, né cataloghi delle sue opere; tra le notizie bio-bibliografiche più recenti si segnalano: M. Picone, ad vocem, in La pittura in Italia. L’Ottocento, II, Milano 1991, pp. 813-14; e L. Soravia, ad vocem, in Diz. Biografico degli italiani, vol. XLIII, Milano 1993, pp. 282-84; I. Valente, ad vocem., in La pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli 1996, pp. 125-126; un notevole studio sull’opera di Gaetano Esposito è stato svolto, su mio suggerimento, dalla mia allieva Simona Mirabile per la sua tesi di laurea specialistica in Studi Storico-artistici, Gaetano Esposito (1858-1811) fra storia e cultura artistica della scuola meridionale, schedando scrupolosamente oltre 150 opere fra disegni e dipinti; la tesi è depositata presso la Biblioteca della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove è possibile consultarla.
  3. Il dipinto Ritratto muliebre di Gaetano Esposito, di proprietà della GNAM, è attualmente in “temporaneo deposito” presso la Pinacoteca di Ascoli Piceno dal 1997.
  4. “Sono sotto l’incubo di una grande sventura. – scriveva il povero Esposito in data 21 febbraio 1910 all’amico fraterno Carlo Chiarandà – La mia povera Venturina si è suicidata ed è morta! Vieni subito.” E in un’altra lettera di tre giorni dopo, scriveva ancora all’amico: “La mia malinconia sempre più m’invade! Le volevo molto bene, anche per la pietà che il suo tenero amore mi destava.”, in A. Schettini, Pittori dell’Ottocento: Gaetano Esposito, “Il Roma della domenica”, s.d. (1930?), p. 14
  5. cfr. G. Gagliardi, Gaetano Esposito: un artista rovinato dal temperamento malinconico e introverso, “Napoli notte”, 15 marzo 1972
  6. O. Casella, Gaetano Esposito Pittore del Mare, in “Rassegna Nazionale”, Roma febbraio 1942, p. 93.
  7. Il Palazzo Donn’Anna  (detto anche Palazzo Medina) deriva il suo nome dall’antica proprietaria, la principessa Anna Carafa di Stigliano, andata sposa nel 1636 a Don Ramiro Guzman, Duca di Medina, Viceré di Spagna.
  8. M. Limoncelli, Napoli nella pittura dell’Ottocento, Napoli 1952, p. 236.
  9. O. Casella, op. cit., p. 92
  10. E. Guardascione, Napoli pittorica, Napoli 1943, p. 15 e p. 55.
  11. A. Schettini, La pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli 1967, vol. II, p. 386
  12. Contessa Lara, All’Esposizione di Belle Arti a Roma, in “Natura e Arte”, 1893, IV, p.119
  13. cfr. E. Giannelli, Gaetano Esposito, in Artisti Napoletani viventi, Napoli 1916, p. 235
  14. E. Montecorboli, “La festa dell’Arte e dei Fiori”, Firenze 1896, in “Natura e Arte”, XI,
p. 887.
  1. cfr. K. Fiorentino, scheda del dipinto Palazzo Donn’Anna, 1876, Napoli, coll. priv., in cat. Capolavori dell’ ‘800 napoletano, Milano 1997, p. 163.
  2. C. Celano, Notizie del bello dell’antico e del curioso della città di Napoli, Giornata IX, Napoli 1692; rist. Napoli 1970, p. 2014.
  3. G. C. Capaccio, De Pausylipo colle, eiusque deliciis, in Historiae Neapolitanae, Napoli 1771, Libro II,  Capo II, p. 19
  4. cfr. S. Volpicella, Il Palazzo Donn’Anna, in Principali edificii della città di Napoli, Napoli 1850, pp. 112 e segg.
  5. Celano, op. cit., p. 2015.
  6. cfr. L.Catalano,  I Palazzi di Napoli, Napoli 1852, rist. Napoli 1969, pp 62-63;
      e V. Glejeses, Chiese e Palazzi della città di Napoli, Napoli 1978, pp. 273-76
  1. M. Schipa, Il Palazzo di donn’Anna a Posillipo, in “Napoli Nobilissima”, I, Fasc.12, dicembre 1892, p. 177.
  2. E. Alvino, La collina di Posillipo,  con 42 disegni di Achille Gigante, Napoli 1845, rist. Napoli 1963, nota 1, pp. 7-9.
  3. cfr. N. Spinosa, L. Di Mauro, Vedute napoletane del Settecento, Napoli 1996, ripr. p. 273; pp.160-162 e pp. 174-175.
  4. cfr. Gérard Labrot, Palazzi Napoletani 1520-1750, Napoli 1993, ripr. pp. 152-156, 158.
 
Gaetano Esposito, l’ultimo pittore romantico dell’Ottocento napoletano
 
Nel 1911, a Sala Consilina (Salerno), in una mattina di primavera, fu trovato tragicamente senza vita il corpo di un sensibilissimo pittore napoletano, che era stato uno dei migliori allievi di Palizzi e di Morelli: Gaetano Esposito (Salerno 1858 – Sala Consilina 1911).
All’epoca l’artista si trovava ospite in casa di una sorella, presso la quale si era rifugiato in seguito a tremende crisi depressive. Come viene riferito in una delle tante narrazioni del triste episodio, “una sua nipote lo trovò impiccato sotto il vano di una finestra. Sperando di salvarlo, salita sopra una sedia, tagliò con le forbici il capestro fatto con sfilacci di canapa. Il cadavere gli cadde addosso, e lei, a vederselo con quegli occhi fuori dell’orbita, la lingua tumefatta, ebbe tale spavento da rimanerci quasi senza respiro; alle grida accorsero i famigliari ed i vicini. Purtroppo non c’era nulla da fare, Esposito non c’era più”1. La ragione per cui Gaetano Esposito si tolse la vita a soli cinquantatré anni è riportata in tutte le notizie biografiche2: la sua fragile psiche non potette sopportare il rimorso di aver dovuto respingere e rinunciare all’amore di una donna troppo giovane, tale Venturina Castrignani, “una maestrina, sua modella” che si era fortemente invaghita di lui: il Ritratto muliebre che l’Esposito dovette eseguire verso la fine del primo decennio del Novecento, acquistato per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna nel 1934 come Ritratto della Fidanzata3 (fig. 1), deve con molta probabilità riferirsi alla sventurata Venturina che posa mesta e sognante per l’artista. Vista la ferma opposizione dei suoi familiari, le misere condizioni economiche del pittore (e la notevole differenza d’età tra i due), la ragazza non resistette al dolore, e nel 1910 compì l’insano gesto di troncare la sua vita gettandosi nel vuoto da un balcone che dava sulla ridente piazzetta napoletana detta “del Leone a Mergellina”, non molto distante dall’inizio della collina di Posillipo, dove il pittore aveva lo studio, proprio nei sotterranei del diruto Palazzo Donn’Anna. Devastato dal tormento di non aver assecondato la ragazza che intimamente amava4, l’Esposito decise anch’egli, l’anno successivo, di farla finita.
Ecco un’impossibile storia d’amore tragica e romantica, spunto per un romanzo, o quanto meno per un racconto mai scritto, e che rientra invece nella storia della pittura fra Ottocento e Novecento a connotare la personalità di un artista già di per sé votato alla malinconia e all’introversione.5 Il romanticismo di Esposito, quindi, non può essere solo rapportato alla dolorosa vicenda con la quale chiuse la sua limitata esistenza, poiché egli fu caratterialmente incline ad osservare la vita con tale sentimento e caparbietà, ponendosi da artista di fronte al “vero” (figure, ritratti, i paesaggi) nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, come un continuatore ad oltranza della tradizione “paesista”, mentre erano in atto le sperimentazioni e le affermazioni per il superamento del “vero medesimo” (Mancini, Boldini, Migliaro, ecc.).
Dal Morelli e dal Mancini, del quale fu amico e grande ammiratore, Esposito derivò i modi della ritrattistica come nel citato Ritratto muliebre (la Venturina), che egli però contenne in un personale formalismo più intimo e spontaneo, a differenza delle ostentate “pose” dei modelli manciniani; inoltre non fu turbato dall’eco della pittura impressionista, né tanto meno dal simbolismo e dal divisionismo, ancorché coevi nel suo ultimo decennio di vita; egli infatti rimase fedele alla tradizione vedutistica del Gigante, e dei “posillipisti” in genere, e all’insegnamento dei citati Palizzi e Morelli, accordando il senso analitico delle cose e la verità dell’immagine di questi maestri alla sua visione interiore, intesa a definire l’essenza di quelle stesse cose al variare della luce e del colore naturale, come fece soprattutto nelle numerose versioni dell’amato soggetto, il Palazzo Donn’Anna a Posillipo. D’altra parte Esposito era nato sul mare, e sul mare trascorse la sua fanciullezza, essendo figlio di pescatori: “Lì tra tartane e gozzi, tra pescatori intenti a rammendare le reti – ha scritto Odoardo Casella – scelse i suoi tipi, iniziò i suoi disegni, i primi ritratti, le prime composizioni, ma soprattutto conobbe e penetrò come nessun altro artista, i segreti dell’elemento al quale non aveva voluto affidare la sua vita, ma che sempre lo irretiva con la grandezza del suo mistico linguaggio”.6
 
Esposito pittore di marine
 
Poiché non è stato ancora pubblicato un catalogo completo dell’opera di Gaetano Esposito (vedi nota 2), non è dato sapere quante volte l’artista ha dipinto il Palazzo Donn’Anna; allo stato attuale degli studi, tuttavia, le principali e più importanti versioni di questo soggetto risultano documentate nelle maggiori rassegne alle quali l’Esposito prese parte presentando le sue marine: dall’Esposizione di Belle Arti a Roma nel 1883 con la veduta Da Posillipo (n. 32), presentata anche a Torino l’anno successivo (n. 763); di nuovo a Roma nel 1886 alla Società Amatori e Cultori di Belle Arti (n. 64). Inizia così una lunga serie di paesaggi marini che hanno quasi sempre al centro della veduta il Palazzo Donn’Anna.7 C’è da chiedersi se il vero soggetto del quadro sia l’antico misterioso rudere, oppure è il mare stesso il protagonista della scena, su cui il monumentale edificio si staglia nel golfo napoletano e che costituisce il romantico sfondo. In realtà i due soggetti sono inscindibili nella ricerca quasi ossessiva dell’Esposito che si era scelto un particolare punto di osservazione, “lo scoglio di Frisio” sull’arenile sottostante il lato sud-ovest di una delle tre facciate prospicienti il mare del Palazzo Donn’Anna; difatti lo studioso Mattia Limoncelli ci informa che Esposito “…per un trentennio non fece che studiare il Palazzo Donn’Anna in tutte le varianti delle stagioni, delle luci, delle ore; dandoci un esempio di ricerca naturale, avvicinandosi alla conoscenza di quell’episodio centrale di Posillipo…”8; e Odoardo Casella, suo collezionista aggiunge pertinentemente che: “Gaetano Esposito studia e penetra il mare, al punto, che dell’onda non ti dà solo il colore o la forma, ma il dinamismo, l’irruenza, l’impeto travolgente”9, come si vede bene nel dipinto, già nella sua raccolta, Sciroccata a Palazzo Donn’Anna (fig. 2). Anche il pittore Ezechiele Guardascione, nei suoi ricordi di vita e di arte rammenta che: “Come un vecchio gabbiano, Esposito si aggirava intorno alla maestà dell’antico edificio adagiato in quella conca marina. La grandezza del soggetto avrebbe potuto rendere grande la sua pittura. E’ noto l’impegno con cui Gaetano Esposito ritraeva incessantemente, tutte le sere, questa veduta dalla terrazzina dello Scoglio di Frisio, allorché le masse di viola tentavano d’impastarsi e vibrare nell’acqua. […] Era il tempo che avevo un piccolo studio a Palazzo Donn’Anna. Nei pomeriggi ero sempre intorno a Gaetano Esposito, che dipingeva dallo Scoglio di Frisio il suo palazzo. Il quadro, come è noto, ebbe successo in diverse mostre. Premiato in Ispagna, ed in altre Esposizioni, fu in ultimo acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma.”10
E il palazzo di Anna Carafa divenne perciò per Esposito “il motivo ossessionante della sua maturità pittorica”, come ha scritto il critico Schettini, al punto di stabilire con esso un delirante rapporto di possesso: “Per decenni fu come magnetizzato dal fantasma lirico del mare e delle rovine del Palazzo di Donn’Anna, la cui suggestione lo rendeva persino geloso che altri vi indugiasse con tavolozza e pennelli: una volta come all’incontro di un rivale in amore, piombò furente dinnanzi al mite Pratella che vi si era recato a dipingere”11 (si veda di Attilio Pratella, Palazzo Donn’Anna,  in Valente, 1996, ripr. n. 377, p. 88). E questo significato venne colto subito dalla critica del tempo, in particolare di fronte alla nostra versione del Palazzo Donn’Anna, o Dallo Scoglio di Frisio (fig. 3), il titolo col quale l’opera venne presentata alla Esposizione di Belle Arti di Roma (cat. n. 268) nel 1893, e acquistata direttamente dall’artista per le collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Nel recensire la mostra, sempre nel 1893, la scrittrice Contessa Lara, così loda le opere del pittore: “Del pari avrete quella di quadri di Gaetano Esposito – di Napoli – tre stupendi lavori: il primo Dallo Scoglio di Frisio, una marina dalla trasparenza madreperlacea capace di consolare della nostalgia del golfo napoletano anche un’appassionata come me, stante l’arte forte e squisita con cui è ritratto quel lembo di paradiso in terra”.12
Un’altra importante esecuzione dell’opera Esposito la presentò a Firenze nel 1896 alla mostra “Festa dell’Arte e dei Fiori” (cat. n. 169) dal  titolo  Marina di Napoli, 1895 (fig. 4), premiata e acquistata dal Re Umberto I.13 Si tratta sempre di una veduta del Palazzo Donn’Anna, citata anche nel commento del critico del tempo, Enrico Montecorboli: “L’artista ci presenta il castello della Regina Giovanna nell’ora del tramonto.”14 Il dipinto oggi si conserva a Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti.15 Una grande tela raffigurante uno scorcio di Palazzo Donn’Anna, Posillipo, 1906 (fig. 5) fu acquistata da Vittorio Emanuele III nel 1906 alla Mostra Nazionale di Belle Arti di Milano, ed è ora conservata nel Palazzo Reale di Napoli.
 
“Laggiù, quella macchia gialla, pare una spugna vecchia, è il Palazzo Medina, punto di riferimento e centro del mondo” .
da Ferito a morte, 1961, Raffaele La Capria
 
Palazzo Donn’Anna: storia, leggenda, iconografia
 
“Qui era l’antico palazzo dei principi di Stigliano, detto per la sua vaghezza la Sirena”, così inizia la descrizione del Palazzo Donn’Anna fatta dallo storico Carlo Celano (1617-1693) nel suo famoso testo Notizie del bello…., edito per la prima volta a Napoli nel 1692.16  Che fosse un luogo di delizie già lo aveva ricordato l’erudito Giulio Cesare Capaccio (1552-1634) nel 1607, avendolo definito “domicilio delle Sirene”: “Sirene ibi domicilium, Draconetti Bonifacii memoria celebre, a Ravascheriis instauratum; scopulus regibus dignus, qui ad Stiliani principem devenit17 Infatti il preesistente edificio, riedificato dall’architetto Cosimo Fanzago (1593-1678) nel 1642, prima di appartenere ai principi Carafa di Stigliano, era proprietà della famiglia Bonifacio tra la fine del sec.XV e il sec.XVI, e poi ai Ravaschieri che lo cedettero agli antenati di Anna Carafa, futura moglie, nel 1636, del viceré di Spagna Don Ramiro Guzman, duca di Medina, il committente dell’architetto Fanzago18, come ci ricorda anche il Celano nel sopra citato testo: “Il duca di Medina essendosi sposato con la Principessa padrona, il volle edificare di nuovo col disegno, modello, ed assistenza del cavalier Cosimo Fansaga […]. Il duca disegnava d’adornarlo di bellissime statue antiche di marmo, avendone a tal effetto accumulate molte, ma essendosi partito da Napoli, queste furono murate dentro una stanza.”19
Il palazzo rimase quindi incompiuto. Nel 1645, un anno dopo la partenza del marito, anche Anna Carafa abbandonò la casa. Più tardi, durante i moti popolari napoletani (la rivolta di Masaniello), nel 1647, la celebre dimora posillipiana venne saccheggiata; rimodernata da un discendente del Medina, Nicola Maria, nel 1666, fu di nuovo danneggiata dal terremoto del 1688, per il crollo dei due piani maggiori. Rimasto in stato di completo abbandono, il palazzo assunse da allora l’aspetto di un magnifico rudere, stimolando l’immaginazione popolare a crederlo abitato da spettri, e frequentato da figure e fantastici animali marini, nonché rifugio di ogni genere di volatili appartenenti alle specie notturne. Dopo una serie di altri passaggi di proprietà, vi si installò nella prima metà dell’Ottocento una fabbrica di cristalli, che per la sua attività copriva di nerofumo la cima dell’edificio, conferendogli un aspetto ancora più lugubre. Dopo il 1870, la proprietà passò in buona parte alla famiglia Capece Minutolo e ai Colonna di Paliano20, ma alla fine dell’Ottocento, quando l’Esposito fissò colà il suo studio nei sotterranei, il Palazzo Donn’Anna versava ancora in piena rovina, da come lo descrive lo studioso Michelangelo Schipa nel 1892 (l’anno prima che Esposito dipingesse la nostra bella versione): “A Posillipo l’edificio che più riempia d’ammirazione, pure così rovinato com’è, e che più solletica la curiosità erudita e la fantasia, è il Palazzo Donn'Anna, volgarmente chiamato Dognanna, per corruzione della parola, e anche della Regina Giovanna, per ignoranza della cosa.”21 (Difatti non era mai appartenuto né a Giovanna I, né a Giovanna II della casa reale d’Angiò).
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Carico di tanta storia, dunque, il Palazzo Donn’Anna, e unico per la sua speciale posizione topografica nel golfo partenopeo, ha perciò maggiormente colpito la fantasia popolare e gli artisti. Sito nel primo tratto della costa collinare di Posillipo (luogo ameno da epoca classica: dal greco Pausylipon, ovvero che dà “tregua al dolore”22), risulta quasi sempre incluso già nelle vedute settecentesche del lato occidentale della città. Ed è a Posillipo, come è noto, che si formò successivamente una vera e propria “scuola di pittura” all’aperto ad opera di Pitloo, di Gigante e dei loro seguaci, cosicché la veduta di quella porzione di paesaggio marino ebbe larghissima diffusione  e fortuna nell’ambito del collezionismo pubblico e privato. Il Palazzo Donn’Anna, quindi, diviene parte integrante, se non fondamentale, delle pitture posillipiane, poiché questo spicca su tutte le altre ville sul mare per la sua mole massiccia e approssimativamente quadrangolare adagiata sullo sperone tufaceo, con grotte, lambito su tre lati dal mare, che consentono (o consentivano) di accedere direttamente con barche alle scale che conducono ai piani superiori dello stupefacente edificio. Verosimilmente l’Esposito scendeva tutti i pomeriggi, prima del tramonto, come abbiamo visto dai brani più sopra riportati, a dipingere il suo monumento, sempre ripreso dal poco lontano “Scoglio di Frisio”, dirimpetto alla facciata che guarda a ponente mentre si tinge dei colori e dei bagliori delle ultime luci del giorno.
Ma il Palazzo Donn’Anna, prima di diventare il protagonista romantico nei dipinti di Esposito, era raffigurato in pitture, disegni e incisioni, appunto settecenteschi: da Adrien Manglard (1695-1750), Napoli da Posillipo, a Alexis-Nicolas Perignon (1726-1782), Palazzo Donn’Anna, 1780, Vienna, Albertina23, e poi nelle opere di Pietro Fabris, in quelle di Antonio Joli, nella vasta e nota veduta di G. B. Lusieri (1755-1821), La costa di Posillipo24; e ancora, per tutto l’Ottocento, nei disegni di Achille Gigante, nelle incisioni di Achille Vianelli, di Gustavo Witting, e nelle gouaches di maestri come Alessandro La Volpe, Saverio della Gatta, Giuseppe Laezza, e naturalmente nelle pitture di Pitloo e di Giacinto Gigante, sino al povero Pratella, di cui si è già detto.
Tuttavia la differenza fra codesti vedutisti, paesisti e l’Esposito a noi sembra questa: nei primi, il Palazzo Donn’Anna è uno degli elementi compositivi del paesaggio marino, insieme alle barche, la costa, la collina, gli alberi nella loro visione topografica, talvolta ripetitiva e stereotipa, mentre nel nostro artista il soggetto è sottoposto ad una continua e ossessiva indagine del mutamento delle luci, dell’ora, delle condizioni metereologiche che conferiscono un’anima a quella stessa “veduta” sempre diversa, calma o burrascosa che sia, dal carattere indiscutibilmente romantico e sentimentale come quello del suo autore.
                                                                                                               Mario Ursino
 
Note
  1. F. Manfredi, Gaetano Esposito, in “L’Artistico”, Napoli, agosto 1963, p. 5
  2. Di Gaetano Esposito non vi sono studi monografici, né cataloghi delle sue opere; tra le notizie bio-bibliografiche più recenti si segnalano: M. Picone, ad vocem, in La pittura in Italia. L’Ottocento, II, Milano 1991, pp. 813-14; e L. Soravia, ad vocem, in Diz. Biografico degli italiani, vol. XLIII, Milano 1993, pp. 282-84; I. Valente, ad vocem., in La pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli 1996, pp. 125-126; un notevole studio sull’opera di Gaetano Esposito è stato svolto, su mio suggerimento, dalla mia allieva Simona Mirabile per la sua tesi di laurea specialistica in Studi Storico-artistici, Gaetano Esposito (1858-1811) fra storia e cultura artistica della scuola meridionale, schedando scrupolosamente oltre 150 opere fra disegni e dipinti; la tesi è depositata presso la Biblioteca della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove è possibile consultarla.
  3. Il dipinto Ritratto muliebre di Gaetano Esposito, di proprietà della GNAM, è attualmente in “temporaneo deposito” presso la Pinacoteca di Ascoli Piceno dal 1997.
  4. “Sono sotto l’incubo di una grande sventura. – scriveva il povero Esposito in data 21 febbraio 1910 all’amico fraterno Carlo Chiarandà – La mia povera Venturina si è suicidata ed è morta! Vieni subito.” E in un’altra lettera di tre giorni dopo, scriveva ancora all’amico: “La mia malinconia sempre più m’invade! Le volevo molto bene, anche per la pietà che il suo tenero amore mi destava.”, in A. Schettini, Pittori dell’Ottocento: Gaetano Esposito, “Il Roma della domenica”, s.d. (1930?), p. 14
  5. cfr. G. Gagliardi, Gaetano Esposito: un artista rovinato dal temperamento malinconico e introverso, “Napoli notte”, 15 marzo 1972
  6. O. Casella, Gaetano Esposito Pittore del Mare, in “Rassegna Nazionale”, Roma febbraio 1942, p. 93.
  7. Il Palazzo Donn’Anna  (detto anche Palazzo Medina) deriva il suo nome dall’antica proprietaria, la principessa Anna Carafa di Stigliano, andata sposa nel 1636 a Don Ramiro Guzman, Duca di Medina, Viceré di Spagna.
  8. M. Limoncelli, Napoli nella pittura dell’Ottocento, Napoli 1952, p. 236.
  9. O. Casella, op. cit., p. 92
  10. E. Guardascione, Napoli pittorica, Napoli 1943, p. 15 e p. 55.
  11. A. Schettini, La pittura napoletana dell’Ottocento, Napoli 1967, vol. II, p. 386
  12. Contessa Lara, All’Esposizione di Belle Arti a Roma, in “Natura e Arte”, 1893, IV, p.119
  13. cfr. E. Giannelli, Gaetano Esposito, in Artisti Napoletani viventi, Napoli 1916, p. 235
  14. E. Montecorboli, “La festa dell’Arte e dei Fiori”, Firenze 1896, in “Natura e Arte”, XI,
p. 887.
  1. cfr. K. Fiorentino, scheda del dipinto Palazzo Donn’Anna, 1876, Napoli, coll. priv., in cat. Capolavori dell’ ‘800 napoletano, Milano 1997, p. 163.
  2. C. Celano, Notizie del bello dell’antico e del curioso della città di Napoli, Giornata IX, Napoli 1692; rist. Napoli 1970, p. 2014.
  3. G. C. Capaccio, De Pausylipo colle, eiusque deliciis, in Historiae Neapolitanae, Napoli 1771, Libro II,  Capo II, p. 19
  4. cfr. S. Volpicella, Il Palazzo Donn’Anna, in Principali edificii della città di Napoli, Napoli 1850, pp. 112 e segg.
  5. Celano, op. cit., p. 2015.
  6. cfr. L.Catalano,  I Palazzi di Napoli, Napoli 1852, rist. Napoli 1969, pp 62-63;
      e V. Glejeses, Chiese e Palazzi della città di Napoli, Napoli 1978, pp. 273-76
  1. M. Schipa, Il Palazzo di donn’Anna a Posillipo, in “Napoli Nobilissima”, I, Fasc.12, dicembre 1892, p. 177.
  2. E. Alvino, La collina di Posillipo,  con 42 disegni di Achille Gigante, Napoli 1845, rist. Napoli 1963, nota 1, pp. 7-9.
  3. cfr. N. Spinosa, L. Di Mauro, Vedute napoletane del Settecento, Napoli 1996, ripr. p. 273; pp.160-162 e pp. 174-175.
  4. cfr. Gérard Labrot, Palazzi Napoletani 1520-1750, Napoli 1993, ripr. pp. 152-156, 158.
 
 

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