LE SCENE DI MERCATO NELLA BOLOGNA DI FINE '500

di
Lisa VITALI
 
Bologna è sempre stata caratterizzata dalla contrapposizione fra le pitture sacre, definite dai contemporanei come genere più   “alto” e quelle di carattere più profano, di genere “basso”o popolare. Molti artisti, anche grazie alle tele di genere di Annibale Carracci, come la famosa “Macelleria”, o di Bartolomeo Passerotti, decisamente più irriverenti e denigratorie, come la “Pescheria”, si cimenteranno con questo tipo di  soggetti.
Uno tra questi fu Giovanni Maria Tamburini (Bologna 1575?- 1660 circa), artista per molto tempo associato alla figura di Giovanni Andrea Donducci il Mastelletta, di cui solo di recente è stato riconosciuto il valore attribuendogli opere fino ad ora passate con altri nomi.  Pur rimanendo qualitativamente inferiore al Mastelletta o ai grandi citati, egli riesce a dare uno spaccato di Bologna alquanto realistico e irriverente specialmente nelle scene di mercato - soggetto da lui prediletto- di cui qui ne riportiamo due: il “Mercato fuori porta”, databile al secondo decennio del XVII secolo, e la “Fiera con cavadenti e la commedia delle maschere”, inquadrabile nello stesso periodo
Ovviamente non dobbiamo considerare queste pitture come una risposta ai bamboccianti romani, infatti in questa città la situazione economica, sociale e politica era alquanto differente rispetto a quella bolognese: a Roma vi era una forte impronta cosmopolita e una disparità nella distribuzione delle risorse economiche nettamente più elevata rispetto a Bologna, ed è proprio a questo che si rifanno i bamboccianti romani.
Nella città felsinea, al contrario, vi è una forte attenzione agli aspetti più feriali, più goliardici della vita: inoltre dobbiamo anche tenere presente che in questo periodo muta il gusto generale che porterà a disdegnare l’affresco preferendo altre soluzioni come le tele ad olio per dare più risalto ai nuovi temi che andranno a caratterizzare l’arredamento degli ambienti domestici, ulteriore motivo per cui in questo periodo ritroviamo tanti dipinti con natura morta. Questi servivano proprio come arredamento delle famiglie più abbienti, non solo nobili o personaggi in vista ma anche di mercanti che al tempo assumono un’importanza vitale per la città grazie a risorse finanziarie quasi illimitate. Riguardo a queste opere il pensiero non può non correre alla pittura nordica di genere a partire da Peter Aertsen o alla “Danza per un matrimonio” di Pieter Brueghel il Giovane, anche se entrambi questi artisti guardano ai loro contemporanei con uno sguardo più malizioso rispetto al lavoro di molti artisti italiani e particolarmente bolognesi, come appunto Giovanni Maria Tamburini.
Di questo artista sappiamo poco o nulla riguardo la sua vita, ma le poche informazioni che abbiamo derivano tutte dalla Felsina Pittrice del 1678 scritta da Malvasia, dove l’artista viene menzionato come allievo di Guido Reni «del quale per la sua schiettezza e bontà fu gran confidente ed amico».  Il Tamburini va a formare una figura chiave in questo periodo: precedentemente infatti si riteneva che dopo la pittura di genere “basso” di cui erano stati grandi precursori appunto Passerotti e i Carracci, ci fosse stato un balzo temporale fino al Settecento, dove bisogna aspettare Giuseppe Maria Crespi per riottenere un rinnovato interesse per la vita quotidiana in scene prive di contenuti mitologici e religiosi; questi dipinti però ci chiariscono come in realtà questo interesse non si sia mai interrotto, sia pur con declinazioni molto differenti.
Analizzando questi due dipinti l’uno accanto all’altro è possibile notare quanto sia corretto il giudizio che Malvasia elabora sul Tamburini, definendolo come «gran pratico» e «grand’intelligente di prospettiva»: infatti entrambe le composizioni- probabilmente ideate insieme e facenti parte di un’unica serie per affinità tematica, compositiva, cromatica- sono poste in un perfetto schema prospettico. Le figure sul primo piano non sono solamente assiepate indistintamente ma ognuna è caratterizzata fisiognomicamente e psicologicamente, in modo da darci un ritratto perfetto della Bologna dell’epoca, degradando poi verso il fondo dove si fanno sempre più indistinte.
Nel mercato fuori porta in un paesaggio di fantasia con un ampio slargo a ridosso delle mura cittadine si dispiegano compatti assembramenti di folla: un intrico umano identificabile chiaramente solo in primo piano dove si raccolgono commercianti, venditori ambulanti di vari generi alimentari come carni, insaccati, formaggi e stoviglie alternati a imbonitori, cavadenti e suonatori. Quest’ultima scena Tamburini doveva averla vista sicuramente con i suoi occhi in  quanto era pratica comune per i cavadenti avere al seguito una banda ingaggiata proprio per coprire con la musica le urla del paziente. Altra scena di vita vissuta è riscontrabile nel supplizio posto sullo sfondo detto anche “tortura dei cinque tiri” la quale era riservata ai ladri.
Nel suo pendant, la "Fiera con cavadenti e la commedia delle maschere” è possibile ritrovare alcuni personaggi comuni alla prima rappresentazione come il cavadenti e il suo paziente, questa volta posto in primo piano e quest’ultimo mostra sul volto tutti i segni del dolore inflittogli dal cavadenti, il quale durante la settimana molto probabilmente lavorava come fabbro o come falegname e nei giorni di festa metteva al servizio della comunità i suoi attrezzi e la sua “innata” bravura. È possibile individuare altri personaggi invece innovativi come i giocatori al centro del dipinto che sicuramente stanno architettando una truffa nei confronti di chi li sta guardando, e, particolarissima, l’imbarcazione che porta merci e passeggeri attraverso uno dei canali nei pressi della porta d’accesso della città, di cui all’epoca Bologna era assolutamente provvista come ricorda il canale ancora visibile da Via delle Moline.
di
Lisa VITALI                                              Bologna 18 / 2 / 2017

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