"Guttuso, Inquietudine di un Realismo"

a cura di Fabio Carapezza Guttuso e
Crispino Valenziano

Roma, Palazzo del Quirinale (fino al 9 ottobre)

La Crocifissione di Guttuso

tra richiami e incomprensioni

di Mario URSINO
 
Tra i grandi lavori di Renato Guttuso (1911-1987), la Crocifissione, insieme con la Vucciria, è oggi tra le opere più note del grande artista siciliano. La tela di cm. 200x200 fu donata dal maestro insieme ad un notevole gruppo di sue opere alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna poco prima di morire.  Il dipinto fu concepito da Guttuso attorno al 1939, ovvero all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, datata al 1940-1941, quando il conflitto aveva già cominciato a manifestare tutto il suo orrore (l’invasione e il massacro della Polonia).
Tuttavia questo tema era stato precedentemente oggetto delle riflessioni dell’artista, considerato come il culmine del dramma umano in tutte le sue accezioni, quindi non solo come semplice realizzazione di un’opera a carattere religioso (accolta al suo apparire come un vergognoso oltraggio alla stessa figura del Cristo), ma anche come una denuncia della crudeltà dell’uomo sull’uomo, mai completamente sconfitta, purtroppo neppure ai nostri giorni. L’artista ha avvertito costantemente questa realtà della vita alla quale l’umanità è sempre soggetta, e non a caso tra le opere oggi presentate nella interessante mostra, Guttuso, Inquietudine di un Realismo, allestita a Roma nel Palazzo del Quirinale (10 settembre – 9 ottobre 2016), e curata da Fabio Carapezza Guttuso e Crispino Valenziano, figura un disegno, Caino e Abele, proprio del 1939 (cat. n. 3), che rappresenta il primo assassinio della storia dell’uomo.

In modo esemplare la mostra allinea complessivamente ventisei opere fra dipinti, disegni e studi, che illustrano temi dalle Sacre Scritture sulle quali il maestro siciliano ha sviluppato il suo personale linguaggio artistico, ormai riconosciuto come un classico del Novecento italiano. Un linguaggio che proprio con la Crocifissione raggiunge la piena maturità e rende lo stile dell’artista inconfondibile. La mostra si apre su un suo dipinto, appunto sul tema del dramma umano,  il Cristo deriso, 1939 (cat. n. 2), oggi nella collezione della Camera dei Deputati, di marca squisitamente espressionista che richiama alla mente i lavori del belga James Ensor (1860-1949) (si veda, ad esempio l’ Autoritratto circondato dalle maschere, 1899, Menard Art Museum, Kowaki, Japan).

Guttuso non è stato il solo ad adottare la deformazione formale mutuata da quella avanguardia storica  nel clima precedente e durante il secondo conflitto mondiale; altri giovani artisti hanno usato questo linguaggio come satira o denuncia sociale degli orrori della guerra, come Mafai, Scialoja, Sadun, Pirandello, Longanesi, Maccari, Afro, persino molti scultori, tra i quali, Mirko, Mazzacurati,  Leoncillo, come ho cercato di dimostrare nella mia mostra  Espressionismo romano negli Anni Quaranta, Galleria Nazionale d’Arte Moderna (23 luglio-30 ottobre 2004).

Con la Crocifissione, a lungo meditata anche attraverso i suoi significativi studi (si vedano i due Studio per la Crocifissione (cat. nn.5-6), entrambi del 1940, Archivi Guttuso, Roma), Guttuso attesta, se mai ce ne fosse bisogno, la concitazione drammatica che caratterizza appunto l’esito finale del grande dipinto. Sulle fonti iconografiche la critica fa giustamente riferimento ad opere quali Guernica di Picasso, 1937, dal 1982 a Madrid, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia proveniente dal MoMA di New York, il famoso affresco Trionfo della morte, sec. XV, già a Palermo, Palazzo Sclafani, oggi a Palazzo Abatellis, e al Polittico di Colmar, 1512-16, di Grünewald, citati dallo stesso Guttuso nei suoi scritti.
Personalmente trovo delle affinità anche con la Deposizione, 1545 ca., di Daniele da Volterra (Roma, Chiesa della Trinità dei Monti), per la concitazione compositiva che la caratterizza e con la Deposizione dalla Croce, 1521, di Rosso Fiorentino, Volterra, Pinacoteca Civica, per le accensioni coloristiche, le linee spezzate, le note dissonanti (come vediamo anche in Guttuso) e il dramma della scena che fa coprire gli occhi con le mani a San Giovanni in Rosso Fiorentino, come alla donna vestita ai piedi della croce in Guttuso. Opere che spesso mi tornavano alla mente ogni volta che passavo davanti a questa potente Crocifissione del maestro siciliano, esposta in una delle sale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Un’altra probabile fonte, a mio avviso, è anche la Crocifissione di Cristo, 1512, di Hans Baldung Grien, Basilea, Kunstmuseum, dalla quale Guttuso potrebbe aver mutuato la rappresentazione dei due ladroni con le braccia e i piedi legati sul retro della croce, come si vede nel corpo arcuato, tutto in rosso fuoco, del ladrone morente di fronte al Cristo livido e alla luminosa e sfolgorante nudità della Maddalena, che si appoggia disperata al corpo del Redentore, nel primissimo piano della Crocifissione  guttusiana.

* * *

Ma ciò che ignoravo era tutta la storia delle avversioni del clero, come ho accennato in principio, al primo apparire dell’opera, come Fabio Carapezza Guttuso bene narra nel suo testo di presentazione in catalogo, la Crocifissione, la vita di un quadro. Si resta esterrefatti a leggere, oggi, quanto l’allora Vescovo di Bergamo, Adriano Bernareggi nel 1942, l’anno in cui il celebre dipinto ottenne il secondo premio del IV Premio Bergamo, istituito dall’intelligente Ministro dell’Educazione Nazionale Bruno Bottai; riporto qui di seguito il brano citato dal Carapezza Guttuso:
D’ordine di S.E. monsignor Vescovo si dà avviso a tutto il clero della diocesi ed a quello di passaggio per la nostra città che è ad esso proibito l’accesso alla mostra del Premio Bergamo, pena la sospensione «a divinis ipso facto incurrendo», i parroci dovranno avvertire i fedeli della sconvenienza di visitare la stessa mostra…”.
A questa seguirono altre dichiarazioni di pubblico disprezzo sull’ “Avvenire” e sull’ “Osservatore Romano” che ebbe a definire l’opera “una sacrilega parodia della Divina Tragedia del Golgota”. Gli anni passano, la Crocifissione rimane sempre nello studio dell’artista sino alla morte, il 18 giugno 1987. Nel frattempo la posizione della Chiesa e degli intellettuali cattolici rivede la portata di questi terribili anatemi; Padre David Maria Turoldo accetta finalmente la “virtù” del quadro, quando nel suo testo del 1969 afferma: “E tutti siano nudi e assassini, tutti dentro lo stesso evento, e una sola donna quella che potrebbe rappresentare forse la pietà, nello spazio compresso del quadro, è vestita…” [difatti gli altri personaggi sono nudi e al centro del quadro spicca l’abbagliante nudità di schiena di una donna (la Maddalena?) che quasi abbraccia il Cristo morente sul panneggio bianco che scivola gradualmente dalla sommità della croce; dovette essere questa particolarità della scena che scatenò lo sdegno del clero. n.d.r.]. Quindi si arriva al 1977; il Papa Montini accetta il dialogo con l’arte moderna e incontra Guttuso che fa dono di quattro sue opere ai Musei Vaticani (Mano del crocifisso, 1965, cat. n. 9; Colomba della pace, 1972, cat. n. 13; Colosseo, 1973, cat. n. 14; Conversione di San Paolo, 1977, cat. n. 16) avrebbe voluto ovviamente includere anche la Crocifissione, ma ad una condizione di compromesso: l’artista avrebbe dovuto coprire i nudi femminili (!), analogamente a quanto fu chiesto nel Cinquecento a Daniele da Volterra di velare i nudi michelangioleschi, tanto da farsi attribuire il soprannome di “il Braghettone”. Guttuso fu fermo nel respingere una tale richiesta che lo avrebbe accumunato all’autore della celebre Deposizione di Trinità dei Monti, che ho più sopra citato: “Avevo dipinto la Crocifissione con animo realmente religioso che avevo trasmesso attraverso un immenso rispetto per la figura del Suppliziato, seminascosto da un sudario bianco di cui una delle pie donne si serviva per asciugare il sangue della sua tortura. Nonostante ciò mi piombò addosso una sorta di scomunica. Più tardi mi proposero di mettere le brache ai nudi. Mi sono rifiutato come ho rifiutato di donare la tela alla Galleria d’Arte Moderna del Vaticano…” (in Valenziano, Guttuso, 2016, p. 48). Ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché fortunatamente la Crocifissione oggi appartiene alle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dove dobbiamo  augurarci di rivederla nel nuovo imminente riallestimento.

di Mario URSINO
Roma, 21 settembre 2016                                                               

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