“E lì accanto, sconosciuta prima d'allora,
più modesta di un lucignolo
alla finestrella di un capanno,
tremava una stella
sulla strada di Betlemme”.

 (Boris Pasternak)

La cosiddetta "stella cometa", da oltre duemila anni, fa capolino nel cielo della speranza, dove altre "stelle", anche se meno lucenti, attentano minacciosamente al suo ritorno e al suo messaggio di pace.
     È fin troppo vero. Tra le ricorrenze religiose, Natale, resta quella più circonfusa di poesia. Il suo appressarsi si avverte da lontano, dalle luci che fanno più luminose le città, dall'atmosfera che pare caricarsi di più schietta umanità, alla sensazione di un evento in arrivo, capace (chissà) di tregua salutare e (si spera sempre) salvifica.
     Eppure, nonostante questo brulicare di luci festose, si levano a contrasto, nel mondo, sinistri bagliori di conflitti più o meno armati, e dell'atmosfera natalizia non s'avverte che una mesta presenza: i pastori non paiono più attratti dalla grotta, la stella cometa pare celarsi dietro ingombranti nuvoloni e l'angelo annunciante non sa più a chi rivolgersi per cantare il suo "gloria". A vegliare sul Bambino non restano che la Madre celeste e il Papà putativo dacché anche il bue e l'asinello sembrano essersi addormentati.
    

Giotto, in un simile frangente, non avrebbe mai potuto concepire l'"Adorazione dei Magi" della cappella patavina (1303-1305) né quella d'Assisi, né, men che mai, Botticelli la sua (1475), così doviziosamente ricolma di personaggi paludati in elegantissimi e lussuosi vestimenti, per non dire di Leonardo e della sua incompiuta (1481) e della popolosa e fastosa raffigurazione del Ghirlandaio (1485-1488).
     Nei racconti natalizi di Matteo e Luca, tuttavia, si conserva e perdura la stessa, primitiva, scarna e insuperata poesia, forse solo presente nelle prime raffigurazioni ancora visibili nelle catacombe di Priscilla e, se si vuole, in quella di Giotto. 
     Nel vangelo di Matteo, in particolare, e solo in questo, è narrata la vicenda dei Magi, sapienti d'Oriente, figure in qualche modo misteriose, che introducono una nota d'intrigante dinamismo nella ieratica, "fissa" e splendente descrizione della Natività: quella stessa, devota rappresentazione, ancora oggi espressa nel "presepio" e che dovette ispirare San Francesco nell'invenzione "vivente" di Greccio.
     Anche in quest'ultimo riferimento occorre fare circospetta attenzione per non smarrire il significato che San Francesco volle conferire al "suo" presepio.
     Egli si era recato nel 1220 a Betlemme, riuscendo in questo modo a soddisfare il sogno di visitare i luoghi della vita terrena di Gesù. A Betlemme il santo d'Assisi si sarebbe fermato a lungo a pregare nel luogo della nascita del Salvatore. Di ritorno in patria, a Greccio (forse per la particolare asprezza del luogo, e non ad Assisi), egli concepì l'idea di ricostruire la scena della Natività. Era il 1223. Testimoni San Bonaventura e Tommaso da Celano e previo il placet del papa Onorio III, “si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello”. Tutto qui. 
     Il santo aborriva lo spettacolo. Quindi nessuna buona animella con in braccio un vero bambino nel freddo della grotta e nessun altro, seppur verosimile, personaggio. Il tutto, cioè quel poco, doveva servire alla meditazione su ciò che, durante la celebrazione della messa, sarebbe avvenuto: il richiamo della reale presenza di Gesù in quella greppia.
     E in quella notte santa non mancarono dei fatti prodigiosi. La notizia del "presepio" di Francesco aveva richiamato gli abitanti di Greccio, che, con fiaccole in mano, illuminarono la grotta spoglia ma colma di suggestioni. Lo dice Celano: la voce di Francesco tremava di emozione e tenerezza ogni volta che pronunciava il nome del "Bambino di Betlemme" e l'amico suo Giovanni da Greccio rivelò di aver visto un vero, radioso Bambino nella mangiatoia e il Santo Padre che lo stringeva al petto con ambo le braccia.
     Se san Francesco non tollerò personaggio alcuno nel suo primigenio presepio, figurarsi se avrebbe mai permesso l'arrivo dei "Re Magi". Ma l'arte, il bisogno ancestrale di "raffigurare" (il medesimo che si rinviene nelle grotte di Altamira, o di Lascaux o di Pont d'Arc) prenderà il sopravvento sulle pur pie e ispirate intenzioni di Francesco. Da lì a venire, circa ottanta anni dopo, Giotto innalzerà a gloria imperitura, a Padova e in Assisi, il mito dei Re omaggianti.
     Al riparo di una "pensilina", tesa architettonicamente in orizzontale a interrompere la verticalità (altrimenti stridente) delle tante figure che compongono l'affresco, Giotto celebra a suo modo l'arrivo dei sapienti d'Oriente. Appena discesi dai cammelli, tenuti a bada da palafrenieri, i Re, avvolti in fastosi mantelli, porgono, compunti e affatto compresi dello straordinario evento, i loro preziosi doni al Divino Bambino.
     Queste figure, così immortalate, assurgono ben presto al ruolo di "cercatori di Dio". Lo dice la loro storia, leggendaria o mitica quanto si vuole ma carica di significati come poche altre. Terra d'origine: la Persia? l'Arabia? l'Africa? I loro nomi: Baldassare? Melchiorre? Gaspare? Tutti interrogativi, che, nonostante premurose ed estesissime ricerche, sono rimasti tali. 
     E qui soccorre, nella densità magmatica del racconto evangelico, la singolarità della loro apparizione. Attesi da nessuno in Palestina, sono loro a propalare la notizia della venuta del Re dei Giudei, notizia che fa - come si sa - trasalire Erode fino a fargli temere la fine del suo regno. Conseguenza nefasta e tragica, di certo non voluta dai tre nuovi arrivati: la strage dei poveri bambini fino ai due anni d'età. E ciò fa ben pensare che l'arrivo dei tre saggi sarebbe da collocare più esattamente due anni dopo la nascita di Gesù.
     Se l'improvviso apparire di persone a noi care può scaturire da un bisogno di rinsaldare un vincolo d'amore, quello dei Re Magi certamente originò da un bisogno di conoscenza. 
Nel cielo erano apparsi segni straordinari di dubbia interpretazione. Secondo la tradizione, dispensatrice di storie vere e false ma perlopiù orientate a fin di bene e intese a dare "spiegazione" a fatti e vicende altrimenti incomprensibili, era apparsa in Persia una stella che conteneva nel suo mezzo l'immagine di una donna con in grembo un bimbo. La stessa religione zoroastriana, del resto, non escludeva l'arrivo di un unico Dio. E, poi, il sorprendente fenomeno celeste della congiunzione di Giove, Saturno e Marte non poteva lasciare indifferenti astronomi di tal fatta, quali dovevano essere i nostri Re. 
     L'intesa fu miracolosamente immediata. Pur partendo da paesi tra loro lontani, i saggi si ritrovarono insieme nel cammino guidati da una stella, sostenuti dall'insopprimibile anelito di conoscere, niente di meno, che un Dio. S'incontrarono solo nei pressi di Gerusalemme e, secondo il racconto di Giovanni di Hildesheim, si "riconobbero" subito, abbracciandosi con grande trasporto.
     E qui entrano in scena - per sollecitarci a vedere in questo stupefacente "viaggio" qualcosa che trascende il fatto in sé - le finezze interpretative delle metafore.
     I Re Magi, saggi e sapienti che siano, non appaiono, per esempio, come i nostri beneamati monaci amanuensi, seduti nei loro scranni, chini per la vita a trasmettere la luce della cultura plurisecolare, infaticabili copisti e studiosi dell'antico, accanitamente presi a salvare tesori altrimenti destinati alla dispersione e all'oblio. I Re, per cercare Dio, "si pongono in cammino", lasciando, niente meno, la sicurezza vigilata, se non addirittura "armata", dei loro regni. 
     Non paghi della pienezza della loro più che privilegiata condizione, avvertono il bisogno di colmare un "vuoto" di tipo conoscitivo-spirituale. Ha qui inizio l'avventura più prestigiosa della loro vita: l'incontro con Dio.
     Viene subito da chiedersi: ma c'è forse da stupirsi? Ognuno di noi, può sentirsi fino in fondo soddisfatto della propria condizione, senza avvertire il bisogno di "mettersi in cammino" per dare risposte appena appena più convincenti alle domande che da sempre reca con sé nello zainetto del suo cuore? Seduti sui sofà del nostro appagato comfort, dobbiamo solo lasciare, è vero, il "regno", non vigilato né armato, delle nostre consuetudini, ben sapendo che una stella cometa brilla incessantemente nel cielo sopra di noi.
     Altra sintomatica considerazione: i reali pellegrini, guidati dalla stella, viaggiano, appunto, nella notte. C'è, dunque, una stella, un segno luminoso non "terrestre": è forse quella che si accende quando apriamo la porta di casa per accennarci al cammino che si apre da lì in poi. È notte, ma non è buio completo. In compagnia di una certa dose di coraggio, possiamo intraprendere il viaggio.
     "Al vedere la stella, i Re provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il Bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono". Il frutto finale del viaggio è la "gioia": una consolazione infinita, l'aver "visto" e incontrato il Bambino. Strada facendo, quella stessa gioia può sorprendere - dobbiamo ammetterlo - ciascuno di noi, a condizione che il cammino si concluda con una meta, con una "visione" e un "incontro".
    "Poi aprirono i loro scrigni e Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra". I Re non si presentano davanti al Bambino "a mani vuote". È la legge dell'ospitalità, tramandata fino a noi dai secoli più lontani. Attesi in casa d'altri è difficile pensare che ci si presenti senza dei pur semplici "presenti". E, non potendo offrire, come nel caso dei Magi, dei doni preziosi, il "padrone di casa" si accontenterà di certo dei nostri umili omaggi.
     La storia dei Magi non finisce con l'incontro coll'unico Dio. La tradizione - la benevola consuetudine degli uomini di terminare le storie impareggiabili con una fine degna della loro grandezza - vuole che i Re Magi, primi adoratori di Dio, tornati "per altra strada" nel loro paese, concludessero la loro vita, Melchiorre a centosedici anni, Baldassarre a centododici e Gaspare a centosei. 
     Rivestiti dei loro abiti regali, in piedi, l'uno accanto all'altro, sarebbero stati sepolti in un unico sepolcro, per l'ultimo e definitivo viaggio, verso la più "conosciuta e sconosciuta" delle grotte. Poco prima della loro scomparsa, sarebbe apparsa una stella, forse la stessa che li aveva guidati a Betlemme, la medesima stella cometa che attraversa, munita di debita coda, il cielo color lapislazzulo dell'Adorazione di Giotto.
Luigi Musacchio 3.1.2018
 
 
Didascalie:

  1. Adorazione dei Magi, 1303-5, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova.
  2. Adorazione dei Magi, 1481-2, Leonardo da Vinci, Galleria degli Uffizi, Firenze.
  3. Adorazione dei Magi, 1485-88, Domenico Ghirlandaio, Galleria dello Spedale degli innocenti, Firenze.