Senza Titolo, 1966,

Il Grande Mosaico di Toti Scialoja,

nella sede del Ministero degli Affari Esteri
e della Cooperazione Internazionale

 
Nell’ambito dell’importante iniziativa “Farnesina Porte Aperte”, che da alcuni anni è un appuntamento fisso con il pubblico per la visita alla notevole collezione d’arte contemporanea, di cui l’attuale responsabile è l’attivissimo Consigliere Diplomatico Enrico Vattani, il 10 maggio si è ricordata l’opera di Toti Scialoja il mosaico Senza Titolo, 1966, a cinquant’anni dalla sua realizzazione nella famosa sala, appunto detta “Sala dei mosaici”.
Come è noto, il prestigioso Dicastero italiano ha raccolto costantemente, dal 2001, per iniziativa dell’allora Segretario Generale, ambasciatore Umberto Vattani, opere che vanno dai grandi maestri del Novecento italiano, da Boccioni a Sironi, da Burri a Fontana, da Manzoni a Pistoletto, fino ai protagonisti della pop art romana (Angeli, Pascoli, Rotella, Schifano) e alla nuova figurazione degli anni Ottanta-Novanta (Mariani, Gandolfi, Galliani, Di Stasio), tanto per citarne alcuni, acquisite nel corso degli anni per “comodato d’uso gratuito”; viceversa le due monumentali pareti a mosaico di Toti Scialoja (1914-1998) e Luigi Montanarini (1906-1998), che decorano magnificamente la “Sala dei Mosaici”, furono commissionate dal Ministero degli Affari Esteri per pubblico concorso nel 1965, in base alla legge sull’arte negli edifici pubblici; opere insolite, queste, e ancora oggi poco note al grande pubblico. La “Sala dei Mosaici”, con il bel controsoffitto a stucco di Alberto Bevilacqua (1896-1979) e i grandi lampadari di Venini di Venezia, disegnati dal grande architetto Carlo Scarpa (1906-1978), immette direttamente nella “Sala delle Conferenze Internazionali”.
L’occasione per ricordare il cinquantenario dell’opera di Scialoja è stata la presentazione, giusto nella “Sala dei Mosaici”, dell’interessante volume di Antonio Tarasco Toti Scialoja critico d’arte. Scritti in Mercurio, 1944-1948, nel quale l’autore ha raccolto sapientemente gli articoli di critica d’arte del geniale, poliedrico artista che fu poeta, illustratore, scenografo, protagonista indiscusso del dibattito e della ricerca artistica, attivo in Italia e all’estero nella seconda metà del Novecento.
Chi scrive ebbe il piacere di conoscere personalmente Toti Scialoja in occasione della grande mostra antologica a lui dedicata nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna nel 1991, andando ad intervistarlo nel suo grande studio a Roma, a Palazzo Costaguti, dove l’artista, analogamente a Pollock, aveva disteso sul pavimento grandi tele sulle quali lavorava  (a differenza di Pollock) con pressioni di tutta la sua persona per imprimere sulle sue tele la materia e il colore. Certo, lui è stato forse l’unico e il solo esponente dell’Action-painting italiana nella felice stagione degli anni Sessanta-Settanta.
Ma per tornare al grande mosaico Senza Titolo, 1966, l’artista ha dovuto lasciarne la costruzione ai lapicidi, e quindi Scialoja lo ha progettato e disegnato, concependolo in una serie di quindici scomparti divisi in fasce o registri, disposti orizzontalmente (le misure non sono rese note, ma possiamo supporle oltre i cinque metri di base  e tre di altezza, o forse più). Nei suddetti scomparti domina un segno nero e fluttuante su fondi che vanno dal grigio chiaro allo scuro, ma alludono, sia pure astrattamente, a dei fiori, nella fascia superiore, e foglie nelle due inferiori. Eco-naturalistica e segno psichico e mentale, secondo un principio di cui l’artista è stato sempre consapevole per la costante riflessione critica sul suo lavoro che ben si riassume nelle sue parole apparse in un articolo del quotidiano “Avanti!” il 5 giugno 1988. “Io esisto nel momento in cui dipingo”, aggiungendo: “Oggi la pittura si è avvicinata ai modi della musica e dell’architettura: è tornata ad essere una pura spazialità pensata e immaginata non per raccontare qualcosa di esterno a se stessa, ma per manifestare se stessa come fatto ritmico, cromatico come pura emozione di spazio”, e lo splendido mosaico Senza Titolo, 1966 della collezione Farnesina ne è, come è molto probabile, uno dei più significativi esempi della poetica di questo amabilissimo artista.

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