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Il Monastero di Santo Spirito ad Agrigento: uno straordinario patrimonio di cultura preistorico-medievale

Arte, iconologia, filologia: la storia di opere di grande interesse scientifico (dipinti, maioliche, materiale lapideo) in un complesso museale di rilievo internazionale (di Gabriella Costantino)


Spazi Culturali al Monastero di Santo Spirito

Frammenti ceramici e lapidei dall’Antichità al Medioevo

Gabriella Costantino
già Soprintendente dei BBCC di Agrigento, ha un lungo curriculum di studiosa e di pubblicazioni; dirige il Museo Archeologico Regionale e la Casa Pirandello, di cui, pochi giorni fa ha denunciato la condizione di degrado.



Il complesso benedettino di Santo Spirito, fondato nell’ultimo decennio del XIII secolo dalla Contessa Marchisia Prefoglio, agrigentina, moglie di Federico I Chiaramonte e progenitrice della potente famiglia feudale che ha avuto un ruolo di indiscusso protagonismo nella storia della Sicilia del XIV secolo, è stato requisito dallo Stato, a seguito delle leggi eversive, alla fine del XIX secolo. Successivamente l’intera ala a Sud è stata riconsegnata alle monache benedettine dell’ordine cistercense che l’abitavano sin dai primissimi anni del XIV secolo, da quando Federico II Chiaromonte aveva realizzato la nuova dimora di famiglia “Steri grande” nel piano della Cattedrale (1). Gli ambienti rimasti al Demanio sono stati ceduti nel 1915 al Comune di Agrigento, insieme ai beni mobili ivi contenuti (2). Di questi ultimi facevano parte anche alcune opere di rilevante interesse storico-artistico (3), oggi in gran parte disperse, che comprendevano pure i beni provenienti dalle doti delle Badesse acquisite nel corso dei secoli. Fra questi potrebbe rientrare il piccolo dipinto raffigurante la Madonna col Bambino (Galactotrophusa), del XV secolo (4), oggi esposto al Museo Pietro Griffo di Agrigento, accostabile per stile e cultura pittorica a due tele di uguale soggetto che si trovano rispettivamente nella Chiesa dello Sperone e nel Museo Regionale di Messina (5). Sappiamo da alcuni documenti che nel 1436 la Badessa di Santo Spirito è una nobildonna messinese, Cecilia Spatafora, figlia di Antonio Rosso Spatafora, Conte di Sclafani e Caltavoturo, Presidente del Regno di Sicilia durante l’assenza del Vicerè Lop Ximen Durrea, e di Maria Porcu, appartenente a una nota e ricchissima famiglia di quella città (6). E’ probabile che potesse far parte della sua dote questo piccolo dipinto utilizzato verosimilmente come capezzale o per arredare l’altare della cappella privata. Ritengo che in ogni caso l’opera vada messa in relazione con i beni portati al Monastero dalle monache che provenivano, a quanto risulta numerose, da Messina (7). La suddetta opera, assieme alle altre, di cui è stato redatto, sempre nel 1915, dall’allora Soprintendente alle Gallerie Cesare Matranga, un puntuale inventario, è confluita successivamente nelle collezioni dell’ex Museo Civico (8), cedute in uso perpetuo allo Stato nel 1970.
Già nel 1915, in occasione della consegna al Comune, il Monastero era stato individuato quale possibile sede del Museo. Gli ambienti molto fatiscenti furono restaurati a tale scopo grazie al finanziamento del mecenate inglese Capitano Alexander Hardcastle, promotore e sponsor in città di numerose iniziative culturali. Tale progetto però non fu portato a termine; infatti venne preferita come sede museale il Complesso Conventuale dei PP. Agostiniani dotato di spazi più ampi e adatti per contenere le numerose raccolte d’arte. In tempi recenti (anni ’90), in accordo con il Comune, la Soprintendenza ai Beni Culturali ha esposto temporaneamente al Monastero di Santo Spirito le raccolte medievali e moderne succitate (dipinti, statue, maioliche, materiale lapideo) che, dopo la loro nazionalizzazione e la chiusura della sede storica del museo per inagibilità, in attesa del restauro della stessa e del suo auspicabile passaggio, anche in forma temporanea, alla Regione, erano state depositate in alcuni ambienti del Comune non adeguati ad una corretta conservazione.
Oggi, trasferiti i dipinti presso il Complesso dei Padri Filippini (9), in attesa del loro ritorno nella sede storica, si è ritenuto opportuno esporre nell’ex monastero, con adeguato percorso scientifico, il materiale ceramico e lapideo che dalla preistoria giunge all’età medievale. Si tratta in massima parte di beni che sono stati acquisiti dal Museo a partire già dai primi anni della sua istituzione avvenuta nel 1864, su proposta dello storiografo agrigentino Giuseppe Picone che ne ricoprì la carica di direttore. La collezione delle ceramiche comprende anche materiali provenienti dal territorio della provincia di Agrigento, raccolti e conservati da Settimio Biondi (10), che testimoniano la capillarità dell’insediamento abitativo nella campagna dall’età preistorica fino a tutto il Medioevo, insieme ad anfore rinvenute nei fondali marini della costa agrigentina e riconducibili alle epoche greca e romana, che attestano l’ampiezza degli scambi commerciali della città nel Mediterraneo. Un altro nucleo è costituito dalle ceramiche provenienti dalle fornaci medievali di Agrigento (11), rinvenute provengono dal distrutto convento del Carmine (12), demolito dopo il 1922, in seguito alle gravi lesioni riportate per la costruzione della galleria ferroviaria: si tratta di tre boccali di ceramica invetriata del XIV secolo, con stemmi di famiglie feudali agrigentine, di produzione locale, da mettere in relazione con la committenza chiaromontana cui farebbe riferimento uno degli stemmi raffigurati. Delle raccolte regionali fanno parte, infine, ceramiche di età moderna delle fabbriche di Burgio, Caltagirone e Sciacca, acquisite a partire dalla fine del XIX secolo anche da collezionisti privati, che saranno oggetto di una successiva esposizione.
Il materiale lapideo, realizzato da maestranze siciliane, fra cui spiccano un’interessante croce marmorea del XV secolo con lo stemma dei Montaperto e le formelle di arti e mestieri provenienti dalla distrutta chiesa del Carmine, comprende anche un buon numero di frammenti architettonici e scultorei come capitelli, parti di architravi, testine di puttini e di sante, molti dei quali riscontrabili già nei primi inventari del Museo Civico (1927) (13). Qui giunsero da chiese e conventi acquisiti a seguito delle leggi eversive e successivamente distrutti o trasformati, ma anche da cappelle private e da edifici nobiliari, questi ultimi modificati nel corso dei secoli, come quelli del nuovo patriziato urbano di cui facevano parte, fra le altre, le famiglie Pujades, Montaperto e De Marinis (sec. XIV – XV – XVI). E’ presente, inoltre, una lapide in pietra di età araba con iscrizione in caratteri cufici, di rilevante importanza perché esempio rarissimo di un’epoca e di una civiltà che già dal periodo di Federico II sono state volutamente obliterate. Nella Sala della Torre (Camera della Badessa), dove si trovano alle pareti brani di affreschi del XIV secolo (14), sono esposte una Croce Lignea dipinta del XV secolo e un bassorilievo di marmo con La Crocifissione del XIV secolo, anche queste facenti parte delle raccolte civiche cedute allo Stato nel 1970 (15). La Croce dipinta, di ignoto pittore siciliano, proviene anch’essa dai beni di Santo Spirito, come risulta nell’inventario Matranga, dove è così descritta al n. 60 fra le opere che si trovano nel Coro: Grande Crocifisso di legno con tabelle stellate all’estremità delle braccia. Ha dipinta la figura del cristo e le mezze figure della madonna e di S. Giovanni Evangelista. Nella tabella inferiore trovasi l’emblema del Pellicano Scuola Siciliana principio del XVI secolo. La pittura è in massima parte mancante, del valore di lire cinquanta”. La Croce in origine si trovava, a quanto pare, presso la chiesa dell’ospedale dei Teutonici (16). Essa mostra chiari riferimenti anche alla cultura spagnola coeva e rientra fra gli esemplari della Sicilia occidentale con estremità stellari dipinte solo nel recto. Il bassorilievo con La Crocifissione, di piccole dimensioni, della metà del secolo XIV, proviene dalla Chiesa del Carmine (17), oggi non più esistente. L’opera, di ignoto scultore siciliano, risente anche degli influssi della scultura funeraria medievale partenopea. negli anni ‘50 del XX secolo nei pressi dell’attuale via Dante.

Teoria di Santi e Cristo Pantocratore


Durante le operazioni di restauro del Monastero di Santo Spirito risalenti agli anni ’60 del secolo passato, nella sala della Torre, detta Camera della Badessa, e in quella adiacente che faceva parte degli ambienti destinati alla Superiora, sono riaffiorati sotto l’intonaco alcuni brani di pittura a tempera databili alla fine del XIV secolo, fugacemente menzionati dalla coeva bibliografia (18), la cui vicenda critico-storiografica è già stata affrontata e posta in relazione al vivace ambito culturale della cosiddetta “Cerchia Chiaromontana” facente capo ai maestri decoratori e pittori del Soffitto ligneo di Palazzo Steri a Palermo, in particolare al Maestro del Giudizio di Salomone e al Maestro Napoletano di Tradizione Giottesca (19).
La sala della Torre presenta, nella parete entrando a destra, frammenti di un ciclo di affreschi, che probabilmente avvolgeva l’intero perimetro di questo suggestivo ambiente. Essi raffigurano al centro il Cristo Pantocratore e ai due lati una Teoria di Santi. Databili alla seconda metà del XIV secolo, sono riferibili “ad una cultura pittorica di gusto gotico internazionale che condivide alcuni elementi con gli esiti del maestro del Giudizio di Salomone” (20) di cui è già stata evidenziata l’assonanza stilistica con la Madonna con Bambino e Angeli detta di “Bonamorone”, oggi esposta al Museo Diocesano (21), come testimoniano fra l’altro il marcato bidimensionalismo, visibile pur nell’incompleta possibilità di lettura dell’affresco, e una certa linearità gotica del tratto di derivazione catalana, caratteri stilistico-iconografici riproposti anche negli affreschi tardo-medievali della Chiesa di Santa Caterina a Naro, dove è immediato un confronto con la figura della Santa Lucia, anch’essa collocabile tra bizantinismo, cultura iberica e influssi locali, che presenta, oltre alla stessa impostazione iconografica frontale e bizantineggiante, la medesima gamma materica e cromatica (22).
L’opera dunque, come già detto, è da mettere in relazione alla koinè artistico-culturale della cosiddetta cerchia pittorica “Chiaromontana”, i cui influssi appaiono chiari anche in un ciclo di affreschi provenienti dalla Cattedrale di Agrigento e in un affresco raffigurante La Madonna in trono circondata da Angeli che si trova nel vecchio ospedale dei Teutonici di via Atenea (23). Per completezza va detto che si intravedono nell’opera anche influssi della cultura pisana.
Riguardo all’iconografia, la cui lettura è resa difficile a causa delle vaste lacune, si ritiene di poter avanzare due ipotesi. La prima, più probabile, è quella che identificherebbe i santi che stanno alla sinistra del Cristo Pantocratore con i tre padri fondatori dell’ordine cistercense, i Santi Roberto di Molesmes, Alberico di Citeaux, e Stefano Harding. Storicizzati e ampiamente indagati sono i legami tra i Cistercensi e i Cavalieri di San Giovanni, i cui simboli (stella a otto punte, croce doppia) ricorrono nell’affresco.(24) Tra i santi si intravede inoltre la scritta Pax, mentre la croce patriarcale, o di Lorena, a doppia traversa (25), scandisce la prima figura, simboli questi propri dell’araldica benedettina e cistercense, di derivazione orientale. Un’ulteriore ipotesi iconografica potrebbe riguardare i padri fondatori della chiesa d’oriente; la figura al centro, in questo caso, potrebbe essere identificabile in San Basilio, per l’attributo del libro, della barba e della croce greca (26); nella tradizione iconografica il vescovo Basilio è ritratto in teorie di santi, in particolare, nelle iconografie originarie, insieme ai santi Giovanni Grisostomo e Gregorio Nanzanieno (27), recante al braccio l’evangeliario e con il pallio adorno della croce greca. L’impianto teorico dell’intero ciclo, cistercense, potrebbe essere dunque messo in relazione con la vocazione di Bernardo da Chiaravalle di crociato e strenuo combattente degli infedeli (28). Lo stesso Federico Chiaromonte, fratello di Atanasio Patriarca Alessandrino, fu cavaliere crociato, e l’investitura gli venne concessa “da parte del Pontefice Onorio III, per avere combattuto ogni sorta di nemici della Chiesa” (29).
Infatti i due santi sulla destra, già identificati in Cosma e Damiano (30), originari dell’Asia Minore, sono legati alla chiesa orientale e alla storia delle Crociate, e facilmente identificabili dai vasi medici, dal mantello squamato in pelliccia di Vaio, dai calzari e dalla giovane età (31). Difficile invece identificare la figura femminile posta all’estrema destra della Teoria, dal momento che i tratti salienti del volto e di eventuali attributi si presentano lacunosi. In riferimento alla tradizione agiografica e all’iconografia cistercense, è bene ricordare che Maria Maddalena, archetipo del sacerdozio femminile, (Leggenda Aurea del XIII secolo), continuò in Francia la sua opera di eremitaggio e guarigione. Infine è noto che Bernardo di Chiaravalle, nel redigere la Costituzione dell’Ordine dei Cavalieri Templari nel 1128, menzionò specificatamente il dovere di obbedienza a Betania, il castello di Maria e Marta (32).


 
NOTE
1 Sul Monastero di Santo Spirito e la sua storia e fondazione cfr. Archivio Zirretta, Carpetta 2°, fascicoli 1-7.
2 Inventario di Beni mobili e immobili meritevoli di conservazione per pregio artistico e storico. Riconosciuti e inventariati dal Dott. Cesare Matranga 1915. Agrigento, Archivio Notarile.
3 A. Giuliana Alajmo, A proposito di opere d’arte trasferite al Museo di Agrigento in L’Ora, Palermo 14.02.1950.
4 Ceduto in uso perpetuo alla Regione nel 1970 assieme ad altre opere. Vedi Verbale di consegna fra Comune e Soprintendenza.
5 G. Costantino, La Madonna col Bambino “Galactotrophusa” di Agrigento: fra tradizione bizantina ed esiti italiani, in Una vita per il patrimonio artistico. Contributi in onore di Vincenzo Scuderi, a cura di E. D’Amico, Palermo, 2013, pp. 34 – 36.
6 Cfr. P. Sardina, Monasteri e Ospedali, in Il labirinto della Memoria. Clan familiari, potere regio e amministrazione cittadina ad Agrigento tra Duecento e Trecento, Sciascia Editore, Caltanissetta, 2012, pag. 122.
7 Ibidem, pp. 112 – 113.
8 Per la storia del Museo civico di Agrigento cfr. G. Costantino, La quadreria regionale di Agrigento, Storia delle raccolte medievali e moderne dell’ex Museo Civico e della loro nazionalizzazione, Ed. Lussografica, Caltanissetta, 2012, pp. 13-16.
9 Sul trasferimento dei dipinti presso il Complesso dei Padri Filippini effettuato dal Comune consultare l’ampia documentazione presso la Soprintendenza di Agrigento.
10 Settimio Biondi è stato negli anni ’80-’90 direttore del Museo Civico.
11 G. Costantino – M.S. Rizzo, Le ceramiche medievali di Agrigento, Agrigento, 1991.
12 A. Giuliana Alajmo, L’amico del popolo, 1966.
13 Inventario 1927, Agrigento, Archivio Storico Comunale, Faldone 495.
14 G. Costantino, infra.
15 Verbale di cessione allo Stato delle civiche raccolte del 1970. Documento conservato presso la Soprintendenza e il Comune di Agrigento.
16 Comunicazione orale di Settimio Biondi.
17 A. Giuliana Alajmo, L’amico del popolo, 1966.
18 G. Bellafiore, La civiltà artistica della Sicilia, Palermo, 1963, ad vocem.
19 E. Gabrici - E. Levi, Lo Steri di Palermo e le sue pitture, Palermo, Accademia nazionale di Scienze, Lettere ed Arti, rist. anastatica, 2003; Ferdinando Bologna, Il soffitto della Sala Magna allo Steri di Palermo e la cultura feudale siciliana nell’autunno del Medioevo, Torino, UTET, 1982; E. De Castro, Riflessi della cerchia chiaromontana ad Agrigento, in G. Bongiovanni (a cura di) Scritti di Storia dell’arte in onore di Teresa Pugliatti, Roma, De Luca, 2007
20 E. De Castro, Riflessi…, 2007, pag. 22.
21 G. Costantino, Opere d’arte del Museo Diocesano di Agrigento, Ind. Graf. Sarcuto, Agrigento, 2000, pp. 16-17.
22 Gli stretti rapporti artistico-culturali tra il capoluogo agrigentino e la cittadina Narese sono approfonditi in L. Buttà, Il fascino discreto del Medioevo, in Naro, Kalos – Luoghi di Sicilia, Palermo, Gruppo editoriale Kalos, 2000, pp. 6-15.
23 G. Costantino, La presenza architettonica dei Teutonici ad Agrigento e una testimonianza di pittura murale tardomedievale, in A. Giuffrida, H. Houben, K. Toomaspoeg, I Cavalieri Teutonici tra Sicilia e Mediterraneo, Congedo, 2007, pp. 229-232.
24 Cfr. J. de Vitry, Historia de las Cruzadas, Buenos Aires, 1991, pp. 59 ss; imponente la bibliografia sull’ordine dei Templari. In particolare si veda E. Burman, I Templari, Firenze, Cardini-Convivio, 1988.
25 E. Urech, Croce, in Dizionario dei simboli cristiani, Roma, 2001, pp. 68-80. La croce doppia è uno dei simboli cari all’araldica dei cavalieri di San Giovanni (Bascapè G.C., I Sigilli degli Ordini Militari e Ospedalieri, in Sigillografia Generale. I Sigilli Pubblici e Quelli Privati, vol. 1, Il Sigillo nella Diplomatica, nel diritto, nella storia e nell’arte, Giuffrè Editore, 1969, pag. 251-308).
26 AA. VV. Biblioteca Sanctorum, Roma, Città Nuova, 1961, ad vocem
27 Il cui culto è fiorente in Sicilia fino allo scisma d’oriente (cfr. AA. VV., Biblioteca…, 1961, ad vocem).
28 AA. VV., Bernardo di Clairvaux. Epifania di Dio e Parabola dell’Uomo, Jaca Books, Milano, 2007.
29 G. Zirretta, Agrigento, Monastero di Santo Spirito, Archivio Zirretta, carpetta 2°, fascicolo 3, scheda n. 4.
30 E. De Castro, Riflessi..., 2007, pag. 22.
31 AA. VV., Biblioteca…,1961, ad vocem.
32 Sterminati i riferimenti bibliografici a Maria Maddalena e alla sua iconografia. Sulla Maddalena in Francia cfr. R. Mauro, La vita di Maria Maddalena e di sua sorella Marta, Isernia, Iannone Ed., 2006.

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