Seguici su  Facebook googleplus twitter

Iscriviti alla Newsletter


 

Il Mondo nel carcere il Carcere nel mondo; da vedere al MAXXI (fino al 21 maggio)

Il carcere come metafora della contemporaneità: 26 artisti e più di 50 opere in una esposizione che in tre diverse sezioni affronta il tema del controllo nell'epoca della globalizzazione (di Giorgia Terrinoni)


PLEASE COME BACK.
Il Mondo come una prigione?

al MAXXI

Galleria 5

a cura di
Hou HANRU, Luigia LONARDELLI
di
Giorgia TERRINONI

Significativamente sottotitolato Il mondo come prigione? / The world as a prison? - Please Come Back è un'esposizione un po' pedante, non bella, ma che indubbiamente suscita delle riflessioni piuttosto interessanti. Riflessioni che sono in atto da decenni - Sorvegliare e punire di Michel Foucault è del 1975 - ma che lo scenario contemporaneo, quello che si è aperto dopo l'11 settembre 2001, ci costringe - anche un po' retoricamente - a guardare con sempre molta attenzione.
Potremmo allora pensare di volere che gli occhi della sorveglianza e della punizione retrocedano un poco. Che ci risarciscano dell'averci troppo spiati.
 
Curata da Hou Hanru e Luigia Lonardelli la mostra ospita, e lo fa significativamente nell'atmosfera blindata della Galleria 5, 26 artisti presenti con 50 opere. Il progetto assume come punto di partenza l'immagine del carcere, indagata nella sua dimensione fisica e metaforica. C'è una reciprocità invertita in questa narrazione, poiché il carcere è visto come metafora del mondo contemporaneo e il mondo contemporaneo è visto come metafora del carcere: un mondo tecnologico, iperconnesso, condiviso e sempre più controllato.
L'esposizione prende le mosse dalla dimensione fisica dell'immagine del carcere, ovvero dall'inaccessibilità del muro. Da qui la suddivisione in tre sezioni: Dietro le mura, Fuori dalle mura, Oltre i muri.
 
Significativa la scelta del titolo, ripreso da una delle opere in mostra. Si tratta di una scritta al neon che recita appunto la frase Please come back. L'opera è stata realizzata dal collettivo Claire Fontaine, fondato nel 2004 e attivo a Parigi. Claire Fontaine ricorre frequentemente al ready made quale sistema espressivo. Si potrebbe parlare di ready site-specific, dal momento che esso viene sempre piegato e rielaborato in considerazione delle specificità dello spazio in cui viene installato. Così, anche di questa scritta al neon, apparsa per la prima volta nel 2008, esistono diverse versioni. Da un punto di vista più strettamente concettuale, la ricerca del collettivo francese focalizza frequentemente la propria attenzione sull’analisi dell’individuo condotta in relazione alle evoluzioni culturali e sociali del suo tempo, sia passato (la storia) che presente (la cronaca).
 
Please come back significa più o meno Torna per favore. A prima vista, potrebbe suonare come la vana preghiera di un amante respinto. Ma, poiché abbiamo detto qualcosa su Claire Fontaine e sull'essenza site-specific dei suoi lavori, niente è più lontano da questa prima superficiale lettura letteral-sentimentale. In realtà, il neon fa riferimento alla dimensione allettante che le grandi attività commerciali inducono nel consumatore. Torna (a comprare) da noi! Nell'apparente cura e fidelizzazione del consumatore si cela la volontà di mera lusinga, volta ad ottundere le facoltà di scelta dell'individuo. Nel mondo contemporaneo, tale dimensione assume le caratteristiche, se non una vera e propria prigionia, comunque di un vincolo imposto in modo fraudolento. Più in generale, gli autori riflettono sul mondo del lavoro inteso come spazio di reclusione e sullo sconfinamento odierno della prigione al di fuori delle sue mura.
 
Nella sezione intitolata Dietro le mura l'arte abbraccia l'iconografia della prigione attraverso l'esperienza personale di reclusione dell'artista. Come nei casi - meno mediatici di quello di Ai Weiwei - di Gülsün Karamustafa, detenuta in Turchia negli anni settanta e, più recentemente, di Zhang Yue in Cina. In questi lavori domina una dimensione cronachistica, colta nella banalità e ripetitività delle azioni quotidiane. A prevalere è il tedio inquietante che caratterizza la reclusione, una condizione di sospensione e dilatazione temporale che è sempre lì lì per far impazzire l'individuo recluso. Le tele di Gülsün Karamustafa, attraverso l'uso di un colore anche decorativo, comunicano una dimensione femminile, un ordine da gineceo. Ma, a contrasto con i colori rumorosi, c'è troppo silenzio e troppa stasi negli atteggiamenti delle figure. I lavori di Zhang Yue, invece, veicolano un'urgenza di rappresentazione e, forse anche, di comunicazione. Così, l'artista usa qualsiasi frammento di materiale simile alla carta per rappresentare. E per rappresentare cosa? Proprio l'idea stessa di reclusione.
Altri artisti hanno adottato un'ottica storica, rileggendo episodi emblematici. Rossella Biscotti, ad esempio, riproduce la pianta del carcere di Santo Stefano, uno dei primi edifici ad adottare il modello del Panopticon. Emilia Benassi si concentra sulla figura dell'attivista americana Angela Davis che ha portato avanti una battaglia per l'abolizione della galera. Harum Farocki, attraverso le videocamere di sorveglianza della prigione di massima sicurezza di Corcoran in California, esplora il regime visivo - quel complesso intreccio fra potere, sguardo e tecnologia - che governa lo spazio della detenzione.
Il tempo - tempo della detenzione, tempo morto - è invece la dimensione indagata nei lavori di Gianfranco Baruchello e Mohamed Bourouissa.
 
Negli anni sessanta e settanta era solo una prospettiva inquietante, ma nel mondo contemporaneo è del tutto evidente che lo spazio della prigione straripa oltre le sue mura e si estende alla realtà circostante. Nella seconda sezione, Fuori dalle mura, avrebbe potuto trovar posto uno dei magnifici Corridor di Bruce Nauman che, già nella seconda metà degli anni sessanta, costringeva lo spettatore - e lo costringeva letteralmente, confinandolo in uno spazio claustrofobico - a guardarsi mentre veniva guardato.
Le città contemporanee, nelle quali si annidano numerosi meccanismi di sorveglianza, si trasformano in una prigione metaforica. Come già nei lavori di Nauman, le videocamere di sorveglianza diventano presto uno strumento potente nelle mani degli artisti. Mikhael Subotzky, ad esempio, presenta senza alcun intervento - né critico né affettivo - i filmati relativi ai fermi forniti dalla polizia di Johannesburg. È invece proprio un tono affettivo che alimenta il lavoro di Jill Magid, che cerca di captare le relazioni intime degli individui reclusi, ma lo fa attraverso i sistemi impersonali della sorveglianza.
Interessanti in tal senso sono le utopie cittadine - creative, ma assolutamente disfunzionali - disegnate dall'architettura radicale degli anni sessanta e settanta. Nel 1969 Superstudio immagina il monumento continuo, un modello di urbanizzazione globale che si pone come unica alternativa possibile alla natura. Qualche anno dopo Rem Koolhaas, Elia e Zoe Zenghelis e Madelon Vriesendorp immaginano che un'area di Londra possa essere circoscritta da un muro invalicabile. Al suo interno, gli abitanti si disporrebbero ad essere dei prigionieri volontari dell'architettura.
Una dimensione surreale, quasi incredibile, possiede invece l'opera di Rä Di Martino che trasforma Bolzano nel fondale di una grottesca messa in scena. L'artista riesuma il fenomeno dei dummy tanks, i finti carri armati utilizzati durante le guerre mondiale a fini propagandistici.
 
La sorveglianza contemporanea - e sono lontana dal voler assumere un atteggiamento complottista, è un fenomeno onnipervasivo. L'11 settembre prima, le molteplici emanazioni del terrorismo internazionale di matrice islamica poi, hanno espanso e giustificato (solo apparentemente) il dominio fisico della prigione. Questa dimensione viene esplorata (Oltre i muri), e probabilmente non a caso, dalle ricerche artistiche di area anglosassone. Così Jenny Holzer, lavorando su centinaia di documenti desecretati - in certo senso, desacralizzando e ridicolizzando la logica del top-secret - analizza la cosiddetta guerra al terrore condotta strenuamente dalla politica americana nell'ultimo decennio. Le rivelazioni di Edward Snowden sul sistema di controllo della National Security Agency hanno ispirato il progetto di Simon Denny, incentrano sulla nuova estetica tecnologica. Jananne Al-Ani e Omer Fast, invece, indagano il tema della meno percepibile, ma altrettatanto onnipervasiva, sorveglianza aerea e lo fanno attraverso l'estetica del drone.
 
Proprio in Sorvegliare e punire Michel Foucault scriveva che "se la prigione assomiglia agli ospedali, alle fabbriche, alle scuole, alle caserme, come può meravigliare che tutte queste assomiglino alle prigioni?".

In questi mesi, il MAXXI ospita anche una mostra sul magnifico, coraggioso, fondamentale e bellissimo lavoro fotografico di Letizia Battaglia (Per pura passione, fino al 17 aprile). C'è una serie d'immagini che ritrae i pazienti dell'ospedale psichiatrico di via Pindemonte a Palermo, meglio noto come la Real Casa dei Matti. Certo è che in Italia la reclusione dei malati di mente o presunti tali, da tempo, non è più una realtà attuale. Ma forse la loro ancora attualissima marginalizzazione sociale non è pur sempre una forma di reclusione? In queste immagini fotografiche, però, la vicinanza dell'artista coglie la deformazione fisica indotta dalla reclusione. Quella che rende i malati di mente o presunti tali tutti, in qualche modo straordinariamente incomprensibile, somiglianti tra loro. E sì che le patologie psichiche sono tra loro anche molto diverse. Viene in mente l'arcinota scena di Freaks (1932) di Tom Browning, quella in cui il coro dei fenomeni da baraccone, dei mostri, grida "Lo accettiamo, è uno di noi".
Potremmo allora pensare di volere che gli occhi della sorveglianza e della punizione retrocedano un poco dalle nostre vite? Che siano nei riguardi delle nostre diversità un poco più indulgenti? Un poco meno meccaniche e leggermente più umane? Che ci restituiscano, almeno in termini di sguardo, qualcosa del nostro essere diversi in quanto individui?
di
Giorgia TERRINONI                                   Roma 22 / 2 / 2017
 
 

Torna alla lista        Stampa