Il tarocchino bolognese è un gioco di carte ancora praticato in numerosi circoli e club sia della città di Bologna che delle zone limitrofe. Le figure sono quelle classiche della carte da gioco con il re, il fante e la regina, e le altre carte.
A queste normali carte se ne aggiungono altre che sembrano afferire più al mondo della divinazione che a quello prettamente del gioco e raffigurano:  l’angelo, il mondo, il sole, la luna, le stelle, la torre, il diavolo, la morte, l’impiccato, l’eremita, la ruota della fortuna, la forza, la giustizia, la temperanza, il carro, l’amore, i moretti, il bagatto e il matto. Al di là del gioco vero e proprio è interessante notare quanto in realtà questo gioco fosse radicato nel tessuto bolognese ed emiliano,  sia laico che religioso, tanto da essere fortemente condannato dall’accademico ferrarese Flavio Alberto Lollio in un’Invettiva contro il gioco del Tarocco, a cui non tardarono le risposte sarcastiche o meno, come quella da parte di un certo Vincenzo Imperiali che lo esortò a giocarci esattamente come facevano il Podestà di Bologna ed altri maggiorenti. Il gioco era talmente tanto radicato nel tessuto sociale da essere inserito in affreschi e tele nel bolognese. Esempio ne è  il ritratto di Francesco Antelminelli Castracani Fibbia , eseguito da un anonimo nel 1500 che si trova a Palazzo Felicini- Fibbia di Bologna. In questo dipinto  Francesco Antelminelli regge in mano un mazzo di carte e guarda lo spettatore lasciando cadere le altre  carte al suolo. Sotto il dipinto è stata inserita una breve descrizione che cita « Francesco Antelminelli Castracani Fibbia, principe di Pisa, Montegiori, e Pietra Santa, e Signore di Fusecchio, filio di Giovanni, nato da Castruccio duca di Lucca, Pistoia, Pisa. Fugito in Bologna datosi a Bentivogli, fu fatto generalissimo delle arme bolognese, et il primo di questa famiglia che fu detto in Bologna delle Fibbie, ebbe per moglie Francesca, filia di Giovanni Bentivogli. Inventore del gioco del tarocchino di Bologna. dalli XVI Riformatori della città ebbe il privilegio di porre l’arma Fibbia nella regina di bastoni e quella della di lui moglie nella regina di denari. Nato l’anno 1360 morto l’anno 1419». Pur essendovi numerose incongruenze temporali a partire dal fatto che Francesca Bentivoglio non sposò mai quest’uomo, dal momento che fu data in sposa nel 1482 al Signore di Faenza Galeotto Manfredi (matrimonio che durò assai poco dato che nel 1488 il faentino morì assassinato da sicari mandati probabilmente dalla moglie, la quale si risposò successivamente con il Conte Guido Torelli) e che le date non coincidono, secondo fonti certe ritrovate nei manoscritti dell’epoca è comunque più che probabile che l’effigiato sia effettivamente l’inventore del tarocchino. Il suo stemma è effettivamente inserito all’interno della carta ‘regina di bastoni’ nel tarocchino Al Mondo, e la descrizione, fatta molto dopo rispetto al periodo in cui l’effigiato è vissuto. Le date ipotizzate dagli studiosi per quanto riguarda la nascita del tarocchino sono ancora incerte. Tuttavia ad avvalorare la nascita del tarocchino in un lasso di tempo che va dalla metà del 1300 fino alla metà del 1400 soccorrono numerosi riscontri iconografici. Significativa appare la posizione all’interno del dipinto di Francesco Antelminelli che rievoca quella della carta del Bagatto (ossia il Ciabattino, colui che svolge un umile lavoro e viene sempre posto dietro un tavolo).
All’interno di quest’ultima è possibile individuare una figura, rappresentata da Giovanni da Modena, che poi sarà ben nota all’interno del tarocchino, ossia il traditore. In quest’epoca  la pena per chi si macchiasse di tradimento consisteva nell’essere appesi per un piede a testa in giù.
 Nel 1412 Giovanni XIII fece condannare Muzio Attendolo Sforza, reo di tradimento, proprio a questo supplizio e per di più lo fece dipingere addosso in questo modo aggiungendo anche un cartello esplicatore in cui veniva dichiarato reo di dodici tradimenti, numero molto significativo in quanto il dodici rappresenta  l’apostolo Giuda ed è anche il numero con cui questa carta è segnalata.   Non è dato sapere con certezza se Giovanni da Modena abbia tratto spunto da altre opere nelle quali il traditore veniva rappresentato in questo modo, e se dopo questo linguaggio sia stato tradotto all’interno del tarocchino.
Un altro elemento che si riferisce alle raffigurazione dei personaggi esoterici del tarocchino presente in Cappella Bolognini è riscontrabile anche sulle carte da gioco dello stesso periodo  è il diavolo gastrocefalo, un unicum della Cappella Bolognini e di Giovanni da Modena. Tutto ciò implica la possibilità che l’autore del primo mazzo di tarocchini conoscesse gli affreschi petroniani e abbia voluto in parte omaggiare un artista così importante per l’epoca a Bologna, e in parte rendere i suoi simboli e le sue carte riconoscibili alla popolazione che conosceva bene la basilica di San Petronio e la Cappella Bolognini.


Vitali Lisa