Ostile. Torino è una città ostile.
Chiunque sostenga il contrario, o ignora molte cose (e allora può essere a sua volta ignorato) o mente sapendo di mentire. E allora va tenuto in grande considerazione, perché parte integrante di quella medesima torinese ostilità. Tabù ed essenza di una città incomprensibile anche a sé stessa.
Capire Torino –e capire l’Arte che si vende, si cerca o si produce a Torino- è impossibile senza l’accettazione del concetto di Ostilità.
La città italiana che con tanta fatica ha lavorato negli ultimi decenni per costruirsi un nuovo futuro (ormai anteriore) culturale ed economico incentrato su un’arte contemporanea luccicante, sempreverde e adultescente nasconde, in verità, doppiezze e ambiguità, dissensi e coni d’ombra che risultano tanto più stimolanti quanto emblematici di una pulsione tellurica che la rende bipolare e schizofrenica, in sostanza sospettosa nei confronti di tutto quel “nuovo” che non sia il Nuovo deciso e perfettamente organizzato dall’interno.
Guardare al passato della città (un passato che si è voluto nascondere al mondo in fretta e furia per le Olimpiadi del 2006) permette di prendere coscienza di questa ostilità che, dalla Donna della Domenica fino alla vicenda Grinzane Cavour (già dimenticata?  http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/12/premio-grinzane-cavour-giuliano-soria-condannato-a-6-anni-e-8-mesi-sentenza-definitiva-in-cassazione/2901208/ ) tesse un filo rosso costellato di personalità come Carol Rama (oggi esaltata dalla più stereotipata critica d’arte, ma letteralmente ostracizzata dalla Torino dell’epoca), Carlo Mollino e Gustavo Rol. E dunque anche dalla Torino underground, satanista, rockettara e anarchica, detestata dal piattume qualunquista delle tante (troppe) iniziative culturali sabaude, quelle si autentica micosi cittadina, proliferazione del niente che ha il terrore di essere smascherato come tale.
Ma, per l’appunto, questa Ostilità alle volte è maledettamente fertile e, con cadenza regolare, riesce a produrre esempi di autentica tenacia torinese, capace di resistere a marosi e buffonate d’ogni epoca e sorta.
Un caso recente è quello della Privateview, la galleria d’arte aperta nel 2016 da Silvia Borella e Mauro Piredda. Se intendete visitare questo luogo, non pensate di potervi comportare al solito modo cafone dei “visitatori medi” delle galleria d’arte contemporanea. Qui, il cliente non ha sempre ragione. Perché la galleria è un luogo dove si fa ricerca, si ragiona, si fa autentica officina artistica e si discute, in sostanza un luogo dedicato al concetto di “galleria che deve tornare a fare la Galleria”. Come? Prima di tutto, rompendo il tabù tipico dell’80% delle gallerie d’arte contemporanea: investendo direttamente nelle opere proposte, cioè mettendosi in gioco in prima persona (e non affittando le pareti al primo pittore sprovveduto). Poi, spingendosi anche oltre e costruendo un autentico evento mecenatistico. Fin dal primo anno di attività, infatti, Privateview ha avviato il progetto “artista in residenza”. Alla maniera dei mecenati antichi,
Borella e Piredda ospitano una volta all’anno -e per un periodo non breve- un artista scelto che avrà, così, la possibilità di entrare a contatto diretto con l’arte italiana passata e presente e che, al termine dell’esperienza, produrrà una mostra personale, immaginata come frutto di quel medesimo “periodo italiano” dell’artista.
Dunque, al “paese di debosciati” di sorrentiniana memoria, pronto a perdersi in “vibrazioni”, performance imbarazzanti e vernissage di scandaloso squallore, Privateview ha saputo opporre un progetto serio che non può che evocare nella memoria dei conoscitori di Torino il lavoro costruito da Mazzoleni attorno a personaggi quali Fontana e Burri, facendo di questi due galleristi qualcosa di magnificamente terrorizzante sullo scenario di una città ora ostile (appunto) a quel senso di gravità e serietà che caratterizzava invece la Torino degli anni ’70. In questo senso, Piredda e Borella hanno saputo attingere in maniera così genuina e profonda alle origini del Mestiere, tanto che il loro essere giovani galleristi (ma cosa è giovane, poi?) è, in verità, incredibilmente antico e grandioso: un modo di lavorare che, all’epoca, gli avrebbe fatto guadagnare le simpatie proprio di quei Lucio Fontana e Carol Rama che, invece, verrebbero oggi evitati come la peste dai tanti “giovani vecchi” di mezz’età -bamboccioni insolenti, insipienti, insolventi- di cui l’arte contemporanea abbonda oltre ogni decenza.
Dunque, venendo all’artista scelto per la seconda presenza in città, ci troviamo di fronte a qualcosa di deflagrante.
Attenzione a pensare che, con queste premesse, si stia parlando di un piccolo “signor nessuno”, scelto per il gusto della ribellione al Sistema. Abbiamo a che fare, infatti, con un artista americano allievo dell’immenso Otis Jones e già esposto e musealizzato in collezioni pubbliche internazionali (tra cui il MET).
Bret Slater (classe 1987), per chi ha avuto -come il sottoscritto- la possibilità di osservarlo muoversi nel tessuto urbano torinese e di vederlo attivamente all’opera, rappresenta un’autentica lezione sul fare arte e sul farla al giorno d’oggi. Di quelle pieghe complicate e oscure di Torino, Slater ha subito colto, dal Bronx ai Murazzi, gli aspetti più vitali, giovani (e, si badi bene, non giovanilisti) che animano le vene più sincere della città. E, come ai veri Giovani, a Slater interessa il Contenuto e, soprattutto, una forma che sia portatrice di Contenuto Vero, gravido, difficile perché autentico, ma sempre pieno di carisma, coraggio ed entusiasmo, come un eroe capace di scatenare tempeste, ma alle quali preferisce il Sole.
Ottime, in tale senso, le brevi ed efficaci considerazioni che Piredda ci lascia ad introduzione della mostra da lui personalmente curata sotto il punto di vista critico (altra scelta grandiosa, quella di tralasciare finalmente la presenza dei fantomatici curatori super-intellettuali e super-partes, come se un gallerista non fosse capace di costruire un pensiero valido e coerente, al fronte di una sconfinata fauna di critici imbarazzanti, laddove non proprio comici): l’approccio artistico di Bret Slater può essere paragonato a quello necessario per la visione di 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Chi lo guarda aspettandosi una struttura lineare e chiara, lo troverà terribilmente noioso.
 “2001” è da guardare non come una storia raccontata, ma come una parabola che
occupa millenni, interrogandosi sulle ragioni dell’esistenza. Così come Kubrick crea con lo spettatore una comunicazione che supera il piano verbale, riducendo i dialoghi ad una quantità minima, Bret porta naturalmente a porsi delle domande. Forma, colore e materia diventano più forti di qualsiasi parola.

L’obbiettivo massimo è colpire l’inconscio senza bisogno di parole. Il monolito a forma di parallelepipedo è un’entità divina ed aliena, un modo per rappresentare in maniera “anonima” l’inconoscibile. Esso simboleggia anche ragione e coscienza. Nella preistoria, così come nel futuro, in una circolarità inesauribile Bret sviscera il concetto dell’eterno
ritorno di Nietzsche e ci mostra all’infinito il suo “codice” sempre ugualmente denso, soprattutto se preso in esame nella sua interezza.
C’è, quindi, un ritorno continuo al punto di partenza, al bambino, che conosce il male diventando uomo, e che rinasce dopo essere diventato vecchio. Questa continuità vitale è metafora dell’esistenza, che ruota sempre intorno alla figura del monolito, centro di tutte le nostre domande senza risposta.
Il tempo è prezioso ed i tempi dilatati un lusso. In questi termini il lavoro di Bret e l’illuminante “Odissea” sono un simile, lungo, punto interrogativo. Ed interrogarsi è obbligo morale dell’individuo. Ma Slater non si isola nel compiacimento, si apre al fruitore, lo fa con il gusto cromatico, con le superfici: la tentazione tattile per il suo lavoro è forte. La percezione è godibile, gioiosa senza “vergogne intellettuali”.
Qui comincia il gioco di un Artista cosciente in grado di alterare l’impatto del suo lavoro fino quasi al suo camuffamento. Come grandi capolavori letterari assoluti etichettati come “libri per ragazzi” ma allo stesso tempo amati dai i più raffinati lettori, si pensi per esempio a L’Isola del Tesoro”, “Marcovaldo”.
Bret non è Kubrick, non è Calvino e neppure Stevenson. Ma li conosce bene.
Vogliamo concludere con alcune domande poste direttamente ai galleristi sine glossa.
Che cosa significa essere mecenati oggi e perché lo fate?
In realtà il nostro “mecenatismo” è una sorta di surrogato del vero mecenatismo, quello che segue all’innamoramento del lavoro di un artista e ti porta ad investire tempo, risorse  ed energie per cercare di metterlo nelle migliori condizioni di esprimersi. Tuttavia, ci stiamo rendendo conto che questa visione romantica ci fa sentire, a giorni alterni, veramente .. ingenui. gli artisti di oggi, quelli ancora emergenti, combattono contro difficoltà economiche davvero impressionanti. Questo, oltre a non dargli la serenità per sviluppare e produrre, li rende molto poco attenti alla prospettiva e manda a farsi fottere ogni tipo di slancio.
il mecenatismo di un tempo, cui noi ci siamo ispirati, non è più applicabile ai nostri giorni, se non in rari casi, che sono quelli in cui noi saldamente crediamo.
Che cosa cercate in un artista?
in un artista cerchiamo tanti aspetti che amiamo in artisti diversi, soprattutto dell’arte moderna (nostra vera passione)  in grado però di riassumerli, miscelarli o reinterpretarli in modo assolutamente personale ed unico.
in fondo cerchiamo l’artista contemporaneo di gusto moderno.
A Cannes è stato appena premiato un film (The Square http://www.ioncinema.com/reviews/the-square-ruben-ostlund-review ) che altro non è che una feroce parodia del mondo dell’Arte Contemporanea al massimo della sua essenza, in verità portando al massimo alcune critiche che già da un pò di anni si stanno facendo sempre più ineludibili. L’episodio, ovviamente, ha scatenato polemiche e non poche preoccupazioni in un certo establishment. Secondo voi, come si è arrivato a questo punto?
E’ innegabile.. il cosiddetto "sistema arte” è oggi rappresentato da una trentina di gallerie che da sole riescono a rappresentare in tutto il mondo il Gotha degli artisti di valore assoluto ai quali i collezionisti con reali possibilità ambiscono.
le tre/quattro fiere cruciali sono la celebrazione di questo, il momento di massima visibilità ed allo stesso tempo di rafforzamento, anche agli occhi dei semplici “art lovers” .
succede, quindi, che le gallerie di ricerca trovano poco spazio e visibilità in quanto oscurate dalla potenza di fuoco delle “big”. Però, pensiamo che sia anche troppo banale ridurre  tutto al solito discorsetto provinciale “galleria potente contro galleria di ricerca”; main stream VS underground; i grandi lavorano bene, hanno artisti eccellenti e sanno valorizzarli nei canali istituzionali (poi certo qualche artista sopravvalutato può anche esserci ma la forza e la credibilità della galleria li rende comunque appetibili al mercato).
Certo, fintanto che le gallerie minori demonizzano il sistema e si orientano verso la “terribile arte per il sociale” con un approccio triste e deprimente... come dar torto al collezionista moderno e magari anche giovane?
Che cosa si può veramente definire arte oggi? Cos’è per voi un’opera d’arte valida?
L’arte è quel dono -che solo pochi individui hanno- di riassumere tempo, spazio ed eventi contemporanei trasformandoli in un concetto illuminante che stravolga la prospettiva comune e sposti l’orizzonte per chi verrà dopo di lui.
La scelta del media…ecco quello è davvero il grande privilegio dell’artista contemporaneo.

dI Massimiliano Caretto
 
 

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