Uliana Zanetti"Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell'arte italiana contemporanea" è una grande e ambiziosa esposizione collettiva, aperta fino al prossimo 1 settembre al MAMbo - Museo di Arte Moderna di Bologna (vedi il pezzo di presentazione su News-art: http://www.news-art.it/news/autoritratti--iscrizioni-del-femminile-nell-arte-italiana-c.htm). Impegnata a mettere a fuoco il tema composito, e sotto ogni rispetto carico di elementi problematici, del rapporto fra arte e mondo femminile in Italia negli ultimi decenni, la mostra presenta opere di 42 artiste, in gran parte specificamente realizzate per l'occasione.
Le artiste partecipanti sono (in ordine alfabetico) Alessandra Andrini, Paola Anziché, Marion Baruch, Valentina Berardinone, Enrica Borghi, Anna Valeria Borsari, Chiara Camoni, Alice Cattaneo, Annalisa Cattani, Daniela Comani, Daniela De Lorenzo, Marta Dell'Angelo, Elisabetta Di Maggio, Silvia Giambrone, goldiechiari, Alice Guareschi, Maria Lai, Christiane Löhr, Claudia Losi, Anna Maria Maiolino, Eva Marisaldi, Sabrina Mezzaqui, Marzia Migliora, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini, Maria Morganti, Margherita Morgantin, Liliana Moro, Chiara Pergola, Letizia Renzini, Moira Ricci, Mili Romano, Anna Rossi, Anna Scalfi Eghenter, Elisa Sighicelli, Alessandra Spranzi, Grazia Toderi, Sabrina Torelli, Traslochi Emotivi, Tatiana Trouvé, Marcella Vanzo, Grazia Varisco.


Borsari_2Il progetto è stato ideato dalla coordinatrice delle attività espositive del MAMbo, Uliana Zanetti, alla guida di un gruppo di lavoro interno al museo arricchito da molti significativi contributi “esterni”, fra gli altri di Emanuela De Cecco, Arabella Natalini, Francesca Pasini, Maria Antonietta Trasforini, Laura Iamurri: un pool di studiose che ha elaborato i nuclei tematici intorno ai quali ruotano le opere selezionate.
Della mostra, delle rilevanti questioni che affronta e delle riflessioni che suscita ci è dunque parso particolarmente interessante conversare con la stessa Uliana Zanetti, che può essere considerata il primo motore dell’impresa, la quale ci ha parlato della genesi, degli sviluppi e degli obiettivi del progetto espositivo.

D. Innanzitutto vorrei chiederti com’è nata questa mostra e quali criteri hanno ispirato la scelta di curatrici e artiste.

R. Questo è un progetto cresciuto per sviluppi e inviti successivi. Nato circa due anni fa come una riflessione per così dire “riservata” intorno a un nucleo di temi cardinali, dapprincipio ha coinvolto un gruppo di persone che lavorano nel museo allargatosi progressivamente, come in un sistema di centri concentrici, investendo un numero sempre maggiore di soggetti (senza che, peraltro, inizialmente ci fosse una preclusione di genere prestabilita).
La mostra che oggi si può vedere al MAMbo arriva dunque al seguito di un lungo lavoro e di un largo confronto, ma d’altronde essa non intende costituire il punto terminale di un processo, visto che prevediamo altri interventi, la pubblicazione di un volume (speriamo entro la fine dell’anno) e altri incontri dedicati a una questione che ci siamo rese conto essere di grande interesse e grande attualità, non solo in Italia.

GiambroneD. La vostra iniziativa dunque, se ho ben inteso, non è sorta con la precisa volontà di coinvolgere esclusivamente artiste.

R. Il progetto è nato come un ragionamento di carattere generale sui rapporti fra arte e politica, che in corso d’opera si è scelto di declinare in questa chiave sulla base di una riflessione imperniata sui contenuti delle collezioni del museo, che ha messo in evidenza un cambiamento radicale verificatosi negli anni Novanta del secolo scorso nel panorama dell’arte italiana, con l’immissione massiccia e quasi improvvisa di artiste capaci di guadagnare una larga visibilità all’interno del mainstream dell’arte contemporanea: per dare un idea quantitativa, si parla di un 50% di rappresentanza museale dell’arte “femminile”, a fronte del 6% rilevabile sino al decennio precedente.
Questo fenomeno, ben analizzato da Emanuela De Cecco, ci ha colpito in modo particolare, a maggior ragione essendo un gruppo di lavoro integralmente femminile, e ci è parso assai stimolante per i quesiti che solleva sulla natura del nostro lavoro, anche in considerazione del fatto che oggi in tutte le componenti del sistema dell’arte la presenza femminile è diventata sin quasi preponderante.

Lai (totale)D. Non avete ritenuto che intorno alle medesime tematiche potesse essere interessante coinvolgere anche degli artisti?

R. Si, l’abbiamo pensato, ma alla fine abbiamo preferito rinunciare, per varie ragioni, a partire dalla necessità di evitare condizionamenti di altro genere: avendo tenuto conto in modo speciale delle indicazioni provenienti dalla letteratura e dalle pratiche femministe, ci è parso essenziale, infatti, prendere le mosse dal sé e sviluppare il nostro ragionamento all’interno dello sguardo femminile, trattandosi anche, in ultima analisi, di svolgere un vissuto personale.
Va da sé, inoltre, che quando abbiamo deciso di trasformare questo progetto in una mostra anche le stringenti ragioni legate ai tempi e agli spazi disponibili hanno dettato le loro condizioni, suggerendo di riportare a una misura più contenuta le nostre ambizioni di partenza. Ciò non toglie che ciò che trova spazio nella mostra è la conseguenza di un dibattito aperto, che certo non può chiudersi all’interno del genere femminile, ma che evidentemente riguarda tutti.

Marisaldi_1D. Proprio in ragione della ricchezza di articolazione del progetto, vorrei sapere qualcosa di più sia sull’individuazione delle tematiche che si svolgono attraverso le varie sezioni della mostra, sia sulla scelta delle curatrici e delle artiste che sono confluite nell’esposizione.


R. Noi abbiamo sottoposto a tutte le persone via via coinvolte nelle nostre riflessioni una questione complessa, i cui termini problematici potrebbero essere così riassunti: aver rinunciato a un recupero della lettura femminista, non aver analizzato adeguatamente le ragioni per cui in Italia non c’è mai stato un vero incontro, visibile e riconosciuto, tra arte e femminismo, forse ora non ci consente di essere autorevoli come donne così come avremmo potuto e di esprimere una differenza autentica rispetto alle maglie del sistema istituzionale, impedendoci di essere “autentiche” nel modo enunciato con chiarezza da Carla Lonzi, femminista radicale e critica d’arte. Trovare un’originalità in sé stessi e manifestare questa personalità individuale autentica e compiuta, è una potenzialità che pensiamo sia stata inibita dal fatto di non aver tenuto nel debito conto questo tipo di riflessioni.
Su questo orizzonte problematico si sono poi affacciati interrogativi critici di interesse generale, legati al modo in cui si costruisce e si racconta la storia dell’arte, di come si registra e si trasmette la documentazione storica, di come e perché muta il concetto di valore.
Abbiamo così chiamato dapprima artiste che avevano già collaborato col museo, e che quindi erano più immediatamente ricettive rispetto a una proposta del genere (giacchè parlare di femminismo suscita ancora diffidenza nel mondo dell’arte), e un gruppo di intellettuali (Emanuela De Cecco, Maria Antonietta Trasforini, Arabella Natalini, Francesca Pasini, Laura Iamurri, Cristiana Collu, Letizia Ragaglia, Federica Timeto, il Collettivo a.titolo…) che si era già chiaramente impegnato in questa direzione.
 
MiglioraD. Immagino che la scelta delle artiste sarà stata motivo di notevoli dubbi e macerazione, tanto per le presenze, quanto per le esclusioni: a maggior ragione, direi, trattandosi di una rappresentanza tanto cospicua. Al di là di un ipotetico criterio di qualità, che nella fattispecie risulterebbe evidentemente del tutto improprio, che valenza deve essere attribuita a questa selezione da parte del visitatore della mostra?


R. Ci siamo mosse secondo una logica di inclusione progressiva, non pensando mai di escludere qualcuno. Abbiamo cercato, innanzitutto, di individuare all’interno delle collezioni del museo e fra le artiste che avevano collaborato con noi un nucleo di persone che per affinità di vedute ci consentissero di dialogare nel modo più aperto e profondo.
Due sono stati i criteri fondamentali di scelta: da un lato un interesse manifesto nei confronti delle tematiche di genere,  dall’altro la consuetudine con pratiche agite che facevano, anche indirettamente, riferimento a quella che si può qualificare come “politica delle donne”.
Poi chiaramente le critiche e studiose coinvolte nel progetto hanno suggerito delle artiste le cui ricerche ritenevano particolarmente adeguate e proficue rispetto alle questioni e ai presupposti critici che stavano alla base dell’esposizione e, in modo particolare, rispetto alle linee guida delle sezioni da loro curate.
La mostra intende costituire un grande dialogo fra tutte le opere senza essere chiusa in spazi circoscritti: abbiamo cercato di tenere i vari nuclei tematici distinti all’interno di ambienti che hanno una loro ben visibile definizione, ma lasciando chiaramente percepibile l’evidente unitarietà di concezione e di allestimento, grazie anche alle peculiarità degli spazi espositivi del MAMbo.

Toderi_1D. Ritieni a consuntivo che il vostro lavoro e la mostra mettano in luce elementi reali di differenza e specificità distintivi (sia pur non in senso ontologico forte) dell’arte femminile?

R. L’obiettivo del nostro lavoro non era ispirato a una logica essenzialista: non era questa la prospettiva, quanto piuttosto quella di chiarire il nesso tra le ricerche filosofiche e politiche femministe e certi esiti dell’arte contemporanea (che, beninteso, io colgo anche nelle opere di molti artisti uomini). Rendere evidente questo nesso significava intanto stabilire un riconoscimento dovuto, portando in luce un sommerso di cultura delle donne che nel mondo dell’arte per lo più non viene nemmeno nominato.

D. Il vostro progetto giunge al (pur parziale) compimento della mostra in un momento storico in cui sotto il profilo teorico-filosofico l’onda d’urto di queste tematiche, così imponente negli anni Sessanta e Settanta, si direbbe avere perso la sua energia e capacità di impatto culturale.

R. In realtà, a mio avviso, sono tanti gli attuali tentativi di sperimentare pratiche differenti che recuperano e rielaborano aspetti teorici e nodi politici elaborati in quegli anni e in quel clima culturale.
Mettendo in piedi un progetto che in sé stesso rappresentava un agire politico ispirato alle pratiche femministe ci siamo trovate a ricostruire la storia e le radici di questa vicenda cruciale, e sono convinta che il legame con quelle esperienze del passato, sebbene in una prospettiva di ripensamento e reinvenzione, sia tutt’altro che perduto e che, anzi, quelle istanze riemergano oggi con la stessa forza.
Luca Bortolotti, 17/08/2013

VariscoUliana Zanetti è nata a Cremona nel 1963. Si è laureata nel 1988 al DAMS di Bologna e specializzata in arte contemporanea nel 1997. Nel 1989 ha iniziato a collaborare con la Galleria d’Arte Moderna, ora MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, ricoprendo varie mansioni. Dal 1997 è dipendente di ruolo e da alcuni anni coordina le attività legate alle mostre e alle collezioni del MAMbo. E’ stata co-curatrice delle mostre La natura della natura morta (2001-2002) e Il nudo fra ideale e realtà (2004) presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Per il MAMbo ha curato la realizzazione dei progetti Regali e regole di Stefano Arienti e Cesare Pietroiusti (2008) e Italia di Mili Romano (2011-12).

Didascalie immagini:

1. Uliana Zanetti
2. Valeria Borsari, Autoritratto in una stanza, 1977
still da video, Courtesy l'artista
3. Silvia Giambrone, Il pizzo, 2012, 5 fotografie, pizzo ricamato su stampa fotografica
45 x 35 cm ciascuno, Collezione Vito De Serio, Courtesy Galleria Doppelgaenger, Bari
4. Maria Lai, I racconti del lenzuolo, 1984
tela cucita, 170 x 300 cm
Courtesy Provincia di Sassari, Photo: Marco Ceraglia
5. Eva Marisaldi, Senza titolo, 2011,
disegni su tessuto, dimensioni variabili
6. Marzia Migliora, M, 2013
serie di 9 disegni, tecnica mista su carta di cotone, 30x 31 cm ciascuno
Courtesy l'artista e Galleria Lia Rumma Milano/ Napoli
7. Grazia Toderi, Orbite Rosse # 73, 2009
grafite, metalli e stagno fuso su carta, 32 x24, 40 x 32 cm incorniciato
Courtesy Galleria Vistamare, Pescara
8. Grazia Varisco, Bianca e volta, Extrapagine, 1983
alluminio piegato e verniciato, 150 x 200 x 30 cm circa
Courtesy dell'artista