"Eccentrico e creativo, Piero Manzoni nasce a Soncino nel 1933 ma da subito diventa milanese d’adozione, crescendo in un ambiente aristocratico e ricco di stimoli culturali. Si avvicina all'arte e alla scultura sin da giovanissimo, esponendo già nel 1955 al Castello Sforzesco di Soncino durante la “Quarta fiera mercato” una serie di quadri e opere in cui sono raffigurate figure antropomorfe che ricordano quelle dei surrealisti e opere con impronte di tenaglie, chiavi e spille da balia. È nel 1957 che Manzoni conosce quello che diventerà il suo maestro ispiratore l’artista Yves Klein. Il 2 gennaio dello stesso anno Manzoni visita la mostra allestita presso la Galleria Apollinaire in via Brera a Milano e rimane impressionato dalla forza espressiva delle opere monocromatiche dell’artista francese portandolo a comporre opere materiche acromatiche, create attraverso tele completamente bianche immerse nel caolino e raggrinzite che chiamerà “Achrome”. Manzoni vuole andare oltre il concetto classico di arte o rappresentazione pittorica. Le tele completamente bianche o l’utilizzo di linee teoricamente infinite disegnate dall'artista su rotoli di carta, sigillati e conservati in contenitori autografati, servono a condurre l’arte alla sua elementarità ponendo l’accento su cosa sia realmente arte. Gli elementi basilari, secondo l’artista, diventano lo scopo principale della rappresentazione artistica. La tela bianca imbevuta nel caolino e raggrinzita non deve avere nessuno scopo comunicativo se non quello di raffigurare sé stessa.
Gli Achrome sono infatti opere auto generate. L’artista non vuole comunicare nulla al pubblico, sta al pubblico instaurare un rapporto comunicativo con l’opera e attribuire un significato ad essa. Manzoni, però, non vuole istigare il pubblico ma vuole condurlo ad un rapporto più elevato e aulico con l’opera, instaurando un rapporto tra il pubblico e l’opera stessa. Egli stesso annota ne “Oggi il concetto di quadro…”: “L’arte non è un fondamento descrittivo ma un procedimento scientifico di fondazione. Il punto è proprio raggiungere la propria mitologia personale e individuale. La difficoltà sta nel liberarci di fatti estranei, atti inutili, gesti che influenzano l’arte ai giorni nostri. Così possiamo ricollocarci alle nostre origini, raggiungendo le immagini prime. Qui l’immagine prende forma nella sua funzione vitale; essa non potrà valere per ciò che ricorda, spiega o esprime, essa vale solo in quanto è: essere.” Così facendo, Manzoni si allontana definitivamente dalla funzione espressiva e comunicatrice dell’opera, rendendo opere d’arte tele acromatiche il cui unico scopo è rappresentare sé stesse. Il 21 giugno 1961, durante la performance “Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte”, Manzoni incide e firma alcune uova apponendo su di esse le proprie impronte digitali del pollice, segno dell’imprinting che l’artista riesce e deve dare alla propria opera e l’importanza del ruolo attivo del visitatore, il quale “divorando” l’opera entra in contatto con l’artista stesso. L’azione dell’artista e la sua fisicità diventano gli elementi basilari nel processo di creazione dell’opera. Attraverso le “Sculture magiche”, Piero Manzoni utilizza i propri amici e il pubblico, autografandoli come fossero proprie opere d’arte; con la “Base magica” del 1961, Manzoni estremizza il concetto trasformando chiunque salisse sul piedistallo di legno in opera d’arte.Tutto, quindi, attraverso il genio e la firma dell’artista diventa arte. 
E’ nel maggio del 1961 che Manzoni capisce l’importanza dell’intimità dell’artista e il rapporto tra fisicità e opera d’arte. Confeziona 90 scatolette di latta numerate da 1 a 90 riportanti la scritta in più lingue: Merda d’Artista, Contenuto Netto gr.30 conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961. Manzoni associa a ciascuna di queste scatolette un valore pari a 30 grammi d’oro zecchino, riprendendo il problema a lui contemporaneo del valore delle riserve auree. L’artista, giovanissimo ma già esperto di mercato dell’arte, capisce l’importanza delle sue opere e la facilità con la quale sarebbe riuscito a collocarle sul mercato contemporaneo. Lo scopo di Piero Manzoni, infatti, era quello di rendere oggetto di consumo di massa, in un contesto di mercato dell’arte quasi saturo, ogni opera frutto dell’attività in senso lato dell’artista. Quindi, in questa logica che avvicina Manzoni a Duchamp, persino le feci, una riga o l’aria diventano opere d’arte, in quanto frutto dell’attività artistica o perché firmate dall’autore stesso. Nel 2007 Sotheby’s ha battuto l'esemplare numero 18 a 124.000 euro, il 16 ottobre 2015 a Londra Christie's a 182.500 sterline l’esemplare numero 54 e nel mese di dicembre 2016 a Milano la Casa d’aste Il Ponte a 275.000 euro l’esemplare numero 69.Ma perché Manzoni riesce ad avere così mercato? Manzoni trasformò in capolavori opere d’arte, apparentemente banali, solo perché firmate da lui stesso. L’artista, mettendo quindi in circolazione opere in sfregio al concetto secondo il quale “tutto ciò che è prodotto dall’artista è opera d’arte”, fece sua questa logica divenendo non solo uno dei maggiori artisti dell’arte contemporanea ma anche uno dei maggiori artisti di mercato. L’opera arriva ad assumere il ruolo di critica nei confronti del mercato diventandone al tempo stesso protagonista ed icona pop. La Merda d’artista diventa il capolavoro subito associato all’artista e alla sua opera, a tal punto da renderla un’opera unica nel suo genere.  La richiesta dei collezionisti ha mercificato questa opera trasformandola in oggetto di mercato e attribuendole un valore di scambio in base alla domanda. Il lavoro di Piero Manzoni è quindi destinato ad occupare uno spazio importante nel mercato dell’arte contemporanea e a raggiungere prezzi molto distanti da quelli indicati dall’artista, corrispondenti al valore di soli 30 grammi di oro per ciascuna scatoletta."
 
Giuseppe d'Alascio