JEAN TINGUELY.
SI C'EST NOIR, JE M'APPELLE JEAN


Pomeriggio soleggiato,
Istituto Svizzero, Milano.
 
Accolta dalla gentile hostess, dal cortile dell’edificio accedo in un open space al piano terreno. L’ambiente è piuttosto freddo, asettico, minimalista, ma per ragioni ben precise, che scoprirete in seguito.
Per l’intera durata della mia visita, sono l’unica spettatrice dell’esposizione: siamo io e l’artista, rappresentato tramite le opere esposte e filmate.
Jean Tinguely (1925 – 1991), artista nato a Friburgo e cresciuto (nella vita e artisticamente) a Basilea, trova nei boschi svizzeri il punto di partenza della propria creatività, per poi spostarsi, negli anni successivi, da Zurigo a Parigi, Amsterdam, Stoccolma, Tokio, San Paolo e anche Milano.
Artista irrequieto, ribelle, anticonformista e totalmente contrario al regime dittatoriale, trasmette nelle proprie creazioni tutti gli ideali in cui crede. L’esempio più diretto ed efficace è dato dalle sue macchine-sculture (“Métamécaniques”) in legno o acciaio alle quali applica motori elettrici o le programma all’autodistruzione.
E infatti, cosa mi ha colpito più di tutto della mostra?
Le foto, i video e le annotazioni/raffigurazioni de “La Vittoria” (esposta nel 1970 in Piazza Duomo a Milano): come sfondo di una manifestazione da lui organizzata spicca questa “scultura pirotecnica” di acciaio dalle forme totalmente esplicite ed esuberanti, festeggiando così il decimo anniversario della sua amata corrente artistica, il Nuovo Realismo.
Altri elementi fanno da cornice al suddetto elemento-fulcro della mostra: magliette estive appese alle grucce e fotografie raffiguranti i simboli della “Milano da bere” (autore: Rico Weber)  abbelliscono e decorano le pareti dipinte di bianco.

Ma non possiamo non menzionare una parte di carrozzeria di un modello di sidecar affiancata da tute ed accessori utili al pilota ed al passeggero (“Carrozzeria di sidecar e completi da corsa”): la peculiarità? Il tutto è appeso al soffitto.

E per finire, ma non meno coreografico, il letto matrimoniale ed arredi correlati (posti nel mezzo dell’open space), facenti parte dell’opera “Tessuti e oggetti vari”.


Come primo impatto, accedendo al locale, l’intera mostra si raccoglie in un unico campo visivo e colpisce lo spettatore con un senso di minimalismo, di “stretto necessario”. Ma in un secondo momento, osservando passo dopo passo i soggetti esposti o documentati, ogni singolo elemento prende vita e cattura il visitatore, facendolo sorridere, riflettere ed incuriosire dai dettagli peculiari che Tinguely mette in rilievo, ponendo in discussione i potenti baluardi del consumismo e sottolineando, ironicamente, la decadenza dei sogni moderni.








di
Sabrina RIBOLDI                           Milano 4 / 3 / 2017
 

 

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