‘Quando l’arte accade come la vita’

(Tino Sehgal)
 

‘L’arte fa, e ora cavatela da solo. Ma l’arte, ovviamente, non innova e non crea’

(Chus Martínez)
 

‘Kassel: lucida, pazza, ottusa, chiaroveggente, disperata, tranquilla.
Chi sapeva con certezza qualcosa di Kassel?
Bionda, giovane, a lutto, urlante, tedesca;
divulgatrice per tutte le strade della morte dell’Europa’

(Enrique Vila-Matas, Kassel non invita alla logica, 2014)
 
 
Alcune settimane fa ho iniziato a pensare al modo di strutturare la prima lezione del mio corso universitario di storia dell’arte contemporanea. Per me l’arte contemporanea e l’insegnamento sono due cose serissime, ma ho ben chiaro che sia io che i miei studenti dobbiamo incuriosirci, divertirci, appassionarci, anche annoiarci, durante le ore che trascorriamo insieme. E così, la preparazione di ogni nuovo corso diventa occasione d’indagine e scoperta. Avevo già una serie d’idee in mente, ma stentavano a prendere forma. E questo m’irritava non poco! Finché, come spesso accade, i pensieri si sono sbloccati all’improvviso, nell’istante in cui ho avuto voglia di rileggere il bellissimo libro di Enrique Vila-Matas sulla tredicesima edizione della Documenta di Kassel. Kassel non invita alla logica (2014) racconta di uno scrittore spagnolo, amante della contaminazione tra i generi, affermato professionalmente ma arrivato a una sorta di angoscioso capolinea esistenziale, che viene invitato, passando attraverso una surreale serie di mcguffin speculari, a partecipare a Documenta 13 (2012). Il suo intervento consiste nel trascorrere alcune ore al giorno, per pochi giorni, in un ristorante cinese situato alla periferia della città. Qui deve svolgere solo il suo mestiere di scrittore. Deve solo scrivere e, eventualmente, rispondere alle domande di qualche fanatico, quanto sprovveduto, avventore. Niente di eccessivamente impegnativo, tuttavia una condizione che si rivela ben presto estremamente angosciosa per lo scrittore, il tutto sotto gli occhi invisibili ma implacabili del comitato curatoriale presieduto dalle virago Carolyn Christov-Bakargiev e Chus Martínez. Il disperato desiderio di sottrarsi al frustrante e quotidiano impegno nel ristorante cinese conduce il nostro scrittore ad avviare una serie di solitarie promenades attraverso il limitrofo parco di Karlsaue, in un’atmosfera sospesa tra il reale e la visione. In questo suo vagabondare egli inciampa (volontariamente e involontariamente) in alcune delle più sensazionali installazioni di Documenta. Il titolo di d13 era Collapse and Recovery e, in tal senso, il sensazionale aveva davvero poco a che vedere con i fuochi d’artificio che siamo soliti attribuire all’arte contemporanea gonfiata dalle vele del mercato, quanto piuttosto con lo spaesamento generato dal desiderio di situare artisti e opere d’arte al di fuori dei loro domicili cerebrali abituali. Da qui la duplice sfida: COLLAPSE and RECOVERY appunto.
L’insolito romanzo ruota intorno all’interazione ossessiva dello scrittore con due opere antitetiche, eppure complementari. La prima è This Variation di Tino Sehgal – artista che nega all’arte un’espressione fisica – e che riproduce uno spazio nelle tenebre, un luogo nascosto in cui una serie di persone attende i visitatori per avvicinarsi a loro e, se lo ritengono opportuno, cantare canzoni e offrire l’esperienza di vivere un’opera d’arte come qualcosa di pienamente sensoriale. L’altra è Untilled di Pierre Huyghe, un’opera indescrivibile, situata alla periferia delle periferie di Kassel, dell’arte e del pensiero, inteso come ciò che è pensabile. Un’opera che non può essere ripresa, fotografata o raccontata se non parzialmente, ma che può essere esclusivamente vissuta.
Entrambe le opere, tra loro diversissime, contengono tuttavia l’idea elementare quanto inafferrabile che l’arte è qualcosa che accade come la vita. Punto e basta!
 
Cosa c’entrano Vila-Matas, Documenta 13, Tino Sehgal e Pierre Huyghe con il vituperato cesso d’oro che Maurizio Cattelan ha da pochi giorni installato al Guggenheim di New York? A prima vista niente! Faccio mie le sempre cristalline e intelligenti parole di Francesco Bonami, per cui ‘Maurizio Cattelan si è specializzato nell’esibizione della serie inarrestabile di piccole crisi che contrappuntano la quotidianità e fondano l’incertezza della vita umana. Tutto il suo lavoro è una piccola rivoluzione estetica e una piccola sovversione sociale’. Altro che un burlone con la faccia da buffone! Maurizio Cattelan è un artista serissimo! Basta elencare le sue opere realizzate tra la fine degli anni novanta e il decennio successivo – penso soprattutto alle complementari La Nona Ora (1999) e Him (2001), oppure a Untitled (2004), ovvero i tre bambini fantoccio impiccati all’albero simbolo di Piazza XXIV Maggio a Milano, e a  L.O.V.E (2010) – ma soprattutto aver voglia di guardarle a fondo, per capire quanto anche nella produzione di Cattelan l’interazione tra arte e vita sia fondamentale. Il grande Harald Szeemann è sceso in piazza per difendere Untitled (2004), quindi piantiamola di trattarlo come il cretino che si cala dalla corda di stracci!

Torniamo ad America; si tratta di un quanto mai reale e funzionante water, situato nei bagni del quinto piano del Guggenheim Museum di New York. A differenza di un comune sanitario di porcellana, quello di Cattelan è d’oro. In prima battuta il pensiero vola a Fountain (1917) di Marcel Duchamp. Ma il riferimento all’orinatoio duchampiano è facilissimo, un poco fuorviante e, tutto sommato, abbastanza letterale. Un altro livello suggerito dalla critica e discusso dallo stesso Cattelan – che ormai vive più a New York che in Italia – va all’attualità politica di stampo USA. L’estetica di questo trono dorato, infatti, richiama alla mente degli americani il cattivo gusto e l’ostentazione del lusso tipica del real estate alla maniera di Donald Trump.

Ma, probabilmente, la lettura di America è molto più semplice e ha molto più a che fare con l’arte e con la vita di quel che sembra. In fondo, l’artista offre a qualsiasi visitatore bisognoso o curioso la possibilità di usare il suo lussuoso cesso esattamente come gli è dato utilizzare ogni servizio del museo. Ciò, indirettamente e inevitabilmente, sovverte la logica per cui opera d’arte fa idealmente rima con NON TOCCARE. L’arte ha un livello di prossimità con la vita che  America esaspera offrendo al visitatore un tipo di fruizione che va molto oltre i cinque sensi.
Ancora, con America Cattelan compie un’operazione che si riallaccia a All, la grande retrospettiva che, nel 2011, il Guggenheim Museum ha dedicato all’artista. In questo caso, Cattelan aveva totalmente sovvertito l’idea di fruizione dello spazio, una sfida alla visione straordinaria di Frank Lloyd-Wright. Infatti, l’artista aveva posto la propria storia personale al centro dello spazio e costretto il visitatore a uno sguardo verso l’interno del museo, anziché verso le pareti solitamente utilizzate per esporre le opere. Una sfida perfettamente riuscita!
di Giorgia TERRINONI     Roma 19 / 7 / 2016

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