Balla, Carrà, De Chirico, Soffici, Sironi, Morandi, Rosai, Magri, Viani, Cecioni, Breveglieri e altri importanti artisti dei primi tre decenni del Novecento ad un certo punto della loro ricerca artistica avvertirono l’esigenza di “tornare” bambini, facendo riemergere nelle loro opere la freschezza, la spontaneità e la libertà del disegno infantile, delineando un percorso, che li portò a dialogare con un’arte senza artifizi, autentica e pura.
In particolare l’audace Giacomo Balla con la sua opera Fallimento (1902), il “rousseauniano” Carlo Carrà e il soave Ardengo Soffici, invitavano a prendere come punto di riferimento, le “forme pure nello spazio”, recuperando così un’essenzialità e linearità formale (“l’unico modo per assimilare le leggi plastiche manifestate nella loro primordiale purezza è osservare le opere eseguite per semplice diletto dai bambini..” cit. Carrà).
Un fenomeno quello del back to the primitiv and child art, che non fu soltanto delimitato all’Italia, ma che si estese all’intera Europa. Fu proprio lo storico e critico dell’arte Carlo Ludovico Ragghianti a metterne in risalto l’originalità, veicolando l’interesse verso una tematica già trattata da studi basilari contenuti nel saggio “L’arte dei bambini” dell’archeologo e storico dell’arte Corrado Ricci nel 1887, ma mai focalizzati nel loro complesso. Quest’ultimo racchiude delle osservazioni illuminanti, quando sottolinea la trasparenza come caratteristica tipica dei disegni infantili: segni immediati, genuini ed innovativi, che i migliori anni della nostra vita hanno lasciato sulla carta.
Un esempio su tutti è quello dell’enfant che tratteggia una persona a cavallo: il disegno mostra entrambe le gambe, nonostante una delle due non si veda. Secondo Ricci i bambini rappresentano l’uomo e le cose sulla base del loro riscontro ottico, invece di riprodurli artisticamente.
Anche Ragghianti scriveva nel 1960: “non vi è dubbio sulla positività del disegnare e del dipingere, per l’ampliamento delle facoltà mentali del fanciullo”. Con questa sua acuta e profonda riflessione evidenziava ed esaltava una serie raggiante di immagini dei bambini, sui quali i maestri delle avanguardie storiche svilupparono il concetto di libertà creativa.
Un dipinto, che potrebbe essere preso a simbolo di questo incoraggiamento, sin dalla tenera età, allo studio delle arti e della cultura, è quello della Madonna del Libro (1475) di Vincenzo Foppa, nel quale il fanciullo ha il dito puntato all’insù: quest’ultimo racchiude in sé, come un’influente calamita, tutto il contenuto del quadro, diventandone il fulcro.
Anche nel campo del design abbiamo esempi lampanti di richiami al mondo dell’infanzia come i King-Kong ossia i Girotondi, cestini traforati realizzati da Alessi verso la fine degli anni ’80. Una poetica giocosa ed elementare profusa dallo schizzo di un semplicissimo vassoio con il bordo traforato da un motivo di omini sagomati, protagonisti dei ritagli dei bambini con le forbici. Stava nascendo il cosiddetto linguaggio ludico, destinato a giocare un ruolo fondamentale nel design degli anni ’90.
Non solo i grandi del Novecento tornano quindi piccoli per riscoprire, come diceva Picasso, “il genio della fanciullezza”. Linee fantasiose sintetiche dalle campiture piatte, dalla prospettiva inesistente e dallo stile precocemente semplificato, aprirono dinanzi allo sguardo sorpreso ed incuriosito degli artisti un nuovo e fervido territorio di indagine. E’ noto come i disegni dei bimbi aiutarono il pittore francese dell’arte Informale Jean Dubuffet, attraverso la naturalezza, istintività ed energia dei loro tratti, a mettersi in gioco, risvegliando nell’osservatore stesso un lampo di meraviglia. Grandi visi dall’espressione disincantata ma al contempo buffa e viva, giganteschi occhi che infondono emozioni e sospingono verso mondi lontani. Per i bambini, come per Dubuffet, scoprire come le espressioni del viso possano esprimere tanti diversi stati d’animo è un gioco divertente.
Questi grandi artisti hanno imparato l’arte disimparando. Infatti lo stesso Picasso soleva ripetere che, quando aveva l’età di questi bambini, sapeva disegnare come Raffaello. C’erano voluti invece molti anni, prima che fosse in grado di disegnare come loro. In questi pittori del Novecento era quindi comune la ricerca di un modo più immediato ed istantaneo di raffigurare il reale, che ai loro occhi affiorava proprio dagli schizzi infantili. In differenti fasi della loro esistenza un pool di artisti europeo oltre a quello italiano come Marc Chagall, Raoul Dufy, Vasilij Kandinskij, Kirchner, Paul Klee, Joan Mirò, Gabriele Munter, ne furono influenzati, in particolar modo Klee. Quest’ultimo sosteneva che il pittore non raffigura ciò che vede, ma crea immagini da vedere. Ciò accade anche la pittura di Mirò, costellata da giochi di guizzi lineari e cromatici, che rimandano al mondo dell’infanzia, al candore dell’età adolescenziale, quando tutto sembra sospeso in una dimensione spazio-temporale lontana dai conflitti ed inquietudini della realtà quotidiana. Si tratta di rarefatti tracciamenti, il cui tratto è di una leggerezza sognante, che infrange con poetica delicatezza l’immaginario abituale.
Nono solo: molti di questi artisti diedero grande importanza e valore ai propri disegni durante l’infanzia, conservandoli e collezionando anche quelli di altri bambini. Questi ultimi con la loro vivacità e la loro ingenuità colgono aspetti della realtà, che sono percepibili solo da una mente “incontaminata”. Rivolgere il proprio sguardo all’arte primordiale e a quella medioevale dei maestri del Duecento e del Trecento (come le ispirazioni alle filiformità giottiane di Alberto Magri) era l’unico modo per dare nuova linfa vitale ad un arte accademica, che era regolamentata da rigidi schemi e da “mappature visive georeferenziali”. L’artista milanese Breveglieri rappresentò una delle figure di maggiore prolificità del primitivismo infantile nell’arte.
L’immagine fanciullesca fu la più utilizzata anche durante gli anni della Grande Guerra per una propaganda figurativa da Rosai, Sironi, De Chirico e fino a metà degli anni Cinquanta artisti e scrittori guardavono con curiosità le immagini create dai bambini. Ne è una dimostrazione la retrospettiva dedicata a Pablo Picasso nel 1953: la libertà senza freni del segno primordiale e no stop del grande Maestro del Novecento traggono ispirazione e input generatrice dirompente anche dalla schiettezza e la forza archertipa del tratto grafico infantile, nonchè dall’arditezza incosciente della mano del bambino, che come un fiume in piena “getta” senza esitazione i suoi ghirigori su di un foglio. Un esercizio di gioco e di fantasia, di osservazione e di scorrevolezza senza veti e limiti tipico dell’enfant prodige e del suo infantile, ma al contempo maturo, “disegnare sul serio” (Ragazzi mascherati da grandi”, Adriano Cecioni). Quando il “divertimento” ossia il piacere di esprimersi direttamente e liberamente viene meno, anche l’opera del grande artista risulta forzata ed opaca.
Nel 1958 nel testo redatto per un documentario televisivo sull’arte infantile, lo scrittore Carlo Levi afferma che il bambino passa da una sorgiva individualità, che infrange gli schemi sulla base di sorprendenti scoperte e si forma attraverso una visione a tutto campo (“I primi passi”, scultura di Adriano Cecioni, 1883) alla fase di apprendimento, razionalizzazione e infine comprensione di ciò che lo circonda “(Ragazzi che lavorano l’alabastro”, Adriano Cecioni, 1867).
La prima sensazione, che si prova (quella del primo incontro con noi stessi) della prima volta in cui da bambini diventiamo consapevoli di esistere e di avere il mondo dinanzi a noi, è lo stupore.
Da allora in poi sembra di trovarsi catapultati in un film del regista francese François Truffaut, in cui i bambini ne combinano di tutti i colori e scoprono svaghi “avventurosi” (Il gioco della corda, 1906-1908, Alberto Magri). Crescere e diventare grandi significa fare un salto e perdere queste emozioni a partire proprio dallo stupore, che è la forza motrice anche in campo artistico:  passando da una fase di vulnerabilità dell’identità si raggiunge la quiete dei sensi, ossia la capacità di sopire queste voci dell’anima (“chi non è più in grado di meravigliarsi e non prova più stupore, è come una candela spenta da un soffio” cit. Albert Einstein).
Attraverso questa mostra curata da Nadia Marchioni ed ospitata dalla Fondazione Ragghianti di Lucca dal 17 Marzo al 2 Giugno, in cui in sei sezioni sono esposti oltre cento pezzi (tra cui dipinti, grafiche, sculture, fotografie, riviste d’epoca, documenti) potremo rivivere il mondo sorprendente visto con gli occhi di un bambino...ops...di un artista bambino.
 
Maria Cristina Bibbi marzo 2019
Info:
Fondazione Ragghianti di Lucca
Dal 17 Marzo al 2 Giugno 2019
Web: http://www.fondazioneragghianti.it/