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La vera storia di un dipinto discusso, la "Giuditta Lemme": parla il proprietario

Fabrizio Lemme, grande collezionista, connoisseur, notissimo nel mondo degli amanti delle belle arti, ricostruisce per News-Art la storia del dipinto esposto alla mostra "Artemisia Gentileschi e il suo tempo" che sta facendo molto discutere gli addetti ai lavori.


Caro Direttore
approfitto della tua cortesia per ripercorrere la storia attributiva del dipinto che sta facendo tanto discutere e di cui la tua rivista si è occupata, ospitando vari importanti pareri di studiosi, che venne acquistato, come opera anonima, in una libreria di Stoccolma, da Angelo Martinoja (altro caro amico), nel 1970 e, dieci anni dopo, tramite Paolo Salini, è passato nella mia collezione:
  1. PRESSO MARTINOJA:
  1. Angelo Caroselli (Evelina Borea);
  2. Orazio o Artemisia Gentileschi (Sandro Marabotti Marabottini);
  3. asta Christie’s del 29.6.1973: Orazio Gentileschi;
  4. asta Sotheby’s del 6.4.1977: Giovanni Baglione;
  1. COLLEZIONE LEMME:
  1. Orazio Gentileschi subito dopo gli affreschi di Farfa (Federico Zeri, Filippo Todini, da ultimo Francesco Petrucci);
  2. Artemisia Gentileschi (Roberto Contini, Gianni Papi, Maria Cristina Terzaghi);
  3. Angelo Caroselli (Giovanni Previtali, Elisabetta Giffi, Ward Bissel);
  4. Francesco Ragusa (Francesco Petrucci);
  5. Caravaggio? (Vittorio Sgarbi, Filippo Maria Ferro);
  6. Ottavio Leoni (Clovis Whitfield, Anna Coliva).
 
La mia personale opinione (per quel che possa valere) si riassume in questi termini:
  1. il dipinto dovrebbe esser collocabile cronologicamente tra il 1595 ed il 1602: non potrebbe, in tal caso, essere riferito ad Artemisia;
  2. se la datazione fosse corretta, l’alternativa è tra Caravaggio giovane ed Orazio Gentileschi, anche lui giovane  (se pur non agli esordi),  escludendo Ottavio Leoni, buon ritrattista ma mediocrissimo “pittore di istorie”;
  3. a favore della prima ipotesi, vi sono alcuni dati di scrittura (il muretto cui si appoggia  Giuditta, singolarmente simile a quello del “Bacchino malato”; la luce che piove da sinistra; l’audacia dell’invenzione, specie nella sacca intrisa di sangue); a favore della seconda ipotesi, la singolare coincidenza di molti elementi pittorici della mia “Giuditta”  con l’omonimo dipinto di Oslo: se quest’opera è di Orazio, il riferimento a lui anche della “Giuditta Lemme” sembrerebbe difficilmente contestabile, come notato recentemente da Francesco Petrucci.
 
Sarebbe mia intenzione, subito dopo la fine della mostra di Palazzo Braschi (7.5 p.v.), far eseguire indagini scientifiche e poi, nell’ottobre prossimo, in una mostra a Palazzo Chigi di Ariccia, proporre il confronto con la “Giuditta” di Oslo e il “Bacchino malato” della Borghese.
 
Ovviamente, mi auguro che l’ipotesi caravaggesca, formulata da Vittorio Sgarbi (altro caro amico), ne esca definitivamente rafforzata: questo, non perché l’opera ne risulterebbe accresciuta di valore, bensì per il senso della scoperta, la più sensazionale della mia ultracinquantennale avventura di collezionista.
 
Ma la mia filosofia sulle verità storiche è coincidente con quella del grande Voltaire, il pensatore che costituisce una guida della mia vita: esse non sono che “des probabilités” (Dictionnaire Philosophique, voce “Vérité”) e quindi bisogna accettarle come ipotesi meramente provvisorie!
 
Questo lo stato delle cose, che mi ha indotto a rivolgermi agli studiosi interessati al problema caravaggesco, ai quali tutti va, senza discriminazioni, il mio più cordiale, affettuoso saluto, con gli auguri di un felice 2017, assieme ad un abbraccio a Te,
 
                                                                      Fabrizio Lemme               Roma 20 / 1 / 2017
 

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