Succede sempre più raramente. Però succede ancora. Che nel mondo dell’Arte valga la pena di fermarsi a riflettere, in senso collettivo e in senso personale, sul peso di qualcuno e sulla sua capacità di aver lasciato un segno di qualche tipo.
Ed è esattamente quello che sta succedendo con la storia di Francesco Federico Cerruti, l’uomo che sta facendo interrogare Apollo Magazine e l’Art Newspaper, Thomas Kaplan e Liu Yiqian, sul senso di essere collezionista d’arte, sul significato stesso di “raccolta”, “accumulo” e “musealizzazione”.
A livello generale, la notizia della sua straordinaria collezione d’arte e la decisione di lasciare quest’ultima al Museo del Castello di Rivoli sono state raccontate con diligenza da varie voci.

Ma chi era questo Cerruti? Come è stato possibile ignorare la sua esistenza per così tanto tempo?
E, soprattutto, perché Cerruti ha voluto così?

La storia è di quelle complesse, che ci si è immediatamente affrettati a sommergere sotto un mare di panna montata ipocrita e supina, capace di trasformare in poco tempo il Ragionier Cerruti in una specie di personaggio da romanzo d’appendice, tutto devozione per l’arte e sentimenti a tinte pastello, quasi che fosse uscito da un racconto di Guido Gozzano. O da una sua parodia.
 
Il motivo è presto detto: complice la giustificabile sobrietà dei molti mercanti d’arte che ebbero direttamente a che fare con lui e il naturale talento di molti giornalisti per copiare e incollare quanto detto dalle fonti di “propaganda ufficiale”, ecco che un importante simbolo del mondo dell’arte del secondo Novecento si è trasformato in una sorta di “Don Bosco del collezionismo”, tanto più incomprensibile agli esterni quanto la sua figura è stata parcellizzata, sfuocata e truccata in fretta e furia. Se poi teniamo a mente che tutto questo si svolge nella schizofrenica e bipolare Torino, tanto ostile quanto interessata a protegge oltre ogni ragionevole dubbio le sue creature, il gioco è fatto: il capolavoro ipocrita è compiuto.
 
 
È necessario, dunque, lasciare da parte quasi tutto di quello che è stato scritto sulla vicenda e partire da una sorta di “ontologia cerruti”, che di una certa generazione di italiani fu il simbolo più che perfetto. Non parliamo di quella “generazione senza vergogna” sulla quale abbiamo già riflettuto (qui), ma esattamente dei loro Padri.
Cerruti visse ed operò principalmente sullo scenario della Torino magistralmente narrata da Fruttero e Lucentini ne “La Donna della Domenica”. Una Torino (e un’Italia) di cui oggi rimane poco o nulla. Note sono le sue vicende professionali, che portarono il Ragioniere ai vertici dell’industria italiana, divenendone un vero e proprio Capitano con la sua Legatoria Industriale Torinese (per intenderci, quella che stampava gli elenchi telefonici).

Ed ecco che, del Megadirettore quale fu, assunse tutti i crismi, esempio perfetto della “generazione dei draghi”: Ingegneri, Cavalieri, Geometri, tutti indefessi e infaticabili lavoratori, dotati di una durezza e resistenza superiori, una naturale e formale alterigia, mai dimentica dell’etichetta (ben diversa dalle semplici buone maniere), in grado di rendere l’Italia una potenza mondiale e di accumulare insuperate ricchezze. Ma di quelle stesse ricchezze, materiali e intellettuali, non seppero mai staccarsi. In costante tensione, sospettosi per natura, giganteschi e impermeabili quasi a tutto (può forse un dinosauro considerare una mosca?), allevarono una generazione –a loro medesima detta- di imbecilli e sperperatori, uomini deboli, corrotti dal ’68, tutti incommensurabili cretini al cospetto della loro grandezza.

Ancora oggi si può vedere qualche esemplare aggirarsi per inaugurazioni e cene politiche, serate del Lions Club e cenoni aziendali, disprezzando e maledicendo un mondo piccolo al quale loro non vogliono lasciare nulla. Perché sono loro i Re sotto la Montagna (di soldi), sprofondati dentro depositi di oro, determinati a non staccarsi da una singola moneta, a non concedere neanche un singolo pezzo dei loro tesori, siano questi conti in banca o colossi aziendali. Nessuno di loro ha inseguito la fama malgrado quest’ultima inseguisse loro, preferendo sovente le certezze borghesi del focolare domestico, dell’azienda/famiglia, della provincia/casa e divenendo, come dei draghi, parte integrante dei loro tesori da difendere ad ogni costo, incapaci di distinguere se stessi da ciò che hanno costruito, raccolto, guadagnato.
 
 
Cerruti fu senza ombra di dubbio tutto questo, con la singolare caratteristica di riversare nel mondo dell’arte la sua personale nevrosi capitalistica, permutando l’oro grezzo nel più raffinato dei materiali: l’Arte.
Il Ragionier/Megadirettore, che mai volle sposarsi e meno che mai avere fastidiosi eredi fisici, seppe presto guadagnarsi una fama pressoché unica nel tumultuoso scenario collezionistico di quegli anni.

A discapito di quanto è stato scritto, le testimonianze dirette di chi ebbe a che fare con lui parlano di una sistematica “strategia dell’assurdo” volta, in un modo o nell’altro, a pagare il meno possibile (laddove a non pagare proprio) le opere che voleva per la sua collezione. Tutte sceltissime senza ombra di dubbio, ma desiderate al punto tale da spingersi a tentativi estremi. Celebri le trattative lunghe anche più di due anni, le proposte di scambio tra un dipinto della sua collezione e quello fatalmente scelto presso il gallerista di turno, i cambi di decisione a trattativa già conclusa e la scelta di comprare anche opere vincolate dai Beni Culturali (e, quindi, di fatto invendibili) a prezzi stracciati se paragonati al loro reale valore. Nessun quadro era mai perfetto durante le trattative, salvo diventare capolavoro assoluto una volta entrato nella sua raccolta. “A prova di Cerruti” era lo scherzoso modo di dire che si era diffuso in quel periodo tra gli operatori del settore, che sovente si sentivano autenticamente presi in giro da un personaggio che -col sorriso in faccia- era pronto a frantumare ossa pur di ottenere quello che voleva.

A lungo andare, solo i galleristi più pazienti continuarono a sopportarlo, sapendo che, periodicamente, Cerruti sarebbe tornato a chiedere se quel determinato dipinto fosse ancora disponibile, magari anche per sei volte in più anni, fino allo sfinimento, fino all’accordo concluso, che era tale solo una volta incassato l’assegno. Altri, meno pazienti e più inclini allo scontro (e tutti nomi di primissimo calibro, sia chiaro), arrivarono ad un punto tale di esasperazione da decidere scientemente di non rendere più disponibili le loro opere per quello che si era rivelato essere troppe volte un personaggio ai limiti del patologico. Negli anni, il diffuso sentimento che aveva suscitato nel mercato lo resero ancora più cupo, sordo e determinato. Ristrettissimo, invece, alla maniera di una vera e propria corte religiosa, il cerchio di amici ospiti a casa sua, con i quali amava smaccatamente vantarsi proprio di come era riuscito a fregare quel determinato venditore o ad aver trionfato in quella determinata trattativa. E, se del tutto indifferenti gli erano i complimenti rivolti alla sua persona, nulla lo rendeva più soddisfatto dei complimenti tributati al suo Tesoro.
 
 
Questa storia -la storia del Tesoro Cerruti- si protrasse per tutti i restanti decenni della sua vita di Drago, scomparso alla prematura età di 93 anni. Sempre lontano da tutti i riflettori, non per spirito illuminato, ma perché giustamente sospettoso nei confronti di una fama che gli avrebbe potuto creare non poche noie e –Dio ce ne scampi- l’attenzione di qualche spietato affarista del mercato nero. A Torino si insegnava così, che la tanta fama attira tanti problemi, mentre un basso profilo permette  di gestire meglio i marosi della vita, i potenziali attacchi e le difficoltà che, presto o tardi, capitano a tutti.

Da qui, il cortocircuito di un mondo attuale che non capisce –e non può capire- come sia possibile un livello di eccellenza così alto e la sua totale mancanza di notorietà e fama, specialmente ora che la collezione, con tutta la vicenda umana di cui è carica, diventa pubblica, lo diventa proprio a Torino e lo fa in consociazione con il museo simbolo dell’overdose di arte contemporanea di cui la città sabauda si è strafatta negli ultimi quindici anni.
 
 
Le dichiarazioni dell’Intellighenzia di Rivoli sono, in questo senso, molto chiare e piuttosto incontrovertibili: Un accordo che “permette di reinventare il modello del museo di arte contemporanea, visto non più solo come luogo di opere fatte nel presente”, ha dichiarato Carolyn Christov-Bakargiev , “e di renderlo capace di creare spazi di dialogo tra gli artisti e il passato”. Dichiarazioni che rivelano un’acuta intelligenza, quasi sorprendente per una Torino fatta di groupies avariate dell’arte contemporanea ed in cui si è toccato il fondo antropologico (qui)  e politico (qui) ormai da tempo. Intercettando il più aggiornato dibattito internazionale, il Castello di Rivoli ha saputo cogliere un’occasione (o, forse, ha saputo ben subirla da Cerruti) per reinventarsi e introdurre anche in Italia una nuova concezione dell’Arte, che scardina il concetto di “contemporaneo a tutti i costi”, smettendola di reprimersi e ammettendo finalmente che “tutta l’arte è contemporanea” e che, dunque, l’Arte Contemporanea in quanto tale non solo è un concetto obsoleto, ma del tutto inesistente.

Quanto ai grandi artisti contenuti nella collezione, a discapito di quanto si potrebbe pensare, nulla hanno a che vedere col territorio piemontese e sono, per la maggior parte, un nucleo di autori del più alto livello internazionale, antologici, da vero e proprio manuale di storia dell’arte. Non se la prendano a male i (tanti?) appassionati di Gandolfino da Roreto e Macrino d’Alba, ma, grazie a Cerruti, in Piemonte verrà portata anche una bella ventata di collezionismo internazionale, ampio e aggiornato come non si vedeva dai tempi dei migliori Savoia. Per esempio, una spaventosa serie di De Chirico (ormai quasi un autore “antico”, se stiamo ai vecchi canoni), accanto ad un Pontormo degno degli Uffizi si mostreranno al pubblico, ne educheranno il gusto contemporaneo piccino e misero e riveleranno quanto immenso e superiore può essere un drago emerso da un’altra epoca.

Quanto alla collezione in sé, pronta per il pubblico nel 2019, parlano le immagini che già sono circolate ampiamente sulla stampa, digitale e non. La curiosità (morbosa o meno) dei tanti personaggi che popolano il mondo dell’arte sarà ampiamente soddisfatta quando, visitando il Museo Cerruti, diverranno parte integrante del meticoloso piano del Ragioniere, la cui donazione non è (soltanto o solamente) un atto filantropico ma (primariamente e principalmente) il culmine di un’epopea esistenziale di amore geloso e totale per l’arte. Facile dire, ora, che la sua collezione ha salvato le opere d’arte (ma da cosa, poi?) per consegnarle al mondo, quando l’unica cosa che viene veramente consegnata alla storia è Cerruti stesso.

In tale senso, è inappuntabile e immediato il paragone coi più grandi collezionisti francesi del novecento, i coniugi Saint Laurent e Bergè, la cui collezione è andata all’incanto dopo la morte del più famoso dei due, con l’intenzione di compiere un vero atto di amore per l’arte, riconsegnando ad altri collezionisti il frutto di una vita dedicata al Bello, senza voler costruire musei, mausolei o monumenti alla propria persona. Ma del resto, alcuni amici del Nostro hanno dichiarato che Cerruti “si credeva eterno” e sicuramente è riuscito nel suo intento, con un progetto che può essere considerato filantropico solo se consideriamo tali la Piramide di Cheope e il Mausoleo di Alicarnasso, operazione pur lecita.

E, in fondo, non si può imputare a Cerruti la mancanza di ambizione e di grandezza. Drago dell’Arte, mitologico quando parossistico collezionista che, tra le molte cose, forse lascia anche una morale e un sospetto. Che ci siano altre collezioni come la sua, nascoste in qualche angolo del mondo e gelosamente custodite da un terribile guardiano? La risposta è nota, ma non si dice.
Roma 19 settembre 2017
Di Massimiliano Caretto

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