UN INTRIGO POLITICO-ARTISTICO DIETRO L' "AFFAIRE"   DEL PORTALE ANCORA TRATTENUTO NEGLI STATI UNITI ? ?

di
Mario Ursino

Fu Pietro Toesca (1877-1962), insigne storico dell’arte, il primo a segnalare, nel suo monumentale studio Il Medioevo, I-II (1913-1927)1, l’importanza e l’originalità dei lapicidi nell’Umbria meridionale: “Ma la scultura umbra acquistò un suo aspetto proprio volgendosi ai monumenti antichi: ne derivò particolari ornamenti in senso classico della composizione spaziata, maggiore chiarezza nel rilievo che tendeva al tutto tondo.” (vol. II, p. 855). E, poco oltre, a proposito del portale, lo studioso afferma: ”Una porta frammentaria del San Nicolò presso Sangemini ha intagli di maniera più secca ma già tutta classicheggiante” (vol. II, p. 859). Di questo portale il Toesca intuisce presto quasi il prototipo degli ingressi nei vari templi diffusi nella regione suddetta e, a proposito della Cattedrale di Narni (consacrata nel 1145), dunque circa cento anni dopo il San Nicolò, scrisse che “… meglio si attengono le decorazioni dei portali del diruto San Nicolò presso Sangemini – basilica a tetto, con colonne e pilastri di raccolta struttura romanica…” (vol. II, p. 595). A mo’ di esempio il Toesca cita altre chiese umbre che rivestono appunto tali caratteristiche, quali la Chiesa di Castelritaldi (1141), San Felice di Narco, il portale del Duomo di Foligno (1201), il portale di San Pietro a Spoleto, San Paolo di Spoleto, Santo Stefano di Collescipoli, San Claudio di Spello, San Pietro in Bovara. Individuò inoltre nell’originale attività delle maestranze locali la mescolanza della libera ispirazione all’antico a quella di elementi lombardi, loggette, archi pensili, precoci elementi gotici: rosoni – in un loro stile (vol. II, p. 594).
Ma tornando alle “decorazioni dei portali del diruto San Nicolò presso Sangemini”, secondo le parole del Toesca, si evince in quale stato di degrado versava il famoso monumento negli anni Dieci del Novecento, ovvero quando lo studioso cominciò ad affrontare la minuziosa e topografica analisi delle testimonianze dell’arte medioevale dalle Alpi alla Sicilia. In quei primi decenni del secolo XX, attraversati dal terribile primo conflitto mondiale, il problema del restauro degli antichi monumenti era di là da venire, un tempio diruto restava tale; nel San Nicolò il tetto era già crollato nel sec. XIX, e il rudere, non ancora spogliato dello splendido portale, emanava ancora quel fascino romantico delle rovine, come ricorda, nelle sue incursioni giovanili, il suo illustre benefattore Alberto Violati (1896-1981) divenuto poi l’instancabile e tenace sostenitore del  bellissimo recupero del monumento, così come oggi lo vediamo. (Si veda la sua Premessa, nel prezioso volumetto, La Chiesa e l’Abbazia di S. Nicolò a Sangemini, 1967)2. Il testo, ripubblicato nel 1984, contiene gli scritti di illustri studiosi e valorosi soprintendenti dell’Umbria del tempo, che però non si sono ricordati, nei loro contributi, dello storico dell’arte Pietro Toesca, e della puntuale attenzione che il medievalista prestò ai lapicidi dell’Umbria meridionale, che ho più volte citato in epigrafe. Purtroppo anche nel Convegno 40 anni dal restauro dell’Abbazia di S. Nicolò in San Gemini del 9 giugno 2007, del Toesca non si fa cenno nelle pur accurate relazioni degli studiosi presenti3.

La mancata tutela
 Naturalmente la situazione del portale di San Nicolò4 apparve ancora diversa al valente soprintendente Gisberto Martelli (1909-1996) negli anni Cinquanta: le condizioni della Chiesa e dei resti dell’Abbazia erano ulteriormente peggiorate, e soprattutto il bellissimo portale non c’era più, venduto, asportato ed emigrato in America (illecitamente), sebbene in modo contrattualmente regolare, si disse, ma su questo il sottoscritto ha qualche riserva che tenterà di dimostrare.
Nel resoconto minuzioso e cronologico Margherita Romano5, funzionario della Soprintendenza per i Beni Artistici Storici ed Etnoantropologici dell’Umbria, negli Atti del Convegno del 2007, a cura della “Associazione Valorizzazione del Patrimonio Storico di San Gemini” (oggi presieduta dalla Signora Leda Cardillo Violati), con presentazione di Massimo Violati, ha illustrato passo passo, documento su documento, la vicenda dell’incredibile recupero del monumento che era destinato “a scomparire per sempre”, secondo le parole iniziali del Martelli nel suo testo: La restaurata Chiesa di San Nicolò di San Gemini nel quadro dell’architettura romanica dell’Umbria meridionale (1967)
Gisberto Martelli, oltre che stimatissimo e appassionato studioso del territorio a lui ascritto (quale soprintendente dell’Umbria dal 1952 al 1965), entrò in sintonia con l’avvocato Alberto Violati, che acquistò il podere con i resti della Chiesa e dell’Abbazia di San Nicolò nel 1957 con l’intenzione precisa di restituire a San Gemini il suo illustre monumento, testimonianza esemplare dell’originalità dei lapicidi romanici tra i secoli XI e XII, la cui importanza è riconosciuta da tutti gli studiosi italiani e stranieri6 che si sono occupati di architettura medievale in Umbria.

Eppure dopo aver letto le recenti testimonianze sulla avventurosa storia del recupero di San Nicolò, ma soprattutto dopo la ricognizione documentale di Margherita Romano, risulta che questo recupero all’epoca ebbe ben poca risonanza tra i cittadini di San Gemini e sulla stampa (cfr. nota 17 del citato testo dell’autrice negli atti del 2007). Il perché è facile da capire, ed io stesso, prima di ragguagliarmi su questa vicenda, quando mi sono trovato nella mia prima visita in San Nicolò mi sono chiesto: ma perché l’originale del portale deve stare a New York e a San Gemini la copia, sia pure “riuscita in una insperata aderenza all’originale” ?, secondo le parole del compianto e stimatissimo mio primo soprintendente a Perugia nel lontano 1977, Francesco Santi (1914-1993).

E si badi che lo stesso precedente soprintendente Martelli, ormai “prossimo ad accomiatarsi dall’ufficio dell’Umbria”, lasciò trasparire attraverso una lettera di ringraziamento all’avvocato Alberto Violati del 19 ottobre 19677 la sua amarezza per quella serie di “articoli giornalistici, tra il febbraio e l’aprile del 1966, che appunto sollevavano polemicamente il fatto che il portale originale figurava murato dal 1964 all’ingresso della Sala della sezione medievale dei Cloisters del Metropolitan Museum of Art di New York che, quasi contemporaneamente all’inaugurazione del San Nicolò, si apriva al pubblico americano. Una semplice coincidenza? Al fine di sventare eventuali azioni legali per il recupero?

* * *

Va detto, a onor del vero, e mi riferisco sempre alla documentazione degli atti nell’archivio della Soprintendenza dell’Umbria, che sia Martelli che Violati8 tentarono strenuamente di ottenere la restituzione dell’antico portale dall’America, o quanto meno un calco dei marmi, secondo accordi assunti presso l’Ufficio Esportazione di Roma. E invece non si ottenne né l’uno né l’altro. Vediamo perché.

La monumentale Chiesa di San Nicolò, ancorché in condizioni di rudere, era (ed è tuttora) contenuta in una proprietà privata e dovette essere sottoposta a vincolo storico-artistico con decreto da consegnare al proprietario; a quel tempo, apparteneva alla signora Patrizia Metteucci Crespi, vedova Santucci, come si evince dal documento n. 962 del 2 luglio 1924 del Soprintendente Umberto Gnoli che chiedeva al Prefetto di Sangemini l’indirizzo della signora per la notifica del provvedimento. In virtù di tale atto, poiché la Chiesa versava in grave stato di abbandono, a norma di legge discendevano obblighi di conservazione e di restauro sia per il proprietario che per lo Stato. Difatti, nel 1931 il Ministero dette ordine alla Soprintendenza di elaborare un progetto di restauro, ma senza stabilire uno stanziamento di fondi, per cui nulla fu fatto e la signora Santucci ebbe facile gioco a chiedere l’autorizzazione per vendere il portale. Naturalmente tale richiesta fu giustamente respinta dagli organi ministeriali periferici, dalle soprintendenze e dal Ministro De Vecchi nel maggio del 1936.  Però, incredibilmente due mesi dopo, nel luglio del 1936, lo stesso De Vecchi consentì all’antiquario romano Ugo Jandolo di acquistare dalla Santucci l’antico portale, e di ordinare all’Ufficio Esportazione di Roma di concedere il nulla osta all’espatrio (di un‘opera vincolata!). L’allora soprintendente Bertini Calosso fece di tutto per opporsi (ma intanto i pezzi erano già stati smontati!); anche il capo dell’Ufficio Esportazione, l’archeologo Moretti, cercò di opporsi, invocando anche l’importanza delle iscrizioni romane incise sul retro dei portali di marmo.9

Persino il Podestà di Sangemini, l’avvocato Francesco Violati e vari accademici, tra cui Ugo Ojetti, si rivolsero direttamente a Mussolini per fermare l’espatrio dei reperti. Ma l’ordine fu perentorio e non ci fu nulla da fare per impedire l’illecita esportazione.

Ho voluto riassumere il testo ben documentato di Margherita Romano, ma le domande che mi sono posto sono le seguenti:

1) Come mai è stata violata apertamente la legislazione di tutela che, all’epoca, era la legge del 5 giugno 1909? Esisteva già il vincolo della notifica (dal 1924) e allora perché al Ministero non fu presentato il regolare contratto di compravendita per consentire allo Stato di esercitare il diritto di prelazione? È mai esistito un tale contratto?

2) L’antiquario Ugo Jandolo, come posso dedurre dalla storia della vicenda, non fu mai il vero acquirente, ma solo un prestanome o l’intermediario del reale acquirente, ovvero l’antiquario americano Joseph Brummer di New York, il quale rivendette il portale al MET circa dieci anni dopo, nel 1947.10

Appare evidente quindi, visto come sono andate le cose, che tutta la vendita e la relativa esportazione è avvenuta in violazione di una legge dello stato del 1909 (e del relativo regolamento di esecuzione del 1913!)11 da parte dello Stato stesso.

Si dirà che fu decisione politica, ed è vero, nè fu la sola a quel tempo; basta ripercorrere le vicende delle esportazioni illecite verso la Germania nazista prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ovvero tra il 1936-1937, complice il Principe d’Assia che individuava nelle dimore private opere celebri e inesportabili legalmente, desiderate però da Hitler e Goering (al riguardo, si rimanda all’opera di Rodolfo Siviero)12.

* * *

Della questione del portale esportato (illecitamente) non si parlerà più fino alla metà degli anni Cinquanta, allorquando, come ho detto più sopra, l’illustre avvocato Alberto Violati e il valido soprintendente Gisberto Martelli tentarono il difficile compito di ottenere in restituzione il celebre portale, secondo le loro stesse testimonianze nei testi del 1967, e come ricordato poi da altri studiosi negli atti del convegno sopra citato, 40 anni dopo.

Ma voglio soffermarmi in particolare sul viaggio che l’avvocato Alberto Violati compì a New York per incontrarsi con il professor William H. Forsyth (1907-2003) del MET, accompagnato dalla dottoressa Pallavicini, allora vice direttore dellIstituto Italiano di Cultura. Dal resoconto che fece Alberto Violati in una lettera trasmessa il 26 novembre 1964 al Ministero13, si evince tra l’altro che “il portale di San Nicolò, dopo essere rimasto a lungo nei magazzini del Museo, è stato recentemente installato subito dopo il grande atrio di ingresso, all’entrata della sezione Medioevo…”; inoltre se ne loda la prestigiosa evidenza sottolineando che non era il caso di insistere per la restituzione.

A questo punto mi chiedo ancora: mancavano gli argomenti giuridici all’illustre avvocato Violati per significare ai funzionari americani l’illeicità dell’esportazione del portale dall’Italia e l’ “incauto acquisto” da parte MET?

Penso di no. Ma persino il soprintendente dell’Umbria, Francesco Santi, apparve rassegnato, come si legge nella nota 1 al suo testo del 1967: “Non essendo stato possibile avere un calco del portale … (anche questo, non solo la piena restituzione, non si riuscì ad ottenere dagli americani), gli attuali proprietari […] hanno fatto eseguire una copia in marmo […] copia che è riuscita in una insperata aderenza all’originale…”. E sempre nel 1964, William H. Forsyth (curatore arte medioevale del MET) si affrettava a chiedere a Santi di segnalargli la bibliografia sul San Nicolò per l’articolo che puntualmente uscirà l’anno dopo (1965) sul celebre portale.

Perché tanta rassegnazione? Perché ci si è accontentati di una copia, ancorché ben eseguita, ma di un marmo smagliante che contrasta fortemente con le antiche pietre della facciata di provenienza carsulana? E perché gli americani che dal 1947 possedevano quegli antichi frammenti (forse dimenticati nei depositi), si affrettano poi agli inizi degli anni Sessanta a tirarli fuori e a murarli all’ingresso della Sezione Medioevale del loro museo?

Nel tentare di dare una risposta a questi interrogativi, azzardo un’ipotesi, tutta incentrata sulla data, a mio avviso particolarmente simbolica, il 1964.

I primi anni Sessanta costituiscono storicamente l’apice raggiunto dagli Stati Uniti nel mondo occidentale, in Italia in particolare, dove, dopo la fase della ricostruzione attuata grazie agli aiuti ricevuti dal piano Marshall, si sviluppava il cosiddetto boom economico; in questo contesto, gli Usa  tendevano ad affermare un proprio primato anche nel campo della cultura e dell’arte, ed accadde che nella XXXII Biennale di Venezia di quello stesso anno, il 1964, venne assegnato il “Gran premio per la pittura” al giovane Robert Raushenberg (1925-2008) con l’opera Bed, 1955, cosa che segnava la diffusione mondiale della “Pop Art”, mentre solo pochi anni prima la stessa opera era stata giudicata “inutile e antiestetica” da Giovanni Urbani (1925-1994 ), famoso direttore dell’Istituto Centrale del Restauro, che nel 1958 era stato nominato fine arts director al Festival dei due mondi di Spoleto14. Oggi si dice che tale operazione fu fortemente voluta dal governo americano tramite la CIA, o quanto meno è quello che si legge nel libro della giornalista e storica inglese, Frances Stonor Saunders, La  guerra fredda della cultura (1999)15. Vero è che protagonisti indiscussi di questa famosa Biennale, furono, come è noto, la celebre collezionista americana Peggy Guggenheim, e il noto gallerista newyorchese Leo Castelli, con la sua consorte Ileana Sonnabend che presentarono opere di artisti divenuti celebrità, quali Andy Wahrol, Jasper Johns, Jim Dine, Claes Oldenburg, Roy Lichtenstein, James Rosenquinst, George Segal; insomma, si trattò senza dubbio di una forte operazione culturale americana, senza precedenti in Europa.

Si poteva quindi sperare nella restituzione dello splendido portale? E intraprendere un non amichevole contenzioso con gli Stati Uniti d’America?

* * *

Oggi i tempi sono cambiati, ma non al punto di riuscire a cancellare illeciti giuridici che non conoscono prescrizioni. Sono tornati in Italia in anni molto recenti il Vaso di Eufronio, nel 2008 dal Metropolitan Museum of Art, e la Venere di Morgantina, nel 2011 dal Paul Getty Museum; c’è dunque una nuova presa di coscienza internazionale in materia di restituzione di opere d’arte; l’Italia ha restituito, dopo circa settanta anni nel 2005 (fra molte polemiche), l’obelisco di Axum che ormai faceva parte del contesto urbanistico romano di fronte alle Terme di Caracalla. Nuovi accordi sono quindi possibili con scambi di opere fra i vari paesi, così da poter ricollocare nei luoghi di provenienza, laddove possibile, le testimonianze uniche, singolari e ricche di storia, quale è senza alcun dubbio lo splendido portale del San Nicolò di San Gemini.

 

Note

1.Pietro Toesca, Il Medioevo I-II, UTET, Torino 1965

2.La Chiesa e l’Abbazia di S. Nicolò a Sangemini, studi e ricerche a cura di G. De  Cesaris, A.V. Damiani, R. Pardi, G. Martelli, V. Ciotti, F. Santi, con una Premessa  di A. Violati, Sangemini 1967, ristampato nel 1984

3.AA.VV., 40 anni dal restauro dell’Abbazia di S. Nicolò in San Gemini, Atti del Convegno del 9 giugno 2007, coordinatore Piero Zannori, Terni, settembre 2008, cfr. anche  Augusto Tabarrini, San Gemini: Millenni di storia, Tav editrice, Todi 2012

4.Per l’esame e la storia del portale si veda: Adriano Prandi, L’arte a San Gemini, in AA.VV.,  San Gemini e Carsulae, Bestetti Editore, Milano, Roma 1976, pp. 277-278

5.Margherita Romano, L’importanza dell’opera di Alberto Violati nel recupero del complesso abbaziale di San Nicolò, in Atti del Convegno 2007, op. cit,, pp56-92

6.L’opera di Pietro Toesca viene citata ad vocem, References del testo Portal, di Lisbeth Castelnuovo-Tedesco, in Italian Medieval Sculptures, in “The Metropolitan Museum of art and the Cloisters”, New York, 2010, p. 30; precedentemente il Toesca appare citato nei Aknowledgments and References, di William H. Forsyth nel suo testo The Sangemini Doorway,  The Metropolitan  Museum of arte Bulletin, giugno 1965, p. 380; segnalo, inoltre, per il significato delle figure nel portale sinistro, l’articolo di: Helmut Nickel, A Note on the Iconography of the Sangemini Doorway, in Metropolitan  Museum Journal, n. 35, The Metropolitan Museum of Art, 2000

7.Margherita Romano, op. cit., pp. 91-92

8.Cfr. ibid. pp. 70-83

9.Cfr. Lisbeth Castelnuovo-Tedesco, op. cit., p. 24 e nota 3 p.30

10.Cfr. F. Santi, Sculture e Pitture, in La Chiesa e l’Abbazia di S. Nicolò a Sangemini,  op,cit., nota 1, p. 70

11.Cfr. Regio Decreto 30 gennaio 1913, n. 363, artt. 56-57

12.Rodolfo Siviero, L’Arte e il Nazismo, a cura di Mario Ursino, Cantini, Firenze 1984

13.Cfr. Margherita Romano, op. cit.,  pp. 84-85

14.Cfr. Giovanni Urbani, Per una archeologia del presente, scritti sull’arte contemporanea, a cura di Bruno Zanardi, Skirà, Milano 2012, p. 46

15.Cfr. Frances Stonor. Saunders, La guerra fredda culturale, Fazi, Roma 2004

 

Torna alla lista        Stampa