mostra Louise Nevelson - Fondazione Roma Museo

10_Royal_Tide_III_1960-1La Fondazione Roma Museo, in collaborazione con la Nevelson Foundation of Philadelphia e la Fondazione Marconi di Milano, dedica una grande retrospettiva alla “Grande Dame” della scultura statunitense del XX secolo, Louise Nevelson.


La vita e l’arte di Leah Berliawsky, meglio conosciuta come Louise Nevelson (Pereyaslav-Kiev, 1899 - New York, 1988), sono state entrambe intense e complesse. Nata nei pressi di Kiev da una famiglia ebrea, dovette emigrare nel 1905 negli Stati Uniti d’America a causa delle leggi antisemite varate nel suo paese pochi anni prima. Dopo un iniziale periodo di difficoltà economiche nella piccola cittadina di Rockville nel Maine, Louise si trasferì a New York nel 1920 dove finalmente entrò in contatto con il mondo dell’arte americana, che in quel periodo guardava ancora soprattutto all’Europa.
Consapevole fin dall’infanzia che la sua vita sarebbe stata dedicata all’arte e più precisamente alla scultura, fu proprio l’arte a rigenerarla e salvarla da tutte quelle difficoltà che come donna, madre e artista dovette affrontare nella società statunitense del primo Novecento.

Ricca di riferimenti e ispirazioni eterogenee, l’opera di Louise Nevelson segue un filo conduttore che l’avrebbe distinta fino agli ultimi lavori. Essa appare veramente come il frutto di un processo additivo: “Si aggiunge, aggiunge e aggiunge”, afferma la Nevelson come riporta Aldo Iori, curatore della mostra, nel suo saggio di catalogo dal titolo “L’incredibile vita di Louise Nevelson”.
Di fatto la scultura della Nevelson è caratterizzata dall’assemblaggio di oggetti diversi, memore degli assemblages cubisti, del Merzbau schwittersiano, nonché delle sculture precolombiane mesoamericane che l’artista ebbe modo di osservare in un suo viaggio in Messico nel 1950.

05_Homage_To_The_Universe_1968-1La mostra della Fondazione Roma Museo consiste di oltre 70 opere, dai giovanili disegni e terracotte degli anni Trenta sino ai più tipici assemblaggi e alle grandi sculture.
Nella prima sezione si incontra un folto gruppo di lavori che costituiscono una sorta di introduzione all’opera dell’artista. Nelle prime due sale si osservano, infatti, esempi dei primi semplici assemblaggi degli anni ’50, accostati ad alcuni gruppi di sculture molto più articolate e sviluppate in altezza, tipiche del decennio successivo. In entrambi i casi, le sue opere sono costituite da quello che sarà uno degli elementi prediletti dalla Nevelson, il legno.
Sedie, testate di letti, scatole, tutti scarti della realtà quotidiana, abbandonati per strada, vengono accuratamente scelti e prelevati dall’artista che, dopo averli dipinti, li assembla seguendo un ordine preciso ma allo stesso tempo istintivo. A interessare la Nevelson non è tanto la modellazione del materiale quanto piuttosto la sua valenza di vissuto e la possibilità del processo creativo di rendere questi oggetti qualcos’altro, trasformandoli in opere d’arte. E’ il colore nero a far si che questo processo concettuale e visivo si realizzi: il nero, somma di tutti i colori e sinonimo per l’artista di calma, pace e maestosità, uniforma e trasforma i materiali oggettuali in materiali artistici.

03_The_Golden_Pearl_1962-1Un osservatore attento potrà indugiare nella scoperta dei diversi oggetti che costituiscono questi “quadri scolpiti”: opere scultoree che non si sviluppano quasi mai a tutto tondo, ma che invece mantengono la frontalità e bidimensionalità del disegno, strumento che accompagnò sempre il lavoro della Nevelson e di cui sono esposti in mostra esempi di grande interesse.
Il complesso e ricchissimo universo di oggetti tuttavia richiama alla mente anche un altro importante fattore dell’opera di Nevelson, quello della memoria. Le innumerevoli scatole, casse, cassette che al loro interno conservano i più svariati oggetti vissuti e salvati dall’artista, sono una vera e propria rievocazione del passato e della sensibilità dell’artista, preziosamente custodita all’interno di questi scrigni della memoria, come si osserva ad esempio in Royal Tide III (fig. 1) o in altre opere dello stesso periodo presenti in mostra.
“Ho dato forma all’ombra”, confessa la Nevelson, come riportato nel saggio di catalogo di Thierry Dufrêne, Louise Nevelson e l’oltrescultura: per questo l’artista amava definirsi “Architetto dell’ombra”. Senza l’ombra non si sarebbe mai vista la luce e tutte le sue sculture, costituite da profonde e intersecate spazialità, danno forma e struttura ai continui movimenti del chiaroscuro.
In una delle ultime sale un muro nero si staglia davanti a noi, Hommage to the Universe (fig. 2), che con i suoi nove metri di lunghezza costituisce un esempio delle dimensioni e dell’imponenza che le opere della Nevelson vanno assumendo verso la fine degli anni ‘60.

16_Royal_Winds_1960Avviandosi al termine del percorso si trovano alcune opere degli ultimi anni, dalla rigida griglia di “City Series” del 1974, quasi un omaggio allo skyline di New York, ai collage polimaterici degli anni ’80. L’ultima sala cattura completamente i nostri sensi con due meravigliose opere del 1962, uno dei periodi più felici nella parabola creativa della Nevelson: The Golden Pearl (fig. 3) e Royal Winds (fig. 4), accecanti testimonianze di come anche il legno possa diventare oro.
La mostra termina con una strabiliante fotografia di Robert Mapplethorpe, che raffigura la Nevelson in tutta la magneticità del suo sguardo, lasciando un profondo segno nella mente del visitatore.
Lucia Zapparoli, 30/04/2013

Leah Berliawsky nasce il 23 settembre del 1899 in Ucraina, a Pereyaslav, cittadina a sud-est di Kiev. Nel 1905, si trasferisce in America con la sua famiglia e il suo nome viene cambiato in Louise. A soli diciassette anni si sposa con Charles Nevelson, perché il matrimonio le garantisce la cittadinanza americana, la stabilità economica e perché il fidanzato non si oppone al suo progetto di divenire un'artista. Nel 1920 i coniugi Nevelson si trasferiscono a New York.
Nel 1935 insegna pittura murale e inizia a esporre in piccole gallerie del Greenwich Village. Allo stesso anno risale la prima importante prova pubblica nell'esibizione annuale della Society of Indipendent Artists, organizzata dal Rockfeller Center. La critica inizia ad accorgersi della sua presenza. Louise non aderisce a nessun gruppo artistico ed è sempre concentrata su se stessa. La necessità di una vita libera da legami, alcune avventure sentimentali e gli incoraggiamenti di maestri e amici a dedicarsi interamente all'arte, la distaccano dal marito, da cui divorzierà nel 1941.

12_Dark_Prescience_1962Ad agosto del 1941 la Nevelson si reca nella prestigiosa galleria di Karl Nierendorf per chiedere una personale, che il gallerista organizzerà, con un impatto favorevole sulla critica. Nel 1942 inaugura una seconda personale presso la stessa galleria Nierendorf: le sue opere sono ora il risultato di assemblaggi che anticipano il lavoro degli anni seguenti e sempre più spesso compare il nero come unico colore dominante. Nel gennaio del 1943 partecipa alla mostra Thirty-One-Woman presso Art of This Century, la galleria di Peggy Guggenheim.
Negli anni '50, è accettata come membro della Federation of Modern Painters and Sculptors. Giungono i primi riconoscimenti pubblici e nel 1952 è accolta alla National Association of Women Artists.  Nel 1959 il Museum of Modern Art di New York acquista una sua opera ed altre entrano nelle collezioni del Whitney Museum e del Brooklyn Museum di New York, dell'Alabama's Birmingham Museum, del Museum of Fine Arts di Huston e del Fansworth Museum di Rockland.
Negli anni '60 Louise Nevelson meraviglia il mondo dell'arte con grandi sculture monocrome bianche, nere e oro, esponendole nella personale Royal Tide alla Martha Jackson Gallery e alla Biennale di Venezia del 1962. In seguito la sua arte approda da Cordier a Parigi, alla Kunsthalle di Baden-Baden in Germania e al Whitney Museum. Si interessa a inedite esperienze professionali e i suoi lavori raggiungono dimensioni sempre maggiori, in sintonia con le grandi opere dell'Espressionismo Astratto. In questi anni è più che mai attiva: amplia il suo studio e la presenza di assistenti le permette di lavorare molte ore al giorno e di riprendere l'attività grafica, rispondendo alle richieste di un mercato ormai internazionale. Numerose sue personali sono ospitate in musei pubblici e gallerie private.
In Italia – dopo aver esposto nel 1970 alla galleria Iolas-Galatea di Roma – inaugura nel 1973 una mostra di ottanta lavori eseguiti tra il 1955 e il 1972 presso lo Studio Marconi di Milano, con cui inizia un felice e duraturo rapporto; nel 1976 partecipa nuovamente alla Biennale di Venezia. Negli ultimi anni della sua vita – ancora prolifica e attiva – le diagnosticano un cancro polmonare. Nel febbraio 1988 smette di parlare e il 17 aprile muore nella sua casa newyorkese.

Didascalie immagini:
01_Dawn_s_Host_1959-11. Louise Nevelson
, Royal Tide III, 1960
Legno dipinto nero, 202 x 153 x 41 cm
Louisiana Museum of Modern Art, Humlebaek
© Louise Nevelson by SIAE 2013
2. Louise Nevelson, Homage to the Universe, 1968
Legno dipinto nero, 275 x 900 x 90 cm
Collezione Privata, Courtesy Fondazione Marconi, Milano
© Louise Nevelson by SIAE 2013

3. Louise Nevelson, The Golden Pearl, 1962
Legno dipinto oro, 198 x 100 x 45 cm
Collezione Privata, Courtesy Fondazione Marconi, Milano
© Louise Nevelson by SIAE 2013

4. Louise Nevelson, Royal Winds, 1960
Legno dipinto oro, cm 83 x 34 x 29
Collezione Gianna Sistu, Parigi

© Louise Nevelson by SIAE 2013
5. Louise Nevelson, Dark Prescience, 1962 circa
Legno dipinto nero, cm 259 x 250 x 21
Collezione Privata
© Louise Nevelson by SIAE 2013

6. Louise Nevelson, Dawn?s Host, 1959
Legno dipinto bianco, Diametro 91,5 cm
Collezione Privata, Courtesy Fondazione Marconi, Milano
© Louise Nevelson by SIAE 2013


Louise Nevelson
Fondazione Roma Museo
16 aprile – 21 luglio 2013
Orari:
martedì – domenica
ore 10.00 - 20.00
Tel. +39 06 692 050 60
www.fondazioneromamuseo.it

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