ludovico-stern-1709-1777-pittura-rococo-a-roma
E’ uscita da pochi mesi presso l’editore Budai di Roma la prima monografia dedicata a Ludovico Stern, raffinato petit maitre che, pur senza assurgere ai vertici assoluti della gloria artistica, fu un brillante co-protagonista del Settecento romano, collocandosi in particolare tra i migliori esponenti di quella corrente vicina alle caratteristiche e al gusto dello stile Rococò. Il volume contribuisce a mettere meglio a fuoco una personalità artistica di alto rango ma ancora non sufficientemente chiarita nel suo valore e nel suo rilievo storico, precisandone le coordinate stilistiche e la densa trama di relazioni e scambi con i principali protagonisti della pittura romana barocca e tardo-barocca, sino alle soglie dell’affermazione del neoclassicismo. 
Gli Stern costituirono una vera e propria dinastia nella scena artistica capitolina, vantando una continuità plurisecolare di rappresentanti che giunge sino al principio del secolo scorso; e il libro dedica un breve inquadramento ai membri più noti della famiglia, dal capostipite Ignazio, che giunse a Roma nel 1702, via Bologna, dalla natia Baviera, all’eccellente miniaturista Maddalena.
La pittura di Ludovico Stern è attentamente presentata sotto il profilo stilistico e vengono particolarmente approfonditi gli aspetti relativi alla produzione di pale d’altare e a quella che oggi può essere considerata l’opera maggiore dell’artista: il superbo ciclo di tele raffiguranti i quattro continenti allora noti, che decora la Stanza delle Quattro Parti del Mondo di Palazzo Borghese.
Il catalogo ragionato che segue è suddiviso in cinque sezioni: “Natura morta” (12 numeri), “Ritratti” (8 numeri), “Quadreria” (18 numeri), “Pale d’altare” (16 numeri), “Cicli decorativi” che si compone di 28 numeri, quasi tutti situati negli ambienti di Palazzo Borghese, dove Stern prestò servizio in modo pressoché ininterrotto dal 1748 al 1777 presso il principe Paolo Borghese Aldobrandini. Una sezione di “Opere di incerta attribuzione o respinte” (28 numeri) permette di bonificare il catalogo dello Stern, con effetti particolarmente benefici nell’ambito delle nature morte, in cui il nome di Ludovico è stato spesso impiegato come una sigla generica, senza un adeguato spoglio qualitativo e stilistico.
Il volume si compone anche di una corposa sezione documentaria nella quale spiccano le informazione sui membri settecenteschi della famiglia Stern ricavate dagli Stati delle Anime, dai Libri dei Matrimoni, dei Battesimi e dei Morti, ma soprattutto l’”Inventario ereditario di Ludovico Stern”, che ci dice cose di speciale interesse in merito alle opere conservate nella studio del pittore (dipinti di ogni genere, bozzetti, disegni, incisioni, gessi, copie da altri artisti e opere di diversi pittori antichi e contemporanei) ma anche relativamente ai libri posseduti da Ludovico: una biblioteca non trascurabile per un pittore, all’interno della quale spiccano testi come l’Abecedario pittorico di Padre Pellegrino Orlandi, il trattato di prospettiva di Padre Pozzo, ovviamente l’Iconologia di Ripa, i Caracteres des passions di Charles Le Brun, la Felsina pittrice del Malvasia, l’Ammaestramento alla pittura del Titi, ma anche l’Introduzione alla vita devota di Francesco di Sales, gli Annali di Baronio e l’Eneide tradotta da Annibal Caro.

Parliamo di questo importante tassello che si aggiunge alla nostra sempre più precisa cognizione dell’arte romana del Settecento (che, dovunque la si prenda, si conferma un serbatoio di eccellente pittura che non finisce mai di sorprendere) con Francesco Petrucci, che ne è il principale responsabile.
 
francesco petrucci0001(1)D. Com’è nata l’idea di questa approfondita ricognizione su un maestro di notevoli qualità ma pur sempre considerato minore nel panorama della pittura italiana del XVIII secolo? Che letteratura era disponibile su di lui prima del vostro lavoro?
 
R. Come già per altri autori di cui mi sono occupato monograficamente (Bernini, Baciccio, Beinaschi e attualmente Mola) anche l’interesse per l’opera di Ludovico Stern è scaturito dal mio ruolo istituzionale di conservatore di Palazzo Chigi e studioso dell’attività di committenza artistica della famiglia Chigi, nonché dalla presenza di opere della famiglia Stern all’interno delle collezioni del Museo del Barocco di Ariccia, tra cui due tele di Ludovico nella donazione di Fabrizio Lemme. Più in particolare, l’anno scorso ho avuto l’occasione di presentare qui a Palazzo Chigi una sua inedita e notevole Giuditta e Oloferne [nell’ambito della serie di conferenze “Dipinti inediti del Barocco italiano”, i cui testi confluiscono nella fortunata collana “Quaderni del Barocco”, giunta a 15 numeri tutti scaricabili gratuitamente in PDF dal sito www.palazzochigiariccia.it, n.d.r.], che mi ha dato l’occasione di approfondire e capire meglio la sua produzione. Stern fu certamente un pittore di alto livello, il migliore esponente di una famiglia di artisti attivi a Roma dal principio del XVIII addirittura sino all’inizio del XX secolo, il cui capostipite fu il bavarese Ignazio Stern, a sua volta un’eccellente pittore che stette a bottega da Carlo Cignani a Bologna e si trasferì nella città capitolina nel 1702.
Quanto alla letteratura specialistica, su Stern in effetti c’era ben poco: essenzialmente (oltre alle varie sintesi storiche e ai cataloghi delle mostre sul ‘700 romano) ci si doveva appoggiare ai contributi di Busiri Vici del 1975 (sulla produzione di fiori e animali) e della Fumagalli (su Palazzo Borghese), oltreché ai due grandi repertori della pittura romana di Stella Rudolph e di Giancarlo Sestieri. Una situazione bibliografica che ci ha costretto, in fondo salutarmente, a riprendere l’argomento dal principio.
 

D. Che posto occupa Ludovico Stern nella scena artistica romana di primo ‘700? È possibile riconoscere dei tratti peculiari nella sua produzione?
 
R. Ludovico fu un artista eclettico, di bella mano, vasta e aggiornata cultura artistica (e non solo artistica, come testimonia l’inventario della sua biblioteca) e formazione accademica completa. Diversamente rispetto alle consuetudini della pittura romana del Settecento, rifiutò ogni specialismo, cimentandosi con eguale impegno ed esiti altrettanto brillanti in tutte le tipologie e i generi pittorici: dalle pale d’altare agli affreschi, dai dipinti di storia ai ritratti, dalle nature morte alla pittura di animali. La sua carriera, a quanto pare, si svolse interamente a Roma e in effetti la sua pittura rivela una conoscenza capillare della pittura romana del Sei e del Settecento. Suoi punti di riferimento costanti furono, da un lato, le opere di Guido Reni, del quale fu spesso copista, dall’altro i maestri del cosiddetto Barocco romano, come Baciccio, Ludovico Gimignani, il Borgognone, Maratti, Luti. Ma soprattutto si confrontò con l’arte dei maggiori esponenti del barocchetto romano, come Trevisani, Mazzanti, Ricciolini, Imperiali, Benefial, Pozzi, diventando, accanto a Giaquinto, Conca, Michele Rocca, un’esponente di punta di quella declinazione italiana della pittura Rococò, fatta di tinte delicate e luminose, di pennellate leggere, di uno stile colto, sapientemente decorativo, libero e scattante. Certamente nel ventennio scarso che va dagli inizi del VI alla fine del VII decennio del Settecento Stern guadagnò un ruolo di primissimo piano (anche grazie al ricambio generazionale che progressivamente, nel corso degli anni Quaranta, vide uscire di scena, per una ragione o per l’altra, Pietro Bianchi, l’Imperiali, Trevisani, Casali  e Subleyras), lavorando  per committenze del massimo rilievo e diventando il più richiesto pittore di pale d’altare.
Di alto rango, seppur limitato numericamente, fu poi il suo impegno nei cicli decorativi destinati alle dimore nobiliari, culminanti nel suo capolavoro, i quattro teleri raffiguranti i Continenti nella Stanza delle Quattro Parti del Mondo di Palazzo Borghese, voluto dal principe Paolo Borghese Aldobrandini. La sua pittura matura, infine, presenta caratteri di raffinatezza coloristica, compendiarietà di pennellata ed essenzialità compositiva che lo collocano lungo una linea che nell’arte romana del tardo Settecento conduce fino a Cades, Cavallucci e Corvi.
 
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         L. Stern, Asia, Roma, Palazzo Borghese                                                                                                                                                                                                                                         
 
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D. Che novità presenta la vostra monografia dal punto di vista del corpus delle opere o sotto il profilo documentario?

R. La porzione più celebrata dell’attività di Stern, le nature morte di fiori e frutta, è stata attentamente rivista sulla base delle poche opere certe, firmate e/o datate. È stata così ripulita di molte attribuzioni improprie (talora da ricondurre alla maniera più analitica e compatta del padre Ignazio, o semplicemente da declassare a opera di bottega) col risultato che ora quella produzione ha assunto una fisionomia più chiara e ben riconoscibile, per le sue trasparenze e le sue velature leggere, frutto di una pittura di tocco rapida e brillantemente virtuosistica. Nel settore della ritrattistica sono noti ancora troppo pochi esemplari certi (ai quali recentemente ho aggiunto il notevole Ritratto di Anna Maria Salviati Borghese, in collezione privata romana). Stern, pur guardando attentamente a Baciccio e anche ad Antonio David, fu un ritrattista originale e dalle qualità spiccate, e questo genere dovette occupare un posto di rilievo all’interno della sua produzione, permettendogli di mettere a frutto le qualità di resa materica, la scioltezza e levità della sua pennellata, e spesso contemplando bellissimi e ben calibrati inserti di natura morta. Infine, nel comparto dei dipinti da quadreria siamo riusciti a mettere insieme un nucleo di poco meno di venti dipinti fra soggetti sacri (la maggior parte), mitologici e decorativi (giochi di putti, battaglie): ma chiaramente in questo settore c’è ancora tanto da scoprire e ritrovare, anche perché i documenti e gli inventari antichi (a cominciare da quello dei beni dell’artista alla sua morte) testimoniano di un produzione abbondante e varia, che oltre a molti dipinti di soggetto biblico, mitologico e allegorico comprendeva anche paesaggi e architetture.
Del resto il nostro catalogo intende in primo luogo fare il punto della situazione e stimolare nuove indagini, e non ha certo l’ambizione di costituire un punto di arrivo della ricerca. Inoltre il volume mette a disposizione una ricca documentazione sulla famiglia Stern e su Ludovico in particolare, comprensiva del prezioso “Inventario ereditario” compilato poco dopo la sua morte.




L. Stern, Vaso d'argento con fiori e frutta, coll. priv.



L_Stern, Barone Franz Ludwig von Erthal (1753), Monaco, Gemaldegalerie Stern, S_ Carlo Borromeo, Ariccia,      Palazzo Chigi

































    L. Stern, San Carlo Borromeo, Palazzo Chigi, Ariccia                                
                                                                                                                         
      
                                                                                                                                                                L. Stern, Barone Franz Ludwig von Erthal, Monaco, Staatliche Museen


D. Dopo Bernini, Baciccio, Beinaschi e Stern hai in cantiere nuove fatiche monografiche su altri protagonisti, o comprimari, del barocco romano?
 
R. E’ ormai in seconde bozze una lavoro ponderoso la cui preparazione mi ha accompagnato negli ultimi dieci anni: una monografia su Pier Francesco Mola, comprensiva del catalogo ragionato della sua opera pittorica, che uscirà entro la fine dell’anno per i tipi di Ugo Bozzi. È un’impresa a cui tengo molto, trattandosi di uno dei protagonisti assoluti e più influenti della pittura romana del Seicento, ancora mancante, però, di un lavoro complessivo moderno, del quale credo si sentisse il bisogno. Un artista straordinario, la cui statura emerge ancor più chiaramente quando se ne considera per intero la produzione, caratterizzata da un’impressionante tenuta qualitativa, ampiezza di orizzonti espressivi e capacità di sintetizzare originalmente i più importanti modelli della pittura italiana della prima metà del secolo.
                                                                                                                                                                                                       
                                                                                                                                                                                Luca Bortolotti
 
Francesco Petrucci è architetto specializzato nel restauro dei monumenti e storico dell’arte. Ricopre dal 1998 la carica di Conservatore del Palazzo Chigi di Ariccia. Dal 2002 è professore di storia dell’arte della Auburn University (Alabama, USA). Si occupa in particolare di ricerche inerenti la scultura, la pittura, l’architettura e le arti decorative del Seicento e del Settecento. Tra i suoi lavori principali ricordiamo i volumi: Ferdinand Voet (1639 – 1689) detto “Ferdinando dei Ritratti”, Ugo Bozzi, Roma 2005; Bernini Pittore, Ugo Bozzi, Roma 2006; Pittura di Ritratto a Roma. Il Seicento, Andreina e Valneo Budai, Roma 2007; Baciccio. Giovan Battista Gaulli, Ugo Bozzi, Roma 2009; Pittura di Ritratto a Roma. Il Settecento, Andreina e Valneo Budai, Roma 2010. Ha curato numerose mostre presso il Palazzo Chigi di Ariccia; Castel Sant'Angelo, il Museo di Roma e Palazzo Incontro a Roma; Villa D'Este a Tivoli.

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