Il Museo Civico Archeologico di Bologna dal 12 Ottobre fino al 3 Marzo 2019 ospita le opere della corrente “ukiyoe” (uno stile che si distingue per le potenzialità espressive, l’assenza di profondità, i contorni ben definiti e gli accostamenti cromatici armonici) dei due più grandi Maestri del Mondo Fluttuante giapponese: il dirompente Hokusai e l’atmosferico Hiroshige.
L’esposizione Hokusai Hiroshige Oltre l’onda, Capolavori dal Boston Museum of Fine Arts, presenta per la prima volta in Italia una selezione di c.ca 270 opere.
Il progetto suddiviso in 6 sezioni tematiche è una produzione firmata MondoMostre Skira, in passato già impegnata nella mostra Hokusai, Hiroshige e Utamaro presso Palazzo Reale di Milano.
Hokusai incanta con i suoi dipinti su rotolo, le sue silografie ed un uso sapiente del blu di Prussia, che inonda le sue stampe raffiguranti bellezze paesaggistiche e naturalistiche dell’arcipelago nipponico (come quelle del lago Suwa nello Shinano – 1834-1835). Non sembra possibile che Hokusai abbia visitato tutti i luoghi da lui descritti: è probabile infatti che si sia servito della sua fervida fantasia e di guide illustrate. Le decise linee di contorno degli elementi della composizione sono il risultato dell’alternarsi di pennellate più sottili e rotonde, a tratti più ampie e spesse. Una straordinaria profusione di inchiostro e di colori ci avvolge. Le tonalità tenui amplificano le atmosfere idilliache e le composizioni possono fare a meno di ombreggiature e di volumi tridimensionali, in quanto vivono di una loro profondità intangibile. Con il suo approccio realista riproduce ogni dettaglio delle caratteristiche formali degli elementi. Novant’anni spesi tra pennelli, colori, poesia grafica, un tripudio di inventiva e genialità di questo “vecchio pazzo per la pittura”. Sperava nella magnanimità della vita per poter diventare finalmente un “vero artista”. Quando nel 1839 scoppiò un vasto incendio, che coinvolse anche la sua abitazione, con essa vennero distrutti tutti i suoi dipinti e disegni. Oggi diremmo che purtroppo non fu un “atto alla Bansky”. Hokusai riuscì a salvare solo i pennelli, la cosa a cui sicuramente teneva di più, gli unici strumenti che gli avrebbero permesso di continuare a creare, sperimentare, dipingere. Poco interessò a Hokusai della perdita della casa, in quanto durante la sua longeva vita aveva effettuato tantissimi traslochi, pur di evitare la noia delle pulizie.
“Quando le mani sono occupate il cuore è sereno”. Così affermava Akira Yoshizawa, maestro origamista. Le sue parole sembrano trovare un riscontro perfetto “nell’Autoritratto di Hokusai da giovane con cinque pennelli contemporaneamente tra le dita delle mani, dei piedi e in bocca” (1848).
Ammirando le sue opere quello, che ci chiediamo è su cosa si soffermano gli occhi rapiti dei passanti raffigurati o di quelli dei poeti seduti nelle vicinanze di cascate, mentre sorseggiano del tè. O ancora ci può capitare di incrociare lo sguardo del poeta cinese Li Bai, che brama dalla voglia di buttarsi tra le acque di questi incantevoli specchi d’acqua o scorgere Yoshitsune intento a lavare il proprio cavallo tra le mille bolle bianche schiumeggianti e refrigeranti. Tutto è stupefacente e affascinante. Questo è quello che ci potrebbe anche accadere, se ci immedesimassimo nello sguardo di chi sta percorrendo l’immenso Sentiero riparato (1873) dell’impressionista Monet.
Non è un caso se tra le serie di maggior successo degli anni trenta, troviamo proprio le cascate e i ponti, anche se fu con le Trentasei vedute del monte Fuji (in realtà quarantasei), che Hokusai raggiunse la “vetta” della notorietà, massima espressione della sua vulcanica creatività.
In particolare la Grande onda presso la costa di Kanagawa (1830-1832 c.ca) ebbe tra il pubblico un travolgente impatto visivo nonché “mnemonico”, in quanto è un’opera-simbolo dell’arte giapponese identificativa del suo autore. L’innevato monte Fuji, che si intravede in lontananza, sembra essere inghiottito insieme a delle barche di pescatori dall’immensa onda dalla schiuma bianca, che domina la scena in primo piano. Le minuscole figure sono in palese difficoltà nel tentare di domare il vorticoso fluire delle acque e si piegano in balia del moto ondulatorio e tempestoso dei flutti. Sono come giunchi nelle mani del destino. Puoi “sfidare” la natura, ma solo fino ad un certo punto (ad esempio durante la pesca di Kajikazawa nella provincia Kai, 1830-31 circa), perchè sarà sempre più grande di te. La Grande onda è infatti infrangibile, maestosa, dinamica  nel suo take away rispetto ad un monte Fuji, che si staglia immobile sullo sfondo.
Questa opera è la dimostrazione di una pittura irruente dall’incredibile carica vitale eppure controllata e rigorosa. A differenza del solito minuzioso tratto policromo di Hokusai e’ impostata esclusivamente sulle tonalità del blu e del bianco. Una cromia ridotta all’essenziale, che disarma con la sua semplicità, ma allo stesso tempo racchiude in sé una grande forza scenica.
Ben diversa e’ la non “emergente” onda del pittore francese Courbet del 1869, in cui un cielo minaccioso non basta a far “intimorire” ed innalzare l’increspatura del mare.
Hokusai più di ogni altro artista giapponese destò generale ammirazione e ispirazione in Europa e in particolare tra alcuni dei principali esponenti del movimento dell’Impressionismo come Manet, Monet, Van Gogh, Lautrec e Gauguin.
Monet si considerava “fidèle èmule d’Hokusai” e non appare perciò strano, che Renoir definisse la sua Terrazza a Sainte-Adresse del 1867 come “il dipinto giapponese con le piccole bandiere”: fonte dell’ispirazione dell’opera fu Il Fuji visto dal Sazaido (1830-1832 c.ca), con cui ha in comune l’intima contemplazione della natura. Van Gogh invece inserì alcune opere nipponiche di Hokusai (Donna e ragazza con cannocchiale, Il ponte di barche a Sano, Fuji rosso e Fuji sullo sfondo dei ciliegi in fiore) come sfondo ai suoi ritratti (Ritratto di Père Tanguy – 1887 -). Rimandi alla grafica nipponica si percepiscono anche nei manifesti pubblicitari di Toulouse Lautrec per la cromia ridotta distribuita a toni piatti entro contorni ben definiti e per le pose acrobate delle figure stile Manga di Hokusai. L’ispirazione non riguardò solo la cerchia degli impressionisti: sull’onda del maestro nipponico si mosse infatti anche il suo “allievo” Hiroshige (1852-58): piu’ giovane di lui di vent’anni, divenne celebre grazie ad una serie che illustrava la grande via che collegava Tokyo a Kyoto, “le Cinquantatré stazioni di posta del Tokaido”. Alle Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai (1830-32 circa) seguirono a distanza quelle di Hiroshige con vedute simili (la Grande onda di Hokusai viene citata in Awa, I gorghi di Naruto (1855), anche se l’opera presenta un’inquadratura meno irruenta e drammatica).
La varietà degli elementi stagionali e atmosferici come le candide nevi (Veduta con la neve, 1853),  le intense piogge (Ohashi. Acquazzone ad Atake, 1857), le soffici nebbie, i luminosi bagliori di luna, che Hiroshige seppe farli percepire in modo quasi sensoriale (come negli aquiloni al vento del suo May Belfort -1895-), gli valsero il titolo di “maestro della pioggia e della neve”. Era infatti abilissimo nella descrizione e nella differenziazione delle condizioni meteorologiche. Anche l’astrattista lineare ed immersivo W. Kongdon seppe tradurre nei colori e nella materia dei suoi dipinti i ritmi stagionali e il dinamismo interiore della natura pianeggiante lombarda.
Il raffinato tratto di Hiroshige raggiunge una certa rarefazione, nonchè contemplazione figurativa sospesa nel tempo e dalle mille sfumature emotive, nella sua cascata Roben del 1843. Anche il principale esponente dell’arte povera Jannis Kounellis, nel suo “Senza titolo” del 1963 raffigurante una barca a vela, crea un’atmosfera ovattata, che suggerisce l’introspezione. La ricerca di un’armonizzazione tra l’oggetto in primo piano e lo sfondo si contrappone però a quella dei due artisti nipponici.
Il loro infatti è un sapiente equilibrio di pieni e di vuoti, che si controbilanciano nello spazio del foglio con un elemento che talvolta prende vita in primissimo piano con dimensioni volutamente esagerate e mai mostrato per intero, lasciando tutti gli altri elementi del paesaggio di contorno sullo sfondo.
La natura calma e rasserenante ( Il ponte di Yatsumi, 1856), la freschezza e la limpidezza dei contenuti, la capacità di sintesi e di leggerezza: tutto questo è Hiroshige. Come disse anche Steve Jobs: “La semplicità può essere più difficile della complessità: devi lavorare duro per ripulire il tuo pensiero e renderlo semplice. Ma alla fine paga, perché una volta che ci riesci puoi spostare le montagne”.
Sia Hiroshige che Hokusai si rivelarono infatti grandi nella loro semplicità. Su questo non ci piove.
 fig. 1 La grande onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji (1830-1831 circa), Hokusai
fig.  2
Il ponte di Yatsumi, Hiroshige (1856)

 

Maria Cristina Bibbi

 
 

Info

 
Museo Civico Archeologico di Bologna
Dal 12 Ottobre al 3 Marzo 2019
Sito web: http://www.oltrelonda.it/mostra-hiroshige