La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
inaugura la nuova stagione espositiva del museo sotto la direzione di Cristiana Collu con l’apertura della mostra
The Lasting. L’intervallo e la durata, a cura di Saretto Cincinelli,
dal 22 giugno 2016 al 29 gennaio 2017,
e dei nuovi spazi: area accoglienza, Sala delle Colonne e Salone Centrale.

L’esposizione, dedicata all’importanza che assume la dimensione temporale sia nella pratica che nella poetica artistica, presenta oltre 30 lavori di 15 artisti italiani e internazionali di diverse generazioni: Francis Alÿs, Barbara Probst, Hiroshi Sugimoto, Tatiana Trouvé, Franco Vimercati, accanto a protagonisti più giovani ma già affermati come Giorgio Andreotta Calò, Emanuele Becheri, Antonio Catelani, Giulia Cenci, Daniela De Lorenzo, Antonio Fiorentino, Marie Lund, Elizabeth McAlpine, Alessandro Piangiamore, Andrea Santarlasci, e con l’inclusione di opere di Alexander Calder, Lucio Fontana, Medardo Rosso provenienti dalla collezione permanente del museo.

I lavori, tutti di grande formato, dalla pittura alla scultura, dal video alla fotografia all’installazione, occupano un solo ampio spazio, il salone centrale del museo, sfruttandone anche la verticalità, per costruire un unicum con l’ambiente circostante. Tradizionalmente pensati come contraddittori ed opposti, i concetti di durata e intervallo, sono al centro dell’esposizione, in maniera sempre diversa, come due facce della stessa medaglia: due momenti simultanei e indissociabili di un unico processo di trasformazione.

“Lascia da parte il tempo se vuoi capire questa storia”
Cristiana Collu
Direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
 
Action speaks louder. Mi sarebbe piaciuto fermarmi qui e un giorno affronterò la sfida di una pagina bianca sulla quale appoggiare poche parole, perché “tra poche parole è difficile nascondersi come tra pochi alberi”.
 
Scriverò un aforisma, per definizione una mezza verità e una
verità e mezzo. Una verità, come ricorda Simone Weil, che si trova solo mediante l
’esplorazione ed è sempre sperimentale. Dichiarando così, anche in questo modo, che il campo è aperto e che non si può che essere ineluttabilmente parziali. Questa posizione crea un luogo per il dialogo e la dialettica, all’ interno di quello che, oggi, si configura come uno degli ultimi spazi non virtuali che può ospitare questo esercizio di partecipazione e condivisione.
Ora, come conciliare questa parzialità che rimanda a una responsabilità che sappiamo essere già
di per sé un’eredità, con il prendere la parola? Chi prende la parola si fa carico dell’esperienza altrui per attribuirle valore, considerarla all’interno della vita collettiva: è dunque necessario racchiudere nella propria specificità anche una voce della “moltitudine”, una voce collettiva, che rimanda a una comunità, alla comunità. Non conosco altro modo che quello di fare il nostro tempo.
Questa espressione ambivalente, non solo dice che quando qualcosa o qualcuno ha fatto il suo tempo, è intervenuto uno sguardo retrospettivo, ma anche che, fare il nostro tempo significa stare sul presente, cosa che nel museo si traduce paradossalmente, come uno stare in differita ed è proprio questo scarto sul tempo che stacca dalla cronaca e dall’attualità per poter dire qualcosa d’altro, che fa la differenza.
“Il presente richiede attenzione, ascolto, cura, consapevolezza. Per riconoscere il cambiamento bisogna vincere la difficoltà di stare sul presente”.
In questo lasso di tempo, un tempo cronologico, dal 1° novembre 2015 al 21 giugno 2016, due
date ricolme, per me che scrivo, di significato: Ognissanti e il Solstizio d’estate - ho ragione dunque di credere di aver preso in carico la Galleria Nazionale sotto i migliori auspici - sono stata inascolto, ho scelto un certo silenzio carico di forza (come dice un proverbio Zen, è lapausa tra una nota e l’altra che produce la musica), ho provato ad accordare gli strumenti prima di iniziare a suonare. Questo esordio gode di tutta l’energia del giorno più lungo e luminoso dell’anno. Non ho scelto di stare al passo, ma di segnare il passo. Ho iniziato da dentro, dall’architettura e dalla luce. Ho fatto l’archeologa e ho provato a segnare il tempo in levare. Ho cercato di ritrovare lo spirito di questo luogo e da qui ho ricominciato a disegnare una possibilità per l’altra pietra d’angolo della Galleria Nazionale, la sua collezione. Ho messo al centro la testa e la coda di quello che verrà, di quello che sarà nella prossima mostra: un discorso sul tempo, sull’idea della durata e della persistenza, cercando di sfidare il monopolio della cronologia e la possibilità di passare a contrappelo la storia, secondo le impareggiabili parole di Walter Benjamin.

 

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