Nanda Vigo, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Affinità Elette, mostra Galleria San Fedele di Milano

Vigo 1Amica di Giò Ponti e di Ettore Sottsass, ma anche di Lucio Fontana e Piero Manzoni, Nanda Vigo illumina la scena artistica del secondo dopoguerra come un cristallo. Protagonista dei movimenti dell’avanguardia artistica italiana ed europea degli anni Sessanta, Vigo traduce nella tridimensionalità dell’architettura degli interni il rigore concettuale e teorico delle sue opere e delle sue installazioni(1).


Lavorando sulle predilette relazioni fra luce e spazio, fra tempo e movimento, l’artista riscrive una nuova dimensione dell’abitare che trova il necessario supporto tecnico nelle prestazioni di nuovi materiali e nuovi sistemi di illuminazione, in particolare vetro, acciaio e neon.
Parlare di Nanda Vigo vuol dire raccontare l’eccellenza dell’architettura, dell’arte e del design italiano a partire dal periodo di Brera degli anni Sessanta fino ad oggi, passando attraverso una pluralità di pensieri, opere e approcci concettuali difficilmente inquadrabili attraverso una sola chiave di lettura. Sebbene si sia avvicinata alle poetiche del Gruppo Zero e a quelle proprie dell’arte cinetica, Vigo ha in seguito sviluppato una linea di pensiero individuale che non permette un completo assorbimento all’interno di un’unica corrente artistica.

Coinvolta nel mondo dell’arte come protagonista, divulgatrice e performer, ella mostra interesse per l’architettura fin dall’età di cinque anni, quando ha occasione di osservare a Como le architetture di Giuseppe Terragni, dal quale ha ereditato l’attenzione per i complessi rapporti tra luce e spazio.
In tutti i suoi progetti di architettura non è infatti possibile separare l’anima dell’architetto da quella dell’artista e del designer, che Vigo considera inscindibile poiché i principi e il valore delle sue opere sono identici: ottenere la distorsione percettiva dello spazio attraverso l’uso della luce,
protagonista assoluta della sua poetica, sostanza immateriale che nella percezione ottica dà forma agli ambienti e contribuisce ad aumentare la stimolazione concettuale. Nel realizzare un ambiente immersivo o un interno, i cui destinatari siano privati, pubblico di gallerie, industriali o normali
acquirenti, l’artista intende far raggiungere il benessere psicofisico a chi lo abita, isolandolo dai condizionamenti del mondo esterno.

Questa linea di pensiero ha guidato tutta la sua complessa ricerca artistica che è andata via via sviluppandosi su molteplici piani di indagine, che hanno coinvolto tanto ambienti interni quanto lo spazio pubblico che, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, è diventato luogo d’azione privilegiato, per la sua capacità di coinvolgere attivamente lo spettatore. Oggi, come in tutto l’arco della sua carriera, Nanda Vigo opera in un rapporto interdisciplinare tra arte, architettura, design e ambiente, ed è impegnata in molteplici progetti, in veste sia di architetto sia di designer e artista, in cui la sua ricerca incessante la spinge ad aprire nuove collaborazioni con personalità di rilievo del nostro tempo e a intraprendere progetti volti alla valorizzazione dell’arte, intesa nel suo senso più alto di coinvolgimento totale.

Vigo 2

L’unicità del contesto culturale milanese degli anni Sessanta fu determinante per far crescere nell’artista quella pluralità di approcci visivi e concettuali che l’hanno accompagnata in tutti i suoi processi creativi. Nanda Vigo sottolinea come quegli anni fossero per l’arte italiana carichi di speranze e inquietudini, da cui la scena artistica nazionale poté risollevarsi grazie a una dinamica di emulazione europea, che univa Milano a Parigi e Düsseldorf attraverso gli scambi del Gruppo Zero in Germania e grazie alla presenza di Yves Klein o di Jean Tinguely in Francia.

Fontana 3Gli esordi della Vigo sono caratterizzati e resi celebri dall’uso della luce artificiale e di nuovi materiali tecnologici con elevate proprietà riflettenti/rifrangenti, come vetri stampati, acciai, specchi, unitamente alla monocromia dei colori come il bianco, blu, giallo, nero, impiegati con un principio ben definito tale da far sembrare il colore “scaturire direttamente dalla luce(2).
Come se tutti i materiali oggetto della sua ricerca venissero sottoposti allo spettroscopio per cogliere le radiazioni cromatiche che ogni sostanza emette, l’artista riesce così a far “guardare” la luce filtrandola e modulandola attraverso vetri sovrapposti in grado di scomporre i raggi cromatici; le sue superfici risultano cosi smaterializzate divenendo veicolo di luce solida.
Nei primi anni Sessanta inizia a sviluppare un originale filone di ricerca basato sulle condizioni legate alla percezione spazio-temporale nelle tre dimensioni, che porta l’artista a definire nel 1964 la personalissima Teoria della Cronotopia da cui derivano i suoi celebri “Ambienti cronotopici”,
spazi immersivi e abitabili in cui vivere l’esperienza di un ambiente totale caratterizzato da una luce pura e assoluta.

Come affermato nel suo “Manifesto Cronotopico” del ‘64, il Cronotopo - etimologicamente “tempo-spazio” - rimanda ad un “postulato cinquedimensionale introducente all’adimensione(3), che mostra la luce indiretta filtrata da materiali che generano distorsioni nella percezione degli spazi e della luminosità, difficilmente percepibili in un limite di spazio concreto. Stimolatori di percezioni, campi di eventi, i Cronotopi conducono lo spettatore verso dimensioni “altre”, finora sconosciute, in cui ottenere il superamento della quarta dimensione verso l’a-dimensionalità esplorando lo spazio luminoso.
Vivere i Cronotopi di Nanda Vigo significa essere dirottati nella dimensione delle infinite possibilità combinatorie e non programmabili di uno spazio moltiplicato. L’effetto è quello psicologico, provocato dalle strutture luminose, che determina un senso di spaesamento e liberazione insieme dato dalla luce, intesa come simbolo di libertà e conoscenza.

Fontana 4Ci sono i suoi materiali, in particolare alluminio, plastica e soprattutto vetro, quest’ultimo lavorato in sottili lastre di cristallo o stampato in texture diverse che, sovrapposte, permettono di ricavare un’articolata gamma di luci e filtri pensati per gli occhi dello spettatore che devono così sforzarsi di
“leggere” all’interno di una nuova dimensione.
Con le sue soluzioni in vetro e metallo l’artista sembra così aver raggiunto uno spazio cristallizzato, volutamente rarefatto e vuoto, in cui alla dimensione reale prevale la bellezza dell’indifferenza verso scorrere del tempo. Come li definì Lucio Fontana, gli Ambienti cronotopici sono il risultato di ricerche in stato di evoluzione progressiva che da anni erano in fase di proposta. Con una produzione artistica in continua evoluzione dagli anni sessanta ad oggi, Nanda Vigo ha dato vita ad una molteplicità di opere, architetture, oggetti di design che hanno subìto una significativa
“accelerazione” verso l’elaborazione di un rinnovato spirito critico che sembra essere giunto ad una sua piena maturazione, come se dagli esordi ad oggi si fosse chiuso il cerchio di un percorso di crescita personale. Ecco allora che, abbandonati gli eccessi volutamente rimarcati in alcuni lavori
tipici degli anni ottanta4, le sue opere recenti sembrano orientate verso una totale sintesi espressiva.
Questa conquistata libertà viene trasferita nei suoi ultimi lavori dove la leggerezza e la disinvoltura si alternano alla più rigorosa austerità, caratterizzata dall’impiego del cristallo nero.

Nel corso degli ultimi anni l’impronta di una simbologia legata al Cosmo e alle credenze magiche si è considerevolmente accentuata, soprattutto in base al rapporto che l’artista ha sviluppato nei confronti del reale, considerato come un’eterna messa in scena, un’illusione cosmica, per usare le sue parole. Riprendendo le fila di un discorso avviato negli anni ‘60, attraverso l’uso dello specchio e della proiezione di sé che esso inevitabilmente evoca, i suoi lavori puntano alla rielaborazione dell’immagine deformata, accolta secondo nuovi e inquietanti parametri emozionali. Opere come Genesis Light, Black Iceberg, Vertigo estremizzano la concettualizzazione del conflitto/armonia tra luce e spazio.
L’utilizzo del cristallo nero che caratterizza la sua ultima produzione diviene una sorta di propaggine dell’opera che si amplia oltre la sua superficie fisica. A cavallo tra sculture, oggetti di design e installazioni, queste produzioni si inscrivono in un’evoluzione della ricerca artistica che privilegia l’oggetto unico, dove la rarità del suo carattere elitario suggerisce infiniti rimandi verso una realtà che rimane nell’ambito dell’illusione.

Manzoni 5A conferma di un percorso di ricerca personale che non si è esaurito nelle avanguardie storiche degli anni sessanta ma è progredito in un costante divenire, il 29 gennaio e fino al 28 febbraio, è stata inaugurata presso la Galleria San Fedele di Milano la mostra “Affinità Elette”, che pone in primo piano l’articolato rapporto che ha caratterizzato il “sodalizio” artistico tra Nanda Vigo e Piero Manzoni, riuniti per la prima volta in un dialogo creativo cui fa da sfondo il clima artistico milanese e mitteleuropeo a cavallo tra la fine degli anni ‘50 e gli inizi dei ’60. Un crocevia intellettuale all’interno del quale ha svolto un ruolo chiave il Centro Culturale San Fedele, fondato dal padre gesuita Arcangelo Favaro nel 1954 ed eletto a luogo di incontro tra arte e fede, in un dialogo aperto al futuro e rivolto alle sinergie innovative del tempo in un rinnovato respiro tra avanguardia artistica e tradizione religiosa, proseguito fino ad oggi.  Qui infatti sono collocate nell’adiacente Chiesa due opere di Lucio Fontana visitabili per tutta la durata della mostra. La Pala del Sacro Cuore del ‘57 e la serie della Via Crucis sita nella cripta, omaggeranno il maestro argentino.
In questo tempio dell’arte le opere di Vigo si interfacciano con le “affinità elette”, ovvero con tutti gli esponenti dei principali gruppi e protagonisti dell’epoca, come lo stesso Fontana, Heinz Mack, Günther Uecker, Christian Megert, Mario Radice, Piero Manzoni, che l’artista ha scelto come interlocutori del proprio percorso di ricerca in campo sia artistico sia ontologico.
Unitamente alle opere di “cooperarte”, cooperativa d’arte fondata nel 1976 da Accardi, Colombo, Nangeroni, Patella, Nigro, Tadini, Turcato, e la stessa Vigo, gli spazi ospitano i primi esperimenti di quelle che sarebbero divenute “icone” storiche della ricerca di Piero Manzoni, gli Achrome del ‘57, quando l’artista “era ancora incerto se inserire le piegature con un taglio sul fronte della tela di base, o all’interno del telaio stesso, o su come usare le colle vegetali che in questo primo tentativo procurarono dei craquelés” (Vigo).

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Accanto agli Achrome trovano spazio importanti documenti provenienti dagli archivi Nanda Vigo e da quelli del San Fedele, volti a ricostruire le tracce di un percorso innovativo e complesso che sottolinea il singolare rapporto di Piero Manzoni con l’omonima Galleria, a partire dalla polemica del ‘56 sul “Premio S. Fedele” fino alle successive ricerche confluite nel Manifesto contro lo stile - in collaborazione con il Gruppo Nucleare - con il quale l'artista espone proprio in situ nel ‘57 in occasione della mostra “Movimento Arte Nucleare”, in cui viene denunciata la caduta di ogni stile verso il recupero di una totale libertà creativa, aperta verso infiniti orizzonti possibili del fare artistico.
Rarefatte nella loro aura storica, carte d’artista, plastiche fosforescenti e le celeberrime scatolette Merda d’artista dialogano in un muto ma quanto mai vivo colloquio con i Cronotopi, che Nanda Vigo realizza nei primi anni Sessanta agli esordi della sua carriera, quando tuttavia la poetica della luce – intesa come elemento che modifica le relazioni spazio-tempo - aveva già pervaso il suo modus operandi.

Vigo 7Vicini e lontani, come due parallele che si sfiorano senza mai toccarsi davvero, Cronotopi ed Achromes simboleggiano una raggiunta sintesi espressiva che nel primo caso funge da filtro visivo della realtà, nel secondo la rifiuta, agendo per sottrazione di colore. E se degli anni Sessanta resta vivo il ricordo in questa coppia di opposti lo sguardo corre veloce sul filo della storia fino a posarsi sulla serie Light progressions, realizzata nel ‘93 come omaggio ai tre uomini che più di tutti hanno svolto un ruolo di primaria importanza nel percorso di crescita artistico e personale della regina degli specchi: Lucio Fontana, Giò Ponti, Piero Manzoni.

Quanto mai solitarie poi, le recentissime Deep Space del 2015 si aprono allo sguardo dello spettatore a metà fra sculture di luce e punte di diamante, all’interno del quale sembra consumarsi l’eterna dicotomia degli opposti in una decisa vittoria dell’immobilità del tempo sul suo scorrere ineluttabile. Dimensioni artistiche che hanno segnato un’epoca, in mostra ora per lasciare ai posteri la consapevolezza di un’apertura dell’arte verso uno spazio cosmico senza confini.
Elena Gradini, 05/02/2015

NOTE:
1. Nanda Vigo è nata a Milano nel 1936 da una famiglia di origini francesi ed austro-ungariche. Terminato il liceo artistico si iscrive al Politecnico di Losanna e, dopo la laurea in architettura, parte per gli Stati Uniti, dove ha modo di frequentare uno stage tenuto Frank Lloyd Wright. Tornata a Milano nel 1959 apre il proprio studio alla ricerca della fusione tra architettura ed arte, iniziando a sviluppare la propria ricerca di intervento progettuale incentrata su quello che diventerà il centro della sua arte, ovvero il conflitto/armonia tra luce e spazio, che l’artista utilizza nel proprio lavoro anche come architetto e designer. Dal ‘59 frequenta lo studio di Lucio Fontana avvicinandosi agli
artisti Piero Manzoni, Enrico Castellani e Giò Ponti, anch’essi impegnati nella fusione totale delle arti. Negli anni Sessanta entra a far parte dei movimenti artistici del Gruppo Zero di Düsseldorf, Aktuel e Licht und Bewegung di Berna. Ha vinto numerosi premi internazionali sia per le opere di design da lei progettate (come il New York Award
of Industrial Design, nel 1971, per la lampada “Golden Gate”) sia per l’uso innovativo dei materiali architettonici. Ha insegnato al Politecnico di Losanna, all’Accademia di Macerata, all’Istituto Europeo di Design di Milano, ed ha tenuto corsi all’Accademia di Brera. Vive e lavora tra Milano e l’Africa orientale (Cfr. D. Stella, Nanda Vigo. Light is
Life
, Johan & Levi ed., Milano, 2006).
2. B. Pastor, Nanda Vigo. Interni ’60-’70, Abitare Segesta ed., Milano, 2006, p. 8.
3. N. Vigo, in Manifesto Cronotopico, Milano, 1964, Courtesy Archivio Nanda Vigo, 2014.
4. Ad esempio la serie di specchi dalle forme rococò realizzati su invito di Alessandro Mendini. Cfr. M. Meneguzzo, nanda vigo light project, catalogo a cura di A.Ravizza, Archivio Nanda Vigo, Milano, 2013, p. 8.


Affinità elette

Galleria San Fedelewww.centrosanfedele.net
via U. Hoepli 3/a-b, Milano
Fino al 28 febbraio 2015
dal martedì al sabato dalle ore 16.00 alle ore 19.00 (al mattino su richiesta, chiuso festivi)
Chiesa di San Fedele
piazza San Fedele 4, Milano
per la visita delle opere di Fontana: sabato ore 10,00/18,00 - domenica ore 14,00/18,00
http://www.centrosanfedele.net


Didascalie immagini:

1. Nanda Vigo,
Cronotopo, alluminio e vetri smerigliati, 1964, 40x40x20 cm
2. Nando Vigo, Genesis light, neon rosso e cristallo nero, 2006, diam. est. 85 cm, int. 9 cm
3. Lucio Fontana, Via Crucis, 1957, 14 formelle ovali, terracotta, cripta della Chiesa di S. Fedele, Milano
4. Lucio Fontana, Pala del Sacro Cuore, 1957, ceramica smaltata, Chiesa di S. Fedele, Milano
5. Piero Manzoni, Achrome, 1957, 56x71, caolino su tela
6. Nanda Vigo,
Light progressions, Omaggio a Fontana, 1993, 109x139, Courtesy Archivio Nanda Vigo
7. Nanda Vigo,
Deep Space, specchio, neon, vetro, struttura in m.d., 145x135xp20cm, 137x128xp20cm

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