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Pablo Picasso a Roma e Verona: fotografie, grafica, sculture e dipinti.

L'opera del geniale artista e la straordinaria figura di Gertrude Stein nello sviluppo della sua poetica (di Mario Ursino)


PICASSO, Il Cubismo e
Gertrude STEIN

di Mario URSINO

Due interessanti mostre sono dedicate contemporaneamente in Italia a Pablo Picasso (1881-1973), in collaborazione con il Museo Nazionale Picasso di Parigi. A Roma all’Ara Pacis Picasso Images. Le opere, l’artista, il personaggio (fino al 19 febbraio 2017),  con circa duecento fotografie e una significativa scelta di opere grafiche e sculture che danno conto del suo rapporto con la fotografia, quale strumento di indagine connesso alla creazione artistica. A Verona, invece, un’antologica dal titolo Picasso. Figure (1906-1971), sempre con il Museo Nazionale Picasso, che allinea sculture e dipinti selezionati cronologicamente, intesa a mostrare come la figura che l’artista rappresenta è in una continua, costante e deformante metamorfosi, attraverso il variare del suo linguaggio, dal cubismo al surrealismo, dalla reinterpretazione della classicità e dalla riflessione sui i grandi maestri del passato; la mostra rimarrà aperta  fino al 12 marzo 2017, ed è in coincidenza dei cento anni dal viaggio in Italia di Picasso, a Roma, a Napoli e Pompei; e fu proprio a Roma, in uno studio preso in affitto in Via Margutta, che realizzò il grande Sipario Parade per il balletto di Leonide Massine, con musiche di Erik Satie e testo di Jean Cocteau

È significativa inoltre la data 1906, dalla quale parte il primo dipinto della mostra, Nu assis, 1906, che prelude il celebre Les demoiselles d’Avignon, 1907, generalmente considerata l’opera  dalla quale nasce il cubismo. Eppure in quell’anno, il 1906, appunto, Picasso aveva portato a compimento l’altrettanto noto Ritratto di Gertrude Stein, conservato al Metropolitan Museum of Art di New York dal 1946, subito dopo la scomparsa dell’eccentrica scrittrice americana (1874-1946), protagonista indiscussa nella Parigi delle avanguardie nella prima metà del secolo XX.

La Stein venne ripresa numerose volte dai più noti fotografi del tempo, da Man Ray a Cecil Beaton, a Horst P. Horst, molto spesso con alle spalle il suo ritratto dipinto da Picasso, al quale evidentemente attribuiva la maggior importanza tra la vasta collezione d’arte moderna iniziata da suo fratello Leo con opere di Cézanne, Matisse, Derain, Picasso del periodo rosa, come il famoso dipinto Ragazza con cesto di fiori, 1905, coll. Eredi Stein, New York.
La strepitosa collezione (oggi dispersa) iniziò con acquisti presso il famoso gallerista Ambroise Vollard (1866-1939), nella sua bottega al numero 6 di rue Lafitte, di opere di Renoir, Gauguin, ma soprattutto di Cèzanne, tra cui va ricordato il ritratto di Madame Cézanne con ventaglio (Hortense seduta in poltrona), 1879-82, oggi nella Fondazione Bührle a Zurigo, esposto tra il 2013 e il 2014 a Roma nel Complesso del Vittoriano nella mostra Cézanne e gli artisti italiani del ‘900.

Tuttavia, l’incontro di Gertrude Stein con Pablo Picasso non avvenne da Vollard, bensì presso un gallerista minore, Clovis Sagot, come viene ricordato nella nota Autobiografia di Alice Toklas (1933), scritta in realtà dalla stessa Stein: “Fu in quel tempo che il fratello di Gertrude Stein [Leo, n.d.r.] scoperse un giorno per caso la galleria di quadri Sagot, un ex clown del circo equestre Medrano che teneva bottega al fondo di rue Lafitte”. (Va ricordato a questo proposito l’attenzione di Picasso ai protagonisti del circo equestre che figurano nei suoi dipinti del periodo rosa).
Così continua la Toklas: “Qui il fratello di Gertrude Stein scovò i quadri di due spagnoli giovani: del primo, tutti hanno ormai dimenticato il nome, l’altro era Picasso”. Da Sagot, Leo acquistò per 150 franchi la già citata Ragazza con cesto di fiori. “A Gertrude questo quadro non piaceva: trovava qualcosa di piuttosto orrendo nel modo in cui le gambe e i piedi erano disegnati…”, ma poi smisero di litigare; “e fu così che il primo Picasso entrò in rue de Fleurus” (cfr. Autobiografia di Alice Toklas, traduzione di Cesare Pavese, Torino 1972, pp. 42-43).

E così rue de Fleurus divenne a poco a poco una galleria d’arte moderna; il loro Salon* era visitato tutti i sabato da Picasso oltre che da loro amici, quali scrittori e poeti, tra cui Max Jacob, Andrè Salmon, Guillaume Apollinaire, Jean Cocteau, ed anche da sconosciuti introdotti da quegli stessi amici artisti e scrittori, per esempio  Hemingway ed ovviamente Picasso.
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Il Ritratto di Gertrude Stein, un’americana a Parigi

 
Nella più recente biografia dedicata a questa straordinaria personalità, Gertrude Stein. Identità e genere. Temi di una scrittura magica, a cura di due studiose, Anna Verna e Giulietta Rovera, Ferrara 2016, si dice che “non è possibile accertare quando Pablo e Gertrude si incontrarono. Quello che è certo è che nella tarda primavera del 1905 Picasso le propose di farle un ritratto. Le sedute cominciarono all’inizio di settembre, dopo che lei e il fratello erano ritornati dalla vacanza estiva a Fiesole”. [Fu infatti a Firenze che gli Stein conobbero Bernard Berenson che aveva incoraggiato Leo ad interessarsi all’opera di Cézanne ed indirizzarlo da Vollard. n.d.r.]. “per mesi – scrive Giulietta Rovera Gertrude percorrerà i sei chilometri che separano la sua abitazione dalla collina di Montmatre, dove nel famoso Bateau Lavoir, situato nella piazza Émile-Goudeau, a metà di rue Ravignan, c’è lo studio di Pablo […]. Come Matisse in Donna con cappello  in Madame Cézanne con ventaglio, Picasso rappresenta il soggetto seduto in poltrona con lo sguardo rivolto verso il basso […]. Le sedute si moltiplicano e si allungano, si parla di 60-80 pose, e favoriscono la nascita di una lunga amicizia…” (pp. 138-139).
 
Gertrude è ritratta nel suo abituale e caratteristico abbigliamento, come ben ricorda Vollard nelle sue Memorie di un mercante di quadri, 1937 (trad. it. 2012): “Era una personalità molto complessa, quella di Gertrude Stein. Dal suo vestito di velluto grezzo, dai suoi sandali di cuoio e dai suoi modi semplici si sarebbe detta una brava massaia […]. Ma bastava incrociare il suo sguardo per capire che in lei c’era ben più di una semplice «borghese». La vivacità dei suoi occhi rivelava il tratto inconfondibile dell’osservatore acuto a cui non sfugge mai nulla” (p. 115).
Forse fu questa la difficoltà di Picasso che non riusciva a definire il volto della donna che più volte cancellò, portandosi via il quadro per completarlo a memoria secondo il suo linguaggio che si apriva allo stile cubista. “E un giorno Picasso - ricorda Alice Toklas nell’ Autobiografia - bruscamente buttò giù sulla tela tutta la testa – Non riesco più a vedervi quando vi guardo – disse con ira. E lasciò il quadro così qual era” (p. 53).

Così, la faccia di Gertrude Stein divenne qualcosa di simile a una maschera iberica, nella quale invece ella si riconobbe e si compiacque nel suo testo: “Posai per lui tutto l’inverno, ottanta volte. Alla fine cancellò la testa, mi disse che non mi poteva più guardare e partì di nuovo per la Spagna. Era la prima volta dopo il periodo blu, e appena tornato dalla Spagna dipinse la testa senza avermi rivista. Mi diede il quadro, e io fui, sono tuttora soddisfatta del mio ritratto: per me sono io,  è la sola mia replica in cui sono rimasta sempre io (for me, it is I, and it is the only reproduction of me which is always I, for me)”.
Così affermò, in quello stile letterario che l’ha sempre contraddistinta, “quella singolare arte della scrittura, insistente, falso primitiva, nostalgicamente legata a un ideale parlato americano”, come ha scritto Vivianne Di Maio, per la sua traduzione del famoso libello Picasso del 1938, della Stein, prima singolare biografia dell’artista spagnolo.
 
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Il Picasso di Gertrude Stein

 
In questo piccolo capolavoro di scrittura, che si potrebbe anche definire “cubista”, la Stein sostiene assertivamente, come era nel suo stile, che il cubismo non poteva che nascere in Spagna, quando vide nel 1909 dei paesaggi che Picasso aveva dipinto a Horta de Ebro; “erano tre paesaggi straordinariamente realisti – scrive la Stein – e, nello stesso tempo, rappresentavano l’inizio del cubismo. Picasso, per fortuna, aveva fatto fotografie del villaggio da lui dipinto, e io, quando tutti obiettavano che i quadri erano troppo fantastici, mi divertivo a mostrare loro le fotografie. Quadri e fotografie erano quasi uguali” (op. cit., p. 18). (Oggi queste fotografie sono esposte nella mostra all’Ara Pacis, ma non ne figura una che rappresenti la Stein col suo ritratto di Picasso tra le molte famose foto dei grandi maestri che l’anno ripresa).

Due di questi paesaggi di Horta de Ebro figuravano nella collezione Stein, come si vede anche in alcune foto dell’epoca in casa dei due fratelli: “Quei villaggi spagnoli – continua Gertrude – erano certo cubisti quanto quei dipinti. […] Picasso disse una volta che chi crea una cosa è costretto a farla brutta. Dallo sforzo per generare intensità, dalla lotta per generare questa intensità, deriva sempre una certa bruttezza: chi viene dopo può fare di questa bruttezza una cosa bellissima […]. Così Picasso nel 1908 tornò dalla Spagna con i paesaggi che erano l’inizio del cubismo”.
Il cubismo, secondo la Stein, cominciava con quei paesaggi spagnoli, ma per Picasso la testa, la faccia e il corpo umano erano le sole cose che esistono […]. Picasso cominciò dunque la sua lunga lotta per rappresentare facce e corpo di uomini e di donne nella composizione che è la sua composizione […] per lui la realtà della vita sta nella testa [si veda a tale proposito quanto sia simile alla testa della Stein, l’Autoritratto  di Picasso del 1907, conservato a Praga, Národní galerie, n.d.r.] e, nella faccia e nel corpo. Questo è per lui così importante, così persistente, così completo che non è necessario pensare ad altre cose; l’anima è un’altra cosa. La lotta era cominciata” (cfr. Stein, Picasso, trad. it., 1973, pp.18-23).



E vorrei qui concludere che questa “lotta”, di cui parla Gertrude Stein, è cominciata proprio con quella sua testa che Picasso aveva avuto tanta difficoltà a concludere, ed è per questo che è stato un vero peccato l’aver dimenticato il suo ritratto nelle pur belle mostre di Roma e Verona.
 
*Giova ricordare che nel 2011 al Grand Palais a Parigi una grande mostra, intitolata Matisse, Cézanne, Picasso. L’aventure des Stein, fu dedicata al mecenatismo dei fratelli di Gertrude, Leo e Michael Stein, che contribuirono alla fortuna dei Fauves, di Matisse e di Picasso. Segnalo anche che nel 1971 al MoMA di New York e nel Baltimora Museum of Art fu allestita una significativa mostra sui fratelli Stein, Four Americans in Paris, di cui ne dette ampia notizia in Italia Angela Bianchini, Gertrude Stein e i suoi parenti, “Il Mondo”, 1° agosto 1971, p. 27.
 
di Mario URSINO                               Roma, 29 ottobre 2016

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