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Parla Nicola Spinosa. Quella di Franceschini ? Più una controriforma che una riforma.

Agli irrisolti problemi gestionali, alla cronica mancanza di risorse, ai soliti perduranti vincoli burocratici, si assommano scelte antistoriche e anticulturali. "Ma per fortuna -dice l'ex soprintendente di Napoli- gli Spinosa e i Natali, come i ministri e i direttori di museo, passano, mentre Capodimonte e gli Uffizi restano e resisteranno!"


Passa per una persona dal difficile carattere, ma Nicola Spinosa è certamente uno dei pochissimi storici dell’arte italiani che può vantare un prestigio riconosciutogli a livello internazionale,


grazie al suo eccellente curriculum di Soprintendente, direttore di musei, organizzatore di mostre, professore universitario, oltre che  autore di saggi e monografie o repertori in particolare sull’arte a Napoli nel Sei e Settecento (come appare nell’intervista alla nostra rivista del 30 novembre 2013 – vedi  news-art.it – “Una grande monografia per Bernardo Cavallino”). Di recente, è stato indicato dalla Regione Campania – incarico poi revocato – quale suo rappresentante all’interno del Comitato scientifico, che di qui a poco dovrebbe affiancare Sylvain Berenger nella direzione del Museo di Capodimonte, che è tra la ventina musei nazionali dotati di ‘autonomia’ gestionale, sulla base della ‘riforma Franceschini’ del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
Su questo e su altro lo abbiamo interpellato in una conversazione senza remore; la prima di una serie con cui news-art  intende analizzare la condizione delle istituzioni museali alla luce della nuova normativa.


Intervista a Nicola Spinosa


D: Prof. Spinosa, ha fatto molto discutere la recente riforma Franceschini, che ha portato studiosi stranieri alla direzione di alcuni prestigiosi musei italiani. Ci si chiede, infatti, se questa riforma non potesse o dovesse essere finalizzata per migliorare la gestione dell’intero sistema museale statale, così da renderla più efficiente sul piano di una più estesa ed efficace valorizzazione, non solo sul versante della resa turistica ed economica, quanto anche o soprattutto sul versante di una più diffusa ed estesa crescita sociale, civile e culturale?  
R: Certo la cosiddetta ‘riforma Franceschini’ doveva e poteva essere un’occasione non solo opportuna, ma necessaria, non tanto per dotare una parte dei nostri musei nazionali di una presunta o reale autonomia gestionale e per chiamare alla loro direzione studiosi e ricercatori in alcuni casi stranieri o senz’alcuna esperienza nella gestione museale o con un’esperienza maturata in musei con una organizzazione interna, sia sul piano amministrativo che su quello scientifico e culturale, del tutto differente da quella dei musei italiani; quanto soprattutto per rendere più efficace e meno asfittica, oltre che per vincoli di norme burocratiche contorte e vincolanti, soprattutto per carenza di risorse finanziarie e di personale numericamente e professionalmente adeguato, la gestione dell’intera rete dei musei statali. Senza ignorare, oltretutto, che la gran parte di questi musei - diversamente da quelli americani in particolare, ma anche inglesi, tedeschi, francesi e finanche spagnoli – sono per vicende storiche e per caratteristiche patrimoniali, fortemente legati al territorio di appartenenza. Che è il caso, a esempio, ma non solo, degli Uffizi o della Galleria Palatina a Firenze, della Galleria di Palazzo Barberini a Roma, delle Gallerie dell’Accademia a Venezia o di Capodimonte e del Museo Archeologico a Napoli. Sicché l’aver separato questi musei dal territorio di appartenenza, svincolandoli, in nome di una presunta autonomia gestionale, dall’inscindibile legame, spesso patrimoniale, con altri istituti museali o con chiese, palazzi e collezioni varie presenti nell’area circostante, urbana e/o regionale, potrà in breve rivelarsi un vero e proprio atto antistorico e anticulturale. Senza dire che la stessa realtà sociale, civile ed economica dei territori cui i singoli musei ‘in autonomia’ appartengono si presenta così diversificata – da Milano a Roma, da Firenze o Venezia a Napoli o a Taranto – da rendere assolutamente indispensabile, da parte di chi dovrà gestirli nei prossimi anni, una sua conoscenza estesa e profonda. Soprattutto se i nuovi direttori sono di provenienza straniera, non essendo certo sufficiente che le loro conoscenze, non solo storico-artistiche, si basino su più o meno limitati soggiorni, nelle città interessate, fatti di studio, se non di sole vacanze. Per non dire che, a fronte della reale o presunta autonomia attribuita ad alcuni musei, gli altri musei statali, piccoli e grandi, dei quali alcuni anche di rilevante importanza per storia e patrimonio, sono stati confusamente assegnati a direzioni regionali senza personale sufficiente, senza risorse finanziarie adeguate e senza mezzi o strumenti indispensabili anche per la sola gestione ordinaria. Personalmente, ritengo ancora, contro il parere di politici e organi d’informazione, che il principale obiettivo della riforma non avrebbe dovuto mirare alla sola crescita del cosiddetto “turismo culturale” (che, oltretutto, spesso finisce per essere solo “turismo di massa”, all’insegna del “mordi e fuggi”, con scarsi e inconsistenti interessi realmente culturali), quanto soprattutto a una estesa crescita civile e culturale del nostro Paese. Mentre, invece, ho la sensazione che si siano innanzitutto o soprattutto voluti perseguire, assegnando a una limitata selezione dei nostri siti museali un’autonomia del tutto improbabile (perché restano inalterati i vincoli normativi per la gestione sia del personale, spesso insufficiente o inadeguato, che delle sempre scarse risorse finanziarie disponibili), solo interessi d’immagine e d’apparato. In più con la presunzione di riuscire in tal modo a “far cassa” e a incrementare le scarse risorse finanziarie disponibili: sia con l’incremento, sia pure con attività non sempre idonee e opportune all’interno di un museo (cene, balli, ricchi premi e cotillons?), il numero dei visitatori, sia con il concorso di privati, generosi o ‘interessati’ (vedi l’improduttiva, se non anche nefasta applicazione della cosiddetta legge Ronchey). E invece, oltre a trascurare o ad avere in marginale considerazione gli obiettivi prioritari di un’istituzione museale sul versante della crescita civile e culturale (con implicazioni rilevanti anche sul versante occupazionale), la presunta ‘riforma Franceschini’ non ha neppure provveduto a un risolvere un altro problema che da anni travaglia la nostra amministrazione dei beni culturali: la necessità e l’urgenza sia di ridurre in numeri e poteri la burocrazia ministeriale, in particolare quella centrale, invece ulteriormente accresciuti, sia di snellire e semplificare normative del tutto inadeguate per un’efficiente ed efficace gestione del nostro patrimonio culturale. Soprattutto – il che è ancora più grave – non si è con forza e autorevolezza richiesto e ottenuto che il budget annuale a disposizione del Ministero venisse quanto meno adeguato a quello ben più consistente di altri ministeri. E poi si afferma che la cultura è la risorsa primaria del nostro Paese…. Sicché, al momento e alla luce di questi rilievi, non resta che attendere, senza prevenzione, quanto questa riforma risulti realmente provvidenziale ed efficacia, come da più parti ‘sbandierato’. Così come non resta che verificare quali iniziative, pur con i limiti prima in parte indicati, potranno e sapranno prendere i nuovi direttori, italiani o stranieri che siano, chiamati a gestire i nostri musei ‘in autonomia’ dei musei ‘in autonomia’, per conseguire quegli obiettivi non solo d’immagine e /o quantitativi che tutti auspichiamo. Hanno per or quattro anni a disposizione: vediamo, dopo le prime enunciazioni verbali finora fatte, cosa in concreto riusciranno a realizzare.  
D: Eppure pare che tra le motivazioni a capo di questo tipo di nomine ci fosse proprio quella di valorizzare meglio queste istituzioni museali anche per favorire dei ritorni economici.
R: Al di là delle “belle parole” il vero problema è come gestire queste strutture museali su due versanti: su quello, privilegiato dalla gran parte della classe politica (ma non solo), del ritorno economico, attraverso l’incremento delle risorse provenienti da un turismo sempre più ‘di massa’, anche se meno qualificato e spesso devastante, come da iniziative che, sebbene poco consone con i luoghi dell’arte e della cultura, comunque consentono utili sul piano economico; e sul versante della conoscenza, della formazione e della crescita sia civile che culturale, certo economicamente meno redditizio, ma di sicuro socialmente più rilevante e alla lunga sicuramente producente. Il che vale, oltretutto, non solo per musei e aree archeologiche, ma anche per le attività legate al teatro, al cinema, alla musica e a ogni altra manifestazione o iniziativa di carattere culturale. Ho la percezione, invece, che anche con questa ‘riforma’ si sia tenuto in scarso o in nessun conto che tutti i luoghi dell’arte e della cultura (dai musei agli stessi archivi e biblioteche sostanzialmente ignorati o sottostimati), insieme all’immenso e diffuso patrimonio ambientale, urbanistico e architettonico, rappresentano non solo un insieme unico e straordinario di documenti e testimonianze del nostro passato da conservare e valorizzare soprattutto attraverso un’estesa conoscenza e un accorto utilizzo, ma anche elementi fondamentali e qualificanti della nostra identità civile e culturale, individuale e collettiva, nonché strumenti indispensabili, non solo in termini economicistici, per il nostro futuro. Bene, io non so fino a che punto i nuovi direttori avranno le competenze (tutte da dimostrare), ma soprattutto la disponibilità di mezzi, in termini di risorse umane e finanziarie, indispensabili per incidere concretamente su questi due versanti, in contesti così diversi da quelli di rispettiva provenienza. E questo tanto per i segnalati limiti insiti nella stessa autonomia dei musei in affidamento, quanto per le diverse realtà economiche che distinguono profondamente, sia sul versante dell’approccio turistico, sia su quello sociale e civile, città come, ad esempio, Firenze, Venezia, Roma  o la stessa Milano da città come Napoli, Caserta o Taranto.       
D. Lei è stato per molti anni Direttore di Capodimonte
R : No, la interrompo; in realtà sono stato responsabile, in quanto soprintendente, di una rete di sette musei napoletani non solo di Capodimonte, tutti legati tra loro per qualità patrimoniali e tutti fortemente collegati, per varie vicende di storia e d’arte, al territorio di Napoli e dell’area circostante, nonchè della intera Campania e, per aspetti diversi, dell’intero Meridione in generale. Un legame storicamente e culturalmente indissolubile, come quello che del resto caratterizza anche i musei fiorentini in particolare, che ora, con l’autonomia gestionale, rischierà di sicuro di finire spezzato, se non affidandosi all’intelligenza, alle capacità e alla disponibilità del suo nuovo direttore e alle sovrumane qualità gestionali richieste al nuovo responsabile dei tanti (una trentina) restanti e diversi musei napoletani e campani, che sono stati indiscriminatamente accorpati sotto una sola direzione.  
D. Secondo fonti ministeriali però il budget per i beni culturali dovrebbe notevolmente aumentare.
R. E dove prendono le risorse? Forse – non sorrida - imitando quanto, nella seconda metà del Settecento, fu deciso da Ferdinando IV di Borbone, che per rifondare a Napoli una nuova manifattura di porcellane (quella celebre di Capodimonte era stata distrutta dal padre in partenza per la Spagna nel 1759), ordinò di utilizzare le risorse necessarie sottraendole alla fabbrica di armi operante a Torre del Greco? Ma Lei crede che sia davvero possibile, anche se auspicabile, che i nostri governanti siano disponibili o, meglio, abbiano il potere di sottrarre risorse destinate all’armamento e agli impegni militari del nostro Paese per destinarle alla salvaguardia, alla conoscenza e all’adeguata valorizzazione del nostro patrimonio culturale? Certo a parole si continuerà ad affermare che il nostro patrimonio culturale è la principale risorsa del nostro Paese, ma nei fatti si continuerà a investire altrove – e non solo in spese militari – spesso tra ritardi, inefficienze e, purtroppo, anche non poca corruzione, mentre – ripeto – le disponibilità finanziarie del Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo continueranno a restare inconsistenti e – me lo lasci dire – del tutto risibili.
D. Lei di recente, come segnalato all’inizio, era stato chiamato a occuparsi nuovamente di Capodimonte perché indicato dalla Regione Campania quale suo rappresentante all’interno del Comitato scientifico che avrebbe affiancato il nuovo direttore Sylvain Bellenger, incarico poi revocato dalla stessa Regione, suscitando non poche perplessità da parte di alcuni organi di stampa locali. Può indicarci le motivazioni di questa revoca?
R. Inizialmente, pur con alcune perplessità per i limitati compiti assegnati, secondo le disposizioni ministeriali, ai membri di questo Comitato nell’affiancare i direttori dei musei ‘in autonomia’, quindi anche di Capodimonte, avevo accettato di buon grado l’incarico affidatomi, nella presunzione che, per la lunga esperienza acquisita quale responsabile dei musei napoletani e soprattutto per l’estesa, anche se sofferta conoscenza della mia città, della sua storia e delle sue complesse problematiche sociali, civili e culturali, avrei potuto essere di un qualche aiuto a Bellenger per l’immane compito che lo attende. Sennonché, pochi giorni dopo aver inviato alla Regione, come richiesto, il mio curriculum, ecco che da un delegato della stessa Regione mi viene comunicato che il Ministro Franceschini aveva sconsigliato la mia nomina a membro del Comitato: i motivi non mi sono mai stati comunicati, ma le voci circolate dicono che la mia presenza nel Comitato avrebbe potuto essere di ostacolo alla direzione di Bellenger o metterla in ombra. Sia come sia, ho preso atto delle decisioni prese dal Presidente della Regione Campania su indicazione del Ministro e ho continuato e continuo a occuparmi di alcune iniziative che mi vedono impegnato lontano dalla mia città e dai suoi musei, augurando a Bellenger, che ancora non ho incontrato, né conosco personalmente, la realizzazione di quanto Capodimonte e Napoli da lui ora si aspettano. E forse, restando io fuori dal Comitato, potrò essere più utile sia a Capodimonte che alla mia città.
D. In effetti, la gestione dei musei napoletani, dopo la sua lunga esperienza, terminata con il pensionamento, è risultata piuttosto lacunosa. C’è secondo lei un modo per riprendere il cammino interrotto? Cosa occorrerebbe fare?
R. Innanzitutto occorre conoscere bene la città cui Capodimonte indissolubilmente appartiene, conoscendone a fondo le tante ombre e le tante luci che per secoli l’anno segnata, e le tante miserie o le ridotte opportunità che ancora oggi o, purtroppo, soprattutto oggi la contraddistinguono. Una conoscenza che non può basarsi solo su estese  e mirate letture o su amicizie locali e su brevi soggiorni di vacanza in città, ma partecipando non da turista o da spettatore occasionale alle sue alterne vicende  quotidiane, per cogliere di volta in volta, con attenzione, sensibilità e partecipazione, attese e delusioni, impennate e amarezze, ricchezza d’idee e povertà di realizzazioni. Solo così sarà possibile cogliere compiti e valorizzare ruoli di un museo come Capodimonte, che appartiene certo alla comunità internazionale per la consistenza e il prestigio del suo patrimonio artistico, ma che prima di tutto dai napoletani deve essere sentito e vissuto come una propria inestimabile e irrinunciabile risorsa.  
D. Allora cosa dovrebbe fare Bellenger, secondo lei?
R. Innanzitutto due cose; prima di tutto vivere  Napoli anche nelle sue manifestazioni fatte di luci e ombre, di miseria e nobiltà, di speranze e delusioni, di contrasti infinite e d’insuperabili contraddizioni. Poi trasferire l’esperienza raccolta nel rapporto diretto e quotidiano con la città nella gestione del Museo, così da comprendere cosa serve perché venga non solo a parole sentito come parte essenziale e vitale del pur più vasto e complesso destino che attende l’intera città e la sua gente. L’incremento del numero di visitatori dovrà essere, quindi, prima di tutto la conseguenza di questo ristabilito legame tra Napoli e Capodimonte. Un legame che negli ultimi anni si è andato progressivamente allentando fin quasi a scomparire, complice l’inerzia dei suoi recenti responsabili, oltre alla carenza di risorse umane e finanziarie disponibili (spesso diventata anche un alibi per il non fare …), cui si accompagna l’irrisolto problema della distanza ‘fisica’ e logistica del Museo dal centro urbano, complice anche l’indifferenza o l’inefficienza di amministratori locali.
D. Si dice – e a quanto pare se ne ha già sentore- che la nomina dei nuovi direttori non sia avvenuta sulla base di un’attenta valutazione delle effettive e sperimentate competenze dei singoli candidati nella gestione complessa dei nostri musei, così diversi, proprio sul versante gestionale, da quelli stranieri, europei e soprattutto americani.
R. Ma lei mi sa dire quale commissione giudicante opera in Italia sulla base di un’attenta valutazione soprattutto di titoli acquisiti sulla base competenze professionali e soprattutto di concrete esperienze sul campo?  Nel caso specifico, non so fino a che punto la commissione istituita per valutare titoli e meriti dei candidati alla direzione dei nostri musei ‘in autonomia’ ha tenuto in adeguato conto professionalità e competenze, non solo come studiosi o conoscitori di cose d’arte e d’archeologia, quanto soprattutto come esperti di gestione museale, che oltretutto è cosa ben diversa sia da essere valente docente universitario, sia dall’essere stato, in particolare, non direttore di un museo, ma solo curatore di una sezione o dipartimento di un museo, specie se di area anglosassone, dove tali strutture sono notoriamente soggette a ben diversa gestione scientifica e amministrativa, quasi di carattere privatistico, rispetto ai musei statali italiani.
D. Una tesi di chi si dichiara favorevole a questa riforma è che in ogni caso ci si sprovincializza, ci si internazionalizza aprendo a direzioni straniere, come del resto – si fa notare- accade all’estero; si è fatto l’esempio dell’Inghilterra dove Gabriele Finaldi è stato nominato direttore della National Gallery.
R. Ecco questa è un’altra notizia del tutto infondata, che da qualche parte è stata fatta credere al Ministro Franceschini, che l’aveva comunicata con enfasi e orgoglio: Gabriele Finaldi, mio amico, è, per nascita e cittadinanza, inglese a tutti gli effetti, anche se di padre d’origine italiana. Sarebbe per me davvero una piacevole sorpresa sapere che un giorno uno studioso italiano sia chiamato alla direzione di un museo francese o spagnolo, inglese o americano … In aggiunta, a me sembra, segno di provincialismo proprio quello di presumere che, chiamando alla direzione di alcuni nostri musei di maggior prestigio uno studioso straniero, si potrà ottenere una gestione più efficiente. Non sarebbe stato meno provinciale e più efficace dotare, invece, i nostri musei di risorse finanziarie, personale e strumenti adeguati, senza ricorrere alle qualità gestionali tutte da verificare di nuovi direttori che, italiani o stranieri che fossero, non conoscono in ampiezza e profondità, la realtà dei nostri musei e delle città cui appartengono e non hanno la sufficiente e necessaria esperienza per gestirli con l’efficienza e l’efficacia richieste? Staremo a vedere …  
D. Professore, a quel che sembra il Ministro è riuscito nell’impresa di mettere insieme, nella critica alla sua riforma, un gran numero di “addetti ai lavori” spesso in contrasto e in costante polemica tra loro. C’è da chiedersi se questo non possa indurlo a rivedere e a correggere di qui a breve almeno alcune linee della sua riforma, magari avvalendosi dei suggerimenti di chi in passato e a lungo ha avuto esperienza di gestione dei nostri musei e magari accogliendo alcune proposte anche da lei qui segnalate
R. Che le devo dire? Aspettiamo e diamo tempo al Ministro e ai nuovi direttori di verificare l’efficacia di questa presunta o reale ‘autonomia museale’. Entro i prossimi quattro anni previsti dalle norme contrattuali per la nomina dei nuovi direttori la situazione che ne sarà derivata, terminate le tante chiacchiere e messi alla prova i tanti buoni propositi fin qui ventilati, sarà apparirà di sicuro meglio delineata e più chiara. E solo allora se ne potrà tracciare un bilancio di cui il Ministro del momento è auspicabile saprà e vorrà tenere adeguato conto. Ora non ci resta che augurarsi, senza fare le Cassandre, che, come spesso già successo, non si sia perso altro tempo e non si siano sprecate tante altre risorse anche soprattutto umane. Con grave danno sia per il nostro patrimonio museale che per la crescita civile e culturale del nostro Paese.
D. Infatti, alla luce dei suoi e di altri rilievi, il rischio maggiore non è quello di essere costretti a constatare, di qui a quattro anni, che la situazione dei nostri musei, invece di essere migliorata, sia addirittura peggiorata?
R. Peggiorata? peggio di così? Non lo so:  talvolta per ottenere il meglio bisogna arrivare al peggio. E adesso, le assicuro, tra vaneggiamenti e confusioni siamo al peggio o quasi. Così che se si dovesse purtroppo raggiungere il pessimo, c’è da sperare che poi si possa almeno avviare una risalita verso il meno peggio e poi forse verso risalire il meglio. Ma, scherzi e giochi di parole a parte, ora la situazione per tutto il nostro patrimonio culturale, non solo quello museale, è, al di là delle reiterate dichiarazioni ottimistiche e d’effetto dei nostri governanti, è davvero complicata e complessa. Anche perché, solo a limitarsi alla realtà attuale dei nostri musei e alle condizioni in cui oggi i più versano, per carenze di risorse finanziarie per la sola gestione dell’ordinario, per insufficienza e inadeguatezza del personale sia scientifico che tecnico (i restauratori, in primis), amministrativo e di vigilanza (peraltro, nella gran parte ai limiti del pensionamento e non integrato con nuove indispensabili assunzioni), non sarà facile dare concreta attuazione ai pur “buoni propositi” che in molti casi sono già stati, con facile ottimismo, pubblicamente annunciati. Non so come andrà alla Pinacoteca di Brera a Milano o alle Gallerie dell’Accademia a Venezia; non so come andrà a Palazzo Barberini a Roma (fortuna – si dovrà dire – che alla Galleria Borghese sia rimasta Anna Coliva, unica ‘sopravvissuta’ della falcidiata schiera di precedenti direttori dei musei ora ‘in autonomia’, ma ritenuti inadeguati …) o all’Archeologico di Napoli (dove Piero Guzzo, già soprintendente a Pompei, nominato dalla Regione nel Comitato scientifico, di sicuro non sarà d’ostacolo né farà ombra alle ‘ambizioni’ del direttore di nuova nomina). Ma sono certo che a Capodimonte il nuovo  direttore Bellenger saprà quanto meno avvalersi delle estese conoscenze, se non di una consolidata esperienza museale, del professore Riccardo Lattuada e della pratica acquisita come Assistente Tecnico Museale (ATM) presso la ex Soprintendenza del Polo Museale di Napoli dal dottore Giuseppe Porzio. Fortunato lui!
D. Noto una certa ironia Professore …
R. No, non è ironia, non bisogna mai fare dell’ironia per scelte che vengono dall’alto. Semmai si può al più esprimere qualche preoccupazione per alcune nomine che nulla hanno con le necessità di una provata esperienza nel campo della gestione museale. Ma sono certo che il direttore Bellenger saprà avvalersi a pieno delle competenze pur diverse dei membri del Comitato scientifico di Capodimonte e del peso che sempre personalmente dovrà assumersi per ogni suo progetto da definire o per ogni decisione che dovrà prendere.     
D. Proprio in relazione a queste nomine, ha fatto particolare rumore la sostituzione a Firenze di Antonio Natali con Eike Schmidt e poi l’arrivo a Paestum di un giovane archeologo Gabriel Zuchtriegel, entrambi tedeschi, su cui sono stati avanzate molte riverse circa le rispettive competenze per la gestione di siti museali e archeologici di così rilevante importanza internazionale.
R. Non conosco il nuovo direttore di Paestum e quindi non posso esprimere giudizi. E’ giovane e, quindi, speriamo che la sua gioventù insieme agli eventuali errori gli consenta anche di fare cose che siano utili al rilancio di Paestum che è una delle aree più straordinarie dal punto di vista archeologico e ambientale, e che fa parte dell’immaginario collettivo. Così come non conosco, se non per qualche sua recente dichiarazione relativa alla gestione degli Uffizi e della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Eike Schmidt. Posso solo dire, ben conoscendo invece Natali, che averlo escluso dalla direzione degli Uffizi è stata una grave e irreparabile perdita per l’intera Amministrazione statale dei nostri beni culturali. Soprattutto per quanto da lui realizzato, con sapienza ed efficienza malgrado gli scarsi mezzi a sua disposizione, negli anni durante i quali ha diretto un complesso museale prestigioso e ‘difficile’ proprio come gli Uffizi. Ma chissà se, restando del tutto escluso dagli Uffizi, Natali non possa essere, per il futuro del nostro patrimonio artistico e culturale, più utile di quanto avrebbe potuto esserlo se, come nel mio caso, gli sarebbe stato concesso, per volontà della Regione Toscana e senza il parere contrario del Ministro, di far parte di un Comitato scientifico senza ruoli e compiti chiaramente definiti, ma probabilmente costretto al silenzio o all’acquiescenza ...   
D. Caro Professore, devo dire che a quanto pare lei non ha alcuna voglia di deporre le armi.
R. Mah, che devo dirle: mia mamma mi ha partorito già “in arme” e tale, pur non volendolo, sono costretto a restare! Ma non è questo ciò che più conta. Quel che è, invece, più conta ed è certo è che, malgrado questa di Franceschini e altre probabili, successive ‘riforme’, Capodimonte e gli altri musei dotati o meno di ‘autonomia’ gestionale, svolgano, malgrado i tentativi più o meno reiterati di farne oggetto e occasione per soddisfare meri interessi economicistici e d’immagine, quelle funzioni primarie e fondamentali di luoghi e strumenti indispensabili sia per momenti e occasioni di aggregazione e intese sociali, sia  per una reale ed estesa crescita civile di questo nostro Paese- La verità è che gli Spinosa e i Natali passano, come del resto passeranno anche i Bellenger, gli Schmidt e tutti i nuovi e vecchi direttori dei nostri musei, mentre Capodimonte e gli Uffizi, Brera e le Accademie di Venezia, Palazzo Barberini e l’Archeologico di Napoli o di Taranto restano e ‘resisteranno’, malgrado i ministri di ieri, di oggi e di domani, comunque anche loro, per democrazia e buona sorte, destinati a passare!

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