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Pompeo Batoni a Palazzo Berberini: un'acquisizione di gran rilievo artistico (fino al 26 aprile)

La grande capacità ritrattistica dell'artista lucchese nello straordinario ritratto del Principe Abbondio Rezzonico acquisito da Mibact (di Antonio E.M. Giordano)


Il pittore e il gran Signore: Batoni, i Rezzonico e il ritratto d'occasione a Palazzo Barberini

 di
Antonio E. M. GIORDANO

La mostra a cura di Michele Di Monte è allestita presso la Galleria Nazionale d'Arte Antica (GNAA) - rilanciata dal nuovo direttore Flaminia Gennari Santori con il logo Barberini Corsini Gallerie Nazionali - per celebrare l'acquisizione da parte del MIBACT, dagli eredi dell'aristocratica famiglia veneziana Rezzonico, del monumentale  (circa tre metri per due) e magniloquente ritratto del principe Abbondio (1742-1810), eseguito dal pittore Pompeo Batoni (Lucca 1708 - Roma 1787) in occasione della nomina nel 1765 all'eminente magistratura di Senatore di Roma da parte dello zio pontefice Clemente XIII e della solenne entrata in Campidoglio.
Tipico ritratto di stato "istoriato" (per dirla con Batoni), il grande quadro consacra la carica del Rezzonico, che impugna un eburneo bâton de pouvoir, indossa l'ampia e sontuosa veste ammantata di rosso e oro, attorniato dalle insegne dell'esercizio della giustizia, la lunga spada e il fascio littorio, temperata però dall'equità della libra e dalla clemenza del ramo d'ulivo, tenuti da un putto. Sulla consolle dorata con marmoreo ripiano (étagère) di verde antico sono una lettera con il nome del destinatario, una campanella d'ottone e un calamaio.  La scena è un arioso loggiato con colonne ioniche, sotto l'egida del simulacro della dea Roma, sullo sfondo della cordonata capitolina con le statue dei Dioscuri e del Palazzo Senatorio (con la torre ancora senza orologio).

Accanto all'imponente nuovo acquisto, un vero e proprio capodopera come ritratto di stato e politico per antonomasia, sono esposti a confronto alcuni ritratti coevi e pertinenti al contesto storico. Tra questi spiccano due effigi a olio su tela del papa Clemente XIII, al secolo Carlo Rezzonico (1693-1769). Nel primo, di cm 153x111, proveniente dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna, egli è immortalato nel 1758, appena eletto alla cattedra di Pietro, da Anton Raphael Mengs (Ústí nad Labem, Boemia/Repubblica Ceca 1728 - Roma 1779), seduto con il camauro e la mozzetta di velluto rosso, la stola in raso sopra la candida veste dai riflessi serici, nei quali il pittore e teorico del Neoclassicismo sfoggia il suo virtuosistico talento. Al suo fianco è lo scrittoio mentre il suo sguardo è rivolto all'osservatore, con la mano in procinto di benedire alla latina. L'artista di origine boema riesce a conciliare la posa solenne e un po' distaccata con la resa icastica dei dettagli. L'antica dignità della sua dimora è resa dalla colonna di marmo rosato alle sue spalle.
Nell'altro ritratto di Clemente XIII, successivo di due anni, in collezione della GNAA, nel 1760 Pompeo Batoni sembra rispondere al rivale boemo, rappresentando il Santo Padre stante e con una lettera nella mano sinistra, avvicinandolo allo spettatore mentre alza il braccio in atto di benedizione con un'espressione clemente  (omen nomen) e con un'umanità bonaria, priva della solennità del prototipo mengsiano.
Batoni adotta una simile tipologia ufficiale anche nel Ritratto del conte Niccolò Soderini, del 1765, nel quale il console del Granducato di Toscana è colto, nella sua sfarzosa marsina di seta rossa con doppia bordatura dorata, mentre è accanto alla scrivania con i documenti, il calamaio e l'orologio che ha superato la mezzanotte, occupato negli affari di Stato. Del nobile toscano sono ricordate le voci di simpatie per gli Stuart esuli in Italia e i trascorsi contatti con la romana Loggia giacobita.
Del medesimo pittore lucchese è il grande Ritratto di Sir Henry Peirse (cm 249x175), del 1775 e in collezione GNAA. Molti aristocratici e viaggiatori nel Grand Tour per immortalare la propria effigie ricercavano il famoso Pompeo Batoni, anche perchè  - pur non essendo a buon mercato - chiedeva un terzo rispetto a Sir Joshua Reynolds a Londra (1723-1792). Il giovane baronetto, membro del Parlamento britannico, è rappresentato in una posa classica, in piedi con le gambe incrociate come un genio (funerario) pagano, ai piedi di una scalinata con cratere baccellato e istoriato, impugnando con la destra il tricorno nero à la page e con la sinistra il bastone da passeggio, mentre un fedele levriero di razza britannica Whippet richiede la sua attenzione. Alle sue spalle è l'Ares Ludovisi e a terra sono un capitello corinzio rovesciato e un frammento di fregio con grifoni alati.
Dell'allievo e cognato viennese di Mengs, Anton von Maron (1733-1808), anch'egli specializzato nel ritratto d'occasione e naturalizzato a Roma, dove morì, la mostra di Palazzo Barberini espone il Ritratto di Sir Robert Clive del 1766. L'autorevole governatore del Bengala, chiamato "Clive of India" (1725-1744) è colto assiso su una poltrona coperta da una pelliccia maculata mentre riceve un orientale dal turbante piumato, sullo sfondo di un accampamento tra le palme. La moda dell'esotismo aggiorna la lezione del maestro boemo, ancora palese nell'eloquenza dei gesti e nei riflessi lunari delle calze di seta, che risaltano sull'abito rosso e sulle scarpe nere con fibbia dorata.
Encomiabile pertanto è la mostra perchè l'altissima qualità delle opere esposte supplisce alla limitata quantità e consente di penetrare nel gusto raffinatissimo di un secolo contraddittorio, il Settecento, che vede tramontare le ombre dell'Assolutismo e sorgere, con i lumi dell'Illuminismo, l'età contemporanea.
 di
Antonio E. M. GIORDANO                            Roma 17 / 1 / 2017

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