Il Braccio Nuovo

di
Massimo FRANCUCCI

Ideale prosecuzione della mostra che si è aperta pochi giorni orsono alle Scuderie del Quirinale sulle “restituzioni napoleoniche”, giunge gradita la notizia della riapertura del Braccio Nuovo dei Musei Vaticani, dopo oltre sette anni di restauri. Si tratta probabilmente dell’ultimo intervento di Antonio Paolucci da direttore dei Musei, a fine mandato, il quale l’aveva fortemente voluto nel 2009.

Ideale prosecuzione della mostra, si è detto, poiché il Braccio Nuovo fu voluto da Pio VII in conseguenza del ritorno a Roma di innumerevoli capolavori sottratti dai francesi. Dopo frenetici lavori lo stesso pontefice avrebbe inaugurato il nuovo spazio espositivo, realizzato secondo i criteri museologici più à la page - ne danno piena testimonianza i raccordi con la coeva Gliptoteca di Monaco -, il 10 febbraio del 1822.
Ne era stato incaricato Raffaele Stern che, già architetto del palazzo apostolico, aveva creduto all’utopia napoleonica servendo i francesi a Roma, ma che era tornato a lavorare per il pontefice, come se nulla fosse, dopo la sconfitta del generale corso.

Simbolo di questo cambiamento, ci suggerisce lo stesso Paolucci, è il palazzo del Quirinale che viene “risacralizzato” su progetto dello stesso per riaccogliere degnamente il pontefice. Morto nel 1820, Stern non poté vedere la conclusione del Braccio Nuovo, ai cui lavori collaborò in maniera proficua Antonio Canova, verso il quale papa Chiaramonti nutriva piena fiducia, possiamo certamente dire, ben riposta. Il risultato più sorprendente di questa operazione schiettamente neoclassica, è il colore che avvolge gli ampi spazi della galleria, ottenuto dal rifrangersi della luce che penetra dagli studiati lucernari sui bei marmi delle colonne e del pavimento ove sono incastonati i mosaici antichi dedicati alle Storie di Ulisse. Il fregio istoriato, realizzato da Francesco Massimiliano Laboureur ispirandosi in particolare all’Arco di Tito e alla Colonna Traiana, fa da corollario al magnifico soffitto cassettonato a decorazioni floreali.

Sono proprio questi colori ad essere stati recuperati dall’attento restauro, che ha messo in sicurezza tutti gli elementi ancorati alle pareti e alla volta, come i busti che si vedono in alto sulle mensole e che non ha tralasciato nessun elemento, non le decorazioni pittoriche destinate ad imitare di volta in volta materiali diversi, non gli stucchi e nemmeno, ci mancherebbe, le opere scultoree. Su queste veglia con aria bonaria Pio VII, nel cui ritratto Canova è riuscito a raddolcire i lineamenti non proprio adonici del papa cesenate.
Tra i marmi si segnala l’Augusto di Prima Porta, il più celebre ritratto dell’imperatore, venuto alla luce durante gli scavi nella villa di Livia: qui l’erede di Cesare con indosso il paludamento è colto nel momento dell’incitamento militare, dell’Adlocutio. Celebrative del potere di Roma sono le immagini di province sulla corazza così come quella della restituzione delle insegne imperiali sottratte dai Parti, conseguita trionfalmente da Ottaviano, mentre il cupido col delfino celebra le origini leggendarie che volevano far discendere la Gens Iulia da Venere, madre di Enea. I pavoni di bronzo dorato, simbolo di immortalità, affascinano sia per fattura che per provenienza: decoravano infatti il mausoleo di Adriano, ben prima che questo fosse dedicato all’arcangelo Michele.

Eccezionale è il Nilo dall’Iseo Campense – il Tevere che lo affiancava è oggi al Louvre -, con sedici putti che giocano tra coccodrilli e ricche messi che ogni anno il fiume procurava all’Egitto e all’impero. La bella Atena Giustiniani si mostra quale importante esempio di collezionismo, coll’essere stata nella raccolta del marchese Vincenzo e incisa nella sua celebre Galleria.

Peculiari sono poi le rappresentazioni di Sileno che gioca col giovane Dioniso, da Lisippo, e dell’Atleta con la Vittoria alata, accattivante nonostante gli sia stato aggiunto l’incongruente ritratto di Lucio Vero, per qualche anno coreggente di Marco Aurelio.
I risultati del restauro, coordinati dal Laboratorio di Restauro Materiali Lapidei curato da Guy Devreux e diretti, per quel che riguarda le sculture, dal Reparto Antichità Greche e Romane, curato da Giandomenico Spinola con Claudia Valeri ed Eleonora Ferrazza e, per la parte architettonica, da Micol Forti, curatore del Reparto per l’Arte dei secoli XIX-XX, potranno essere apprezzati da tutti a partire da giovedì 22 dicembre.
di
Massimo FRANCUCCI         Roma 20 / 12 / 2016
 

 

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