Pietro Paolo Rubens
e la nascita del Barocco

di Fabiano FORTI BERNINI
(l'articolo è pubblicato anche sul quotidiano Libero)

Come appassionato collezionista, non avrei potuto perdere l’occasione di visitare in anteprima la mostra “Rubens e la nascita del Barocco” presso Palazzo Reale di Milano, aperta dal 26 ottobre fino a febbraio 2017. In verità una ragione ancora più profonda mi ha spinto a partecipare all’evento con maggiore entusiasmo e attenzione: l’intento dell’esposizione parte da una logica rovesciata rispetto alle precedenti mostre dedicate al maestro d’Anversa; non si tratta del Rubens fiammingo e della sua scuola, di cui fece parte anche il grande Anton van Dyck, ma dell’eredità che negli otto anni di permanenza in Italia il pittore lasciò agli artisti locali più giovani, quegli allievi putativi che l’acuto Giuliano Briganti identificò come la “generazione degli anni ‘30” del XVII secolo, fautori del Barocco. Tra questi, ovviamente, Gian Lorenzo Bernini, mio grande avo, oltre a Domenico Fetti, Pietro da Cortona, Giovanni Lanfranco. Tutti furono accomunati dall’appassionato studio delle opere che Pietro Paolo Rubens aveva lasciato in Italia, anche se nessuno di loro fu mai allievo diretto del grande maestro d’Oltralpe.
Senza dubbio, quindi, la mostra si basa su un punto di vista finora poco esplorato, rafforzato dal notevole numero di opere in mostra: più di settanta, di cui trentanove si devono alla creatività di Pietro Paolo Rubens, con solo tre copie di bottega e alcune , pochissime , che ritengo non essere all'altezza di tale importante mostra . Per mia inclinazione familiare di discendenza e culturale,  mi soffermerò in particolare sul confronto tra il maestro d’Anversa e Gian Lorenzo Bernini;  Il rapporto tra Bernini e Rubens è fondamentale per la nascita del Barocco, in quanto il giovane artista, dopo il tirocinio nella bottega del padre Pietro Bernini, scultore di cultura manierista, 
elaborò una sintesi tra il naturalismo caravaggismo e lo “stile concitato” di Rubens. Un modello per Gian Lorenzo erano le tre pale di Rubens che si trovano nella Chiesa  di Santa Maria in Vallicella  a Roma e sicuramente altre opere del periodo Romano.
Da Rubens, quindi, il Bernini ,  ne assimila  il grande dinamismo delle forme e l’esasperazione del movimento, per non parlare dell'enfatizzazione dei sentimenti, creando un rapporto tra sovrannaturale e reale, anche attraverso la presenza  di  prosperosi angioletti, tutti motivi che saranno tipici del nuovolinguaggio. 
Tale relazione è stata indagata per la prima volta da Federico Zeri Mina Gregori, poi, più approfonditamente, sviluppata da Francesco Petrucci nel suo volume Bernini pittore del 2006, ove è stato presentato come opera del Bernini anche il Sansone che strangola il leone suggestiva opera non accettata da Tomaso Montanari che lo attribuisce ad un anonimo allievo di Gian Lorenzo 
Bernini,
oggi  in mostra a Milano, ma esempio tipico di influsso rubensiano.

Nella prima sezione si possono ammirare il Ritratto della figlia Clara Serena di Rubens, e il Ritratto di fanciullo, opera pittorica di Bernini: queste due piccole ma mirabili opere condividono la medesima grandiosa capacità di rappresentare non un soggetto in posa, ma due bambini nella freschezza della loro gioventù, cogliendo nei loro sguardil’espressione più vera dell’innocenza. Particolarmente significativo è l’accostamento tra la Maddalena in estasi che Rubens dipinse per la chiesa francescana di Ghent, oggi a Lille, e il bozzetto in terracotta per la celeberrima Estasi di Santa Teresa d’Avila di Bernini: si tratta di due emblematici esempi di come il tema del deliquio religioso venne interpretato in epoca barocca, Particolarmente degno di nota è anche il confronto tra la Testa di Laocoonte in marmo di Bernini e la Cattura di Sansone di Rubens: ancora una volta si palesa quanto la capacità di resa delle espressioni umane, tipica dello scultore italiano, abbia tratto insegnamento dal colorismo del pittore fiammingo. La selezione delle opere proposta dall’attento curatore Anna Lo Bianco è ammirevole per importanza storica oltre che per l’accuratezza dei confronti tra i vari artisti in un percorso dialogante. Non si tratta di una mostra “a pacchetto”, cui purtroppo sempre più spesso si assiste, ossia composta da opere provenienti da pochi prestatori e quindi “facile” da mettere insieme; l’esposizione è stata creata grazie al contributo di più di quaranta prestatori, con uno sforzo intellettuale e pratico sempre più raro. Anche l’allestimento dell’architetto Corrado Anselmi, estremamente sobrio ma diviso per colori a seconda della tematica, contribuisce al taglio divulgativo dell’esposizione.

D’altra parte, la realizzazione scientifica della mostra è stata condotta da un comitato scientifico non solo internazionale, ma di particolare pregio, tra cui si annoverano Alejandro Vergara del Prado di Madrid e David Jaffé, tra i massimi esperti di Rubens. I contributi di questi studiosi sono raccolti nel catalogo a cura di Marsilio editore, tra le cui pagine si scopre un altro tesoro: in occasione della mostra, la studiosa italiana Cecilia Paolini che conosco bene e stimo , ha condotto una ricerca archivistica che ha portato alla scoperta di documenti inediti riguardanti la famiglia Rubens durante il soggiorno in Italia del grande pittore. “Rubens e la nascita del Barocco”, dunque, non è soltanto una mostra di grande richiamo, ma anche un evento dai profondi contenuti culturali, in una Milano che si configura sempre di più come una grande capitale europea.
 
 di Fabiano FORTI BERNINI

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