FIG1(9)Mascara Giuseppe ad Aidone lo chiamavano tutti il Professore, anello di congiunzione decisivo dell’archeology-connection che per trent’anni aveva trasformato Morgantina in una miniera per l’archeologia illegale, alla quale avevano attinto il collezionismo privato, nazionale e internazionale (Fig. 1). Un mercato che garantiva una lievitazione di profitti di cento volte superiore a quello che era stato pagato al rivenditore con le mani sporche di terra.


Il traffico archeologico è secondo solo al narcotraffico per garantire un valore crescente ed aggiunto all’investimento iniziale. La coca colombiana e l’eroina afgana hanno più rischi, perché te la devi vedere coi cani antidroga della Drug Enforcement Administration. Con l’archeologia illegale invece, in barba alle convenzioni Unesco e alle leggi nazionali di tutela, i rischi sono nulli o minimi per i trafficanti dalle mani pulite, perché pochi paesi riconoscono il monopolio statale della proprietà delle antichità d’arte. Tanto per dire, la Dea di Morgantina (senza provenienza chiara, diceva la didascalia del museo), alla fine quelli del Getty l’avevano pagata 18 milioni di dollari, mica bruscolini (Fig. 2).

FIG2(9)E poi anche una scultura, anche se di Fidia, una volta tirata fuori dal sottosuolo, non porta mica impresso il marchio del comune ‘ndove l’hanno trovata. Chiunque può dire che te l’aveva lasciata il nonno, oppure di averla importata dal Libano. Il fenomeno era inarrestabile e non si poteva fare niente. Silvio Raffiotta però con determinazione divina come in ogni tragedia impersonò lo strumento della Nèmesi mitica e repubblicana e dunque c’era poco da scherzare col Dottor Procuratore: e tutti lu capieru, ca chiddu le Demetre/Kore, a forza di carte bollate, te le avrebbe riportate sane sane a Morgantina, fussi ca lu munnu avissi abbruciari cu la polvere niura di Pàsquasia.
 
E così fu. Il 16 novembre 2005 la VI sezione del Tribunale penale di Roma istruì quello che sarebbe stato il Maxi-Processo di Norimberga contro l’archeology-connection, contro le cosche internazionali dell’arte rubata: 200 testimoni e imputati, tra tombaroli, trafficanti, direttori di musei, esperti e storici d’arte testimoniarono contro Marion True, biondona responsabile delle acquisizioni archeologiche del Getty di Malibù (Fig. 3).

FIG3(6)FIG4(8)L’accusa del PM Piergiorgio Ferri era pesante: associazione a delinquere e ricettazione dei beni italiani esportati clandestinamente. Si doveva dimostrare che almeno 42 pezzi greci, etruschi e romani esposti al Getty provenivano dal traffico illecito (Fig. 4).
Sotto processo non c’erano più solo gli straccioni tombaroli miserabili artefici del saccheggio ma coloro che li incoraggiavano, sfruttavano la loro ignorante cupidigia e se ne giovavano. Tremarono tutti i collezionisti, pubblici e privati perché sarebbero stati chiamati a rispondere parallelamente a dare conto anche solo mediaticamente, delle loro raccolte.
La sentenza in favore di Dèmetra/Kore giunse il 13 dicembre 2009, al solstizio d’inverno, i mandorli in Sicilia fiorirono con oltre un mese di anticipo, mentre in America nevicav: la Nèmesi era compiuta, il Nostos garantito (Fig. 5)!
 
FIG5(8)

FIG6(8)Malcom Bell III
dell’Università della Virginia, che aveva effettuato gli scavi, legali dalla metà degli anni ‘50 a Morgantina, tutto imbacuccato in Virginia, ne gioì (Fig. 6). Dopo la sentenza era stata posta una pietra miliare del diritto, nessun museo d’ora in poi poteva sorvolare sulla provenienza degli oggetti acquistati sul mercato. Ma, preciso preciso, come dopo Norimberga nessun vero potere ha fatto rispettare il diritto internazionale per i diritti umani, così fu per il maxi-processo di Roma contro i trafficanti d’arte. “Prima o poi, quando un reperto archeologico trafugato ha un valore inestimabile, va a finire in America, dove qualcuno che ha i soldi risparmia sulle tasse ed un direttore di museo fa carriera”, dixit il Dott. Raffiotta.

Tu che fai quando sai di avere un tesoro in casa? Lasci la porta aperta ai ladri? E se ti entrano i ladri che fai non la chiami la polizia repubblicana? Tu che fai se vedi sotto casa uno stupro? E cosa fai quando vedi un incendio? Un abuso edilizio? Un’industria che ti vomita i liquami e gli scarti chimici nel fiume Himera/Salso dove ci navigavano i sicani, greci, romani, bizantini eccetera eccetera? Che fai se adesso ci ritrovi gli uccelli di passo putrefatti? Che fai se a Morgantina, Cerveteri eccetera continuano a scavare i tombaroli? Pochi tra gli storici dell’arte e archeologi italiani pensano che tra i propri doveri ci sia quello dell’educazione dei cittadini al patrimonio e al paesaggio, che è la premessa indispensabile per ogni tutela.

FIG7(4)Scriveva Antonio Cederna (Fig. 7) fondatore di Italia Nostra:  «Quando bruciano i boschi ti mandano a fare un articolo inutile, deploratorio: se invece d’inverno quando piove proponi un articolo sugli incendi boschivi ti guardano come se fossi matto. Hanno cioè rinunciato ad ogni impegno formativo, preventivo: se domani il Colosseo vacilla, tutti giù a scriverne, mentre i pericoli per l’Italia, antica e moderna, nascono nel silenzio, nel chiuso degli uffici: se si vuole evitarli bisogna parlarne prima che diventino fatto compiuto».

In parte, invece, è colpa degli addetti ai lavori: quanti archeologi o storici dell’arte seri accettano l’impegno civile di una scrittura giornalistica che non si riduca alle proficue marchette degli “eventi culturali” a cui i grandi quotidiani italiani dedicano ormai pagine e pagine a noleggio? E le cose peggiorano quando si parla di televisione: il piccolo schermo italico berlusconiano e post-berlusconiano tollera il discorso sull’arte solo quando è ridotto ad una favoletta raccontata da intrattenitori, eccentrici quanto basta, ma rassicuranti o sbruffoni come il Daverio o lo Sgarbi. La dimensione profondamente politica (e giammai estetica) delle idee di Antonio Cederna e della sua scrittura, la durezza con cui attaccava i potentati, anche all’interno della burocrazia della tutela, restano un faro. Cederna non era una vestale piangente del patrimonio in rovina, ma il comandante di una efficace resistenza civile. Non era possibile tacesse:

Solo le teste dure possono pensare, solo i distruttori d’Italia possono avere interesse a farci credere che la salvaguardia dell’antico è opera puramente passiva e di conservazione. Solo menti retrograde arrivano a pensare che si possano attribuire ai nuclei antichi, straziandone il tessuto, capacità e funzioni proprie dell’urbanistica moderna. Solo i vandali possono pretendere che la città moderna nasca dalle macerie della città antica. Dobbiamo inchiodarci nel cervello la convinzione che la salvaguardia integrale del vecchio e la creazione del nuovo nelle città sono operazioni complementari, due momenti indissolubili dello stesso procedimento, che antico e moderno hanno prerogative materiali e spirituali distinte e vicendevolmente necessarie … Insomma, solo chi è moderno rispetta l’antico, e solo chi rispetta l’antico è pronto a capire la necessità della civiltà moderna”.
(dall’introduzione a I vandali in casa, Roma-Bari, 1956).

La Prima parte de "Il tombarolo, l'archeologo, il giudice, il ministro e il direttore" è stata pubblicata il 20 dicembre: http://www.news-art.it/news/sicilia--memorie-dal-sottosuolo---15.htm

Didascalie immagini:
Prima e dopo la restituzione della Dea di Morgantina tratta da:
http://exhibitioninquisition.wordpress.com/tag/sculpture/

Il Sito di Morgantina tratte da:
http://morgantina.org/morgantinashistory/

Marion True tratta da:
http://soi.com.vn/?p=17345

Antonio Cederna tratta da:
http://www.pu24.it/wp/wp-content/uploads/2012/05/Antonio_Cederna.jpg